Alcuni ricercatori italiani non vogliono lavorare a un progetto militare con Israele

La sospensione del memorandum Italia-Israele non ha fermato i progetti di ricerca già avviati, tra cui uno che può avere implicazioni belliche e per chi si rifiuta di partecipare non esiste una tutela specifica
ANSA
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A Faenza, in provincia di Ravenna, nei laboratori dell’Istituto di Scienza, tecnologia e sostenibilità per lo sviluppo dei materiali ceramici, i ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) studiano i materiali per innovare il comparto industriale, scientifico e culturale. Tra i vari progetti attivi a Faenza, il CNR – che è il principale ente pubblico di ricerca in Italia – ne ha uno, avviato nel 2024, che porta il nome di “Spinel WINdows joining by Glass”, noto anche come “PaSwing”. Tecnicamente, l’obiettivo è quello di sviluppare «materiali ceramici policristallini trasparenti avanzati», ma dietro questa definizione da addetti ai lavori c’è un progetto controverso, con potenziali applicazioni sia in ambito civile sia militare, realizzato in collaborazione con il Ministero della Difesa israeliano.

PaSwing si inserisce nella cornice della cooperazione militare e tecnologica tra Italia e Israele regolata da un memorandum d’intesa sottoscritto dai due Paesi nel 2003. Nell’aprile del 2026 il governo italiano ha deciso di sospenderne il rinnovo automatico, ed è proprio in questo spazio che si colloca il caso del CNR di Faenza.

Per questo motivo, negli ultimi mesi il progetto è diventato oggetto di discussione tra i ricercatori del CNR. A maggio, diversi ricercatori del CNR si sono mobilitati firmando due lettere indirizzate alla direttrice dell’Istituto, Alessandra Sanson, e che Pagella Politica ha potuto visionare. Nel testo di una di queste, firmato da 62 dipendenti di 22 istituti, si chiede l’immediata interruzione delle attività per ragioni etiche, legate non solo al protrarsi degli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza, ma anche all’estensione regionale che coinvolge il Libano, la Cisgiordania e l’Iran. L’obiettivo esplicito dei firmatari è quello di rifiutare qualsiasi forma di complicità, anche indiretta, con la filiera militare di Israele. 

La richiesta dei ricercatori pone l’attenzione su una domanda che va al di là del singolo progetto di Faenza: che cosa succede agli accordi di cooperazione militare già firmati quando un memorandum viene sospeso? E poi, può uno scienziato che lavora nel settore pubblico rifiutarsi di partecipare a una ricerca che ritiene eticamente inaccettabile, senza rischiare il proprio posto di lavoro?

Il progetto PaSwing

Il Ministero della Difesa italiano ha avviato l’iter amministrativo per la realizzazione del progetto PaSwing a marzo 2024, attraverso una determina della Direzione degli armamenti terrestri, l’organo del Ministero della Difesa italiano che si occupa dei sistemi d’arma e di sviluppo dell’industria nazionale. Un progetto della durata di tre anni che prevede un finanziamento totale stimato di 250 mila euro, distribuiti tra l’Istituto di Scienza, tecnologia e sostenibilità per lo sviluppo dei materiali ceramici del CNR e la controparte dello Stato di Israele. 

Come emerge in un’inchiesta di Altreconomia, il progetto rappresenta la prosecuzione di un percorso avviato già nel 2017 con il programma T-SC – Transparent Spinel Ceramic, una collaborazione che legava l’istituto del CNR all’Israel Ceramic and Silicate Institute di Haifa e al Ministero della difesa di Israele. Portando avanti il programma T-SC, il PaSwing mira a implementare la ricerca dei materiali ceramici trasparenti, impiegati anche a scopi militari per il settore della difesa, nella creazione di sorgenti laser e protezioni balistiche. Si tratta di materiali estremamente resistenti ad alte temperature, motivo per cui vengono impiegati in ambito militare: dalla realizzazione di componenti per aerei, missili e veicoli blindati, alla protezione di visori, sensori ottici, laser e sistemi di puntamento. 

La vicenda di Faenza apre una riflessione su un meccanismo burocratico e politico più ampio: lo stop al rinnovo automatico di un trattato internazionale non si traduce nell’interruzione immediata dei progetti scientifico-militari già contrattualizzati. I contratti in corso, infatti, continuano a essere in vigore. 

Il memorandum d’intesa sulla cooperazione militare tra Italia e Israele è stato sottoscritto a Parigi il 16 giugno 2003 dagli allora ministri della Difesa Antonio Martino e Shaul Mofaz ed è entrato in vigore dopo la ratifica parlamentare, avvenuta nel 2005. Il trattato prevedeva un meccanismo di rinnovo automatico ogni cinque anni, salvo esplicito recesso di una delle parti. Il memorandum non definisce i singoli progetti, ma autorizza i due Paesi a firmare contratti e accordi per sviluppare congiuntamente materiali e sistemi con applicazioni militari. Il 14 aprile 2026, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato la decisione del governo di sospendere il rinnovo automatico del memorandum. In quell’occasione, fonti del Ministero della Difesa avevano fatto sapere a Pagella Politica che, con la sospensione, il trattato cessa di avere effetto, ma potrà essere riattivato in successive occasioni.

I progetti come PaSwing poggiano su contratti di ricerca specifici siglati prima della sospensione, e restano in vigore nonostante la decisione del governo. Per quanto riguarda le esportazioni di armi verso Israele, invece, il governo italiano ha più volte ribadito che dopo il 7 ottobre non sono state più firmate licenze alla vendita, mentre per le licenze precedentemente in vigore viene effettuata una valutazione caso per caso da parte del Ministero degli Esteri. Al contrario, come abbiamo spiegato in un altro approfondimento, continua a comprare armi dal Paese mediorientale.

Lo stop al memorandum blocca le intese future di cooperazione militare, ma per fermare i laboratori attivi il CNR, e quindi progetti come PaSwing, dovrebbe revocare unilateralmente i contratti, rischiando delle penali.

Cosa succede però se un ricercatore decide di non lavorare a un progetto perché contrario alla sua etica personale?

L’assenza di tutele legali nella ricerca pubblica

In Italia, la libertà di coscienza è un principio sancito dalla Costituzione e riconducibile agli articoli 2, 19 e 21, ma la sua traduzione in un diritto formale all’obiezione di coscienza è limitata solo a pochi ambiti regolati da leggi specifiche: l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) per il personale sanitario, la sperimentazione animale per ricercatori, medici e studenti e la procreazione medicalmente assistita (PMA). Non esiste alcuna legge che riconosca l’obiezione di coscienza per la ricerca scientifica e tecnologica a scopi militari o per ricerche dual-use.

Essendo pubblici dipendenti, gli scienziati del CNR hanno precisi doveri d’ufficio. Rifiutare un progetto approvato viola il contratto, esponendoli a sanzioni, licenziamenti e, nei casi più estremi, ipotesi di reato come l’interruzione di ufficio o il rifiuto di atti d’ufficio.

Sebbene non esista una legge europea unica che tuteli l’obiezione di coscienza sul dual-use, in molte università e centri di ricerca in Europa sono stati introdotti codici etici e statuti interni che riconoscono il diritto del ricercatore di sollevare obiezioni e ritirarsi da progetti in contrasto con i propri principi. A livello internazionale la situazione è perciò altrettanto frammentata. L’esperienza che più si avvicina all’obiettivo di tutelare i ricercatori è quella tedesca: a partire dagli anni Ottanta, numerose università hanno adottato le cosiddette Zivilklausel, clausole che impegnano gli enti a orientare la ricerca verso obiettivi civili e pacifici, e che assicurano ai ricercatori che le finalità della ricerca non siano volte esplicitamente a fini militari. Ad esempio, l’Università di Brema, nel nord della Germania, l’ha introdotta nel 1986 e poi riconfermata nel 2012, confermando che «qualsiasi argomento di ricerca che possa eventualmente servire allo scopo della ricerca sugli armamenti deve essere messo in discussione e, se necessario, respinto».

La posizione della comunità scientifica comunque non è netta, ma sempre più ricercatori rifiutano quella che viene chiamata “neutralità scientifica”. Il dibattito rimane aperto ed è stato recentemente affrontato durante l’Assemblea Generale della European Geosciences Union, l’organizzazione dedicata alla ricerca nell’ambito delle scienze della terra e dello spazio, dove si è tenuto il dibattito sul “mito della neutralità scientifica”. Tra i temi sollevati dagli studiosi in quell’occasione è emersa proprio l’esigenza di superare l’isolamento del singolo scienziato dissenziente. La richiesta è che siano le istituzioni, e non i singoli ricercatori esposti a rischi di carriera, ad assumersi la responsabilità di verificare le implicazioni dei progetti e tutelare chi solleva un’obiezione etica.

Ad oggi, senza un quadro regolatorio che definisca cosa sia dual-use dal punto di vista etico e che protegga chi fa ricerca da ritorsioni professionali, l’obiezione scientifica rimane quindi un atto di disobbedienza civile.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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