Non solo gas: perché l’Italia è così vicina alla Russia

Il filo che lega Roma a Mosca va oltre la dipendenza energetica: una mappa degli interessi italiani nel Paese
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L’invasione russa dell’Ucraina ha riportato al centro del dibattito pubblico e politico la dipendenza del nostro Paese dalle importazioni di gas naturale dalla Russia. 

Nonostante la ferma appartenenza dell’Italia alla Nato e all’Unione europea, da decenni Italia e Russia intessono rapporti economici che vanno ben oltre le forniture energetiche. Dalla politica alle banche, passando per gli scambi commerciali, abbiamo ricostruito la tela degli interessi e delle relazioni economiche che legano storicamente il nostro Paese a quello governato dal presidente Vladimir Putin.

Gas e politica

Nel bipolarismo della guerra fredda, anche a causa della posizione geografica, l’Italia si è trovata a ridosso tra le sfere d’influenza delle due superpotenze dell’epoca: gli Stati Uniti, di cui eravamo e siamo tuttora alleati, e l’Unione Sovietica, a cui comunque il mondo della politica e dell’industria hanno sempre guardato con interesse. In questa analisi non ci occuperemo dei rapporti culturali, accademici e artistici tra Roma e Mosca, che pure sono storicamente stati molto rilevanti.

«Tra il 1945 e il 1992, il Partito comunista italiano (Pci) era il più grande dell’occidente», ha spiegato a Pagella Politica Serena Giusti, senior associate research fellow dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi). «Seppur il Pci abbia condannato diverse iniziative dell’Unione sovietica, come l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968, i quadri dirigenti del Pci si formavano a Mosca e conoscevano per esempio la lingua russa». Palmiro Togliatti, storico segretario del Pci, fu a lungo anche dirigente del Comintern, l’Internazionale Comunista, ossia l’organizzazione internazionale dei partiti comunisti.

Durante la cosiddetta “prima repubblica”, non fu solo il Pci ad avere relazioni con l’Urss.  Nel 1960, infatti, l’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, esponente della Democrazia cristiana, fu il primo capo di Stato di un Paese del blocco occidentale a recarsi a Mosca dopo la fine della guerra. 

Come spesso accade, «le relazioni politiche si sono legate a quelle economiche, finendo per muoversi in parallelo», ha aggiunto Giusti. Nel 1969, per esempio, tramite l’Eni, l’Italia è stata il primo Paese occidentale a stringere accordi con la Russia per l’importazione di gas naturale: sei miliardi di metri cubi all’anno, per vent’anni. Era l’inizio di una relazione mai interrotta e che, nel 2019, ha toccato il picco, con importazioni per 33 miliardi di metri cubi di gas: il 47 per cento sul totale del gas importato (Grafico 1). 
Grafico 1. Gas naturale importato in Italia dalla Russia (milioni di metri cubi), 1990-2020
Nel 2020 il 43 per cento del gas importato dall’Italia proveniva dalla Russia, percentuale scesa al 40 per cento nel 2021. Sono percentuali da non sottovalutare, soprattutto se si considera che da decenni ormai, con il progressivo abbandono del petrolio, il gas è diventato la fonte di energia di gran lunga più utilizzata in Italia. Nel 2021, per esempio, questo ha generato il 48 per cento di tutta l’elettricità prodotta, mentre la seconda fonte, quella idroelettrica, ha contribuito per meno del 16 per cento. 

In tempi più recenti le tensioni per il rifornimento di gas hanno anche creato frizioni diplomatiche tra l’Italia e i Paesi dell’Ue. Ha fatto discutere per esempio il progetto del gasdotto South Stream, lanciato nel 2006 da Eni e Gazprom (la principale impresa russa nel settore del gas naturale) e che, passando sui fondali del Mar Nero, avrebbe dovuto collegare direttamente la Russia con l’Ue – in particolare con la Bulgaria – senza passare dall’Ucraina. Alla fine, le operazioni sono state bloccate dal presidente Putin in seguito alle tensioni in Crimea del 2014. 

La Commissione europea aveva comunque bocciato il progetto, approvando però negli stessi anni la costruzione dei gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2 pensati per collegare Russia e Germania. Una mossa criticata dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, creando qualche tensione con la cancelliera Angela Merkel. 

Oggi la totalità del gas russo che arriva in Italia passa dall’Ucraina, una situazione che spaventa la politica a fronte della guerra che si sta consumando nel Paese in seguito all’invasione russa. «La maggiore preoccupazione riguarda il settore energetico», ha detto il presidente del Consiglio Mario Draghi durante un’informativa in Parlamento dello scorso 27 febbraio, aggiungendo poi che l’Italia deve «procedere spedita sul fronte della diversificazione, per evitare il rischio di crisi future». Draghi non ha escluso la possibilità di riaprire le centrali a carbone, per «colmare eventuali mancanze nell’immediato», se il conflitto dovesse intensificarsi.

Da Roma a Mosca

I legami tra la politica italiana e le élite moscovite post-sovietiche, a partire dal presidente Putin, non è nuova. Dopo la fine della guerra fredda e il dissolvimento dell’Unione sovietica, l’allargamento dell’Alleanza atlantica (Nato) nell’est Europa – con l’adesione, tra gli altri, di Polonia, Ungheria e Romania tra il 1999 e il 2004 – non è stato accolto positivamente da Mosca. Per favorire il dialogo tra le due potenze, nel 2002 è stato istituito il Consiglio Nato-Russia, con un accordo firmato proprio a Roma, a Pratica di Mare, su spinta dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che con Putin aveva un «rapporto di amicizia e reciproca stima», come spiegato da Giusti. Le operazioni del Consiglio Nato-Russia sono state sospese in seguito all’annessione illegittima della Crimea, nel 2014. 
Vladimir Putin e Silvio Berlusconi a Porto Rotondo, Olbia, nel 2008. Fonte: Ansa
Vladimir Putin e Silvio Berlusconi a Porto Rotondo, Olbia, nel 2008. Fonte: Ansa
In generale, secondo Giusti l’Italia ha sempre mantenuto una «posizione bipartisan e cooperativa con la Russia», indipendentemente dalle coalizioni politiche che si sono alternate al governo. In particolare, «i contratti più importanti» tra i due Paesi «sono quelli firmati dal governo Prodi e dal centrosinistra», ha ricordato l’esperta. Nel 2007, per esempio, dopo una serie di incontri bilaterali tra Italia e Russia, è stato proprio l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi a siglare l’intesa con Putin per la costituzione della società “South Stream”.

La società, controllata per metà dall’italiana Eni e per l’altra metà dalla russa Gazprom, avrebbe gestito i lavori per la costruzione del già citato gasdotto, che avrebbe dovuto collegare Europa e Russia attraverso il Mar Nero.
Vladimir Putin e Romano Prodi a Roma nel 2007. Fonte: Ansa
Vladimir Putin e Romano Prodi a Roma nel 2007. Fonte: Ansa
In un articolo intitolato “Unendosi alle sanzioni contro la Russia, l’Italia rischia più di molti altri” pubblicato lo scorso 1° marzo, il corrispondente per l’Italia del New York Times Jason Horowitz ha spiegato che nel corso degli ultimi anni, da quando le forze euroscettiche hanno cominciato a farsi sentire nell’Ue e Donald Trump è arrivato alla Casa Bianca, Putin ne ha approfittato per «rafforzare ulteriormente i legami politici, culturali ed economici con l’Italia»

Ne sono esempio il gemellaggio tra “Russia unita”, il partito di Putin, e la Lega di Matteo Salvini, firmato nel 2017, e i frequenti incontri reciproci tra i rappresentanti di Palazzo Chigi e del Cremlino. Alcuni episodi, messi in evidenza da un report dell’Istituto affari internazionali (Iai), presentato al Senato nel 2018, mostrano bene la vicinanza mantenuta tra la politica italiana – non solo quella di matrice nazionalista e populista – e la politica russa negli ultimi anni. «Enrico Letta (Pd) è stato l’unico primo ministro europeo a partecipare alla cerimonia di apertura delle olimpiadi invernali di Soči nel gennaio 2014», si legge nel rapporto, nel pieno delle proteste europeiste di piazza Maidan, a Kiev; mentre nel 2016 Matteo Renzi (al tempo nel Pd, ora in Italia viva) «è stato l’unico capo di governo o Stato a partecipare al Forum economico di San Pietroburgo»

Diversi partiti italiani, dalla Lega al Movimento 5 stelle, hanno inoltre sostenuto la necessità di rimuovere le sanzioni imposte dall’Ue alla Russia in seguito all’annessione illegittima della Crimea, nel 2014, viste come un importante elemento di svantaggio per gli affari delle nostre aziende. Sempre secondo Horowitz, però, l’arrivo di Mario Draghi sulla scena politica nazionale ha indubbiamente riavvicinato l’Italia all’Unione europea, almeno per quanto riguarda l’azione politica.

Il ruolo delle banche

Nei rapporti tra Italia e Russia non ci sono solo il gas e la politica, ma anche la finanza. Secondo la Banca dei regolamenti internazionali (Bri), un’organizzazione internazionale che promuove la collaborazione tra banche a livello internazionale, tra le principali banche del mondo quelle italiane sono le più esposte ai rischi dovuti ai crediti con la Russia. 

A settembre 2021, infatti, risparmiatori e investitori russi avevano contratto con le banche di altri Paesi debiti per più di 121 miliardi di dollari, pari a più di 109 miliardi di euro. Di questi, più di 25,3 miliardi di dollari (23 miliardi di euro) con banche italiane, circa 25,2 con banche francesi e più di 17 con banche austriache (Grafico 2). 
Grafico 2. I debiti di risparmiatori e investitori russi nei confronti delle banche italiane 1997-2021 in miliardi di dollari – Fonte: Banca dei regolamenti internazionali
Grafico 2. I debiti di risparmiatori e investitori russi nei confronti delle banche italiane 1997-2021 in miliardi di dollari – Fonte: Banca dei regolamenti internazionali
Il primato italiano non deve stupire, dato che le maggiori banche del nostro Paese sono attive in Russia da decenni. Il Gruppo Intesa San Paolo, per esempio, ha ereditato le attività in Russia della Banca commerciale italiana, nata nel 1894 e confluita nel 2001 nel Gruppo Intesa San Paolo. La Banca commerciale italiana aveva stabilito i primi contatti con Mosca già nel 1924, agli albori dell’epoca sovietica. Tra i suoi affari in Russia, la Banca commerciale italiana contribuì a finanziare, alla fine degli anni Sessanta, la costruzione del primo gasdotto che connetteva l’Unione Sovietica all’Italia – che entrò in funzione ufficialmente nel 1974 – e la costruzione di una fabbrica di automobili nella città russa di Togliatti, sulle rive del fiume Volga. 

Dal canto suo, il Gruppo Intesa San Paolo ha finanziato la costruzione del “Blue Stream”, un gasdotto inaugurato nel 2005 che trasporta gas naturale dalla Russia alla Turchia, attraverso il Mar Nero, e del “Nord Stream”, un altro gasdotto che trasporta il gas dalla Russia all’Europa occidentale, passando per il Mar Baltico. Nel 2017, infine, il Gruppo Intesa San Paolo ha finanziato con un prestito da 5,2 miliardi allo stato del Qatar e alla multinazionale petrolifera Glencore la privatizzazione del 19,5 per cento di Rosneft, la principale compagnia petrolifera della Russia. 

Le imprese e i commerci

Al di là del gas e dei rapporti finanziari, l’Italia è legata alla Russia anche sul fronte delle proprie esportazioni. Nel 2017, l’ultimo anno per il quale sono disponibili i dati dell’Osservatorio economico sul commercio internazionale del Ministero degli Esteri, le imprese italiane presenti in Russia erano 660, attive soprattutto nei settori dell’energia, dell’industria automobilistica, dell’agroalimentare e delle telecomunicazioni. Queste davano lavoro a oltre 39 mila persone, generando un fatturato complessivo intorno agli 8,8 miliardi di euro.
Per quanto riguarda il volume del commercio (il valore totale di importazioni ed esportazioni), a fine 2021 gli scambi tra Italia e Russia hanno toccato i 21,6 miliardi di euro, in netto aumento rispetto ai 16 miliardi del 2020, anno segnato dalla pandemia da coronavirus. 

Più nello specifico, a fine 2021, l’Italia ha esportato in Russia beni per 7,7 miliardi di euro, mentre ne ha importati per 13,9 miliardi. Tra i principali beni esportati dall’Italia in Russia nel 2021 ci sono macchine industriali, prodotti tessili e abbigliamento. Per quanto riguarda invece le importazioni italiane dalla Russia, oltre al gas naturale – che rappresenta il 60 per cento dell’export russo in Italia – ci sono altre materie prime come il metallo e combustibili derivati dal carbone, come il coke. 

A dimostrazione degli intensi rapporti tra le imprese italiane e la Russia, il 26 gennaio, mentre sul confine ucraino soffiavano i venti di guerra, ha fatto discutere l’incontro in videoconferenza tra Putin e diverse aziende italiane organizzato dalla Camera di commercio italo-russa. 

Oltre al presidente russo e a otto ministri del suo governo, all’incontro hanno partecipato i vertici di 16 grandi aziende italiane e anche Igor Sechin, l’amministratore delegato della già citata Rosneft e Kirill Dmitriev, amministratore delegato del Russian direct investment fund (Rdif), il fondo sovrano della Federazione Russa. Tra i partecipanti all’incontro c’era anche Francesco Starace, amministratore delegato di Enel e, tra le altre cose, fratello dell’ambasciatore italiano a Mosca Giorgio Starace.

Fonti di stampa hanno riportato che il presidente del Consiglio Mario Draghi avrebbe chiesto di annullare l’incontro date le crescenti «tensioni geopolitiche» in Ucraina, ma l’invito è rimasto inascoltato. Nella settimana del 14 febbraio, pochi giorni prima che la Russia invadesse l’Ucraina, i rappresentanti di alcune aziende italiane hanno nuovamente incontrato i partner russi per discutere «potenziali investimenti da centinaia di milioni di dollari», come riportato in esclusiva da Bloomberg.
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