No, l’occupazione «record» non è merito del Movimento 5 stelle

Pagella Politica
Il 9 gennaio 2020 Il Blog delle Stelle ha pubblicato un articolo in cui viene celebrata l’«occupazione record» registrata in Italia. Secondo l’organo di informazione ufficiale del Movimento 5 stelle, l’Istat avrebbe certificato che «le politiche del lavoro messe in campo dal M5s con il “decreto Dignità”, “quota 100” e reddito di cittadinanza rappresentano davvero un incentivo alla creazione di nuova occupazione».

Diversi esponenti del M5s hanno riportato dichiarazioni simili, come il sottosegretario agli Interni Carlo Sibilia, che su Facebook ha pubblicato una grafica con scritto che i tre provvedimenti «funzionano».

Ma le cose stanno davvero così? Abbiamo verificato e i dati non sono così positivi come potrebbe sembrare.

Che cosa dice l’Istat

Il 9 gennaio 2020 l’Istat ha pubblicato i dati più aggiornati (e provvisori) sull’occupazione in Italia, relativi a novembre 2019. In quel mese, il tasso di occupazione nella popolazione tra 15-64 anni (che si ottiene dividendo il numero degli occupati per quello della popolazione di riferimento) ha raggiunto il 59,4 per cento, un +0,1 per cento rispetto a ottobre 2019 e un +0,9 per cento rispetto a novembre 2018, ossia alla rilevazione di un anno prima (Grafico 1).
Grafico 1. Tassi di occupazione – Fonte: Istat
Grafico 1. Tassi di occupazione – Fonte: Istat
Secondo l’Istat, questa percentuale porta «l’occupazione ai massimi storici» (il «record», citato dal M5s), da intendersi come la percentuale più alta dal 1977, anno a partire dal quale l’Istat ha ricostruito le sue serie storiche, uniformando la metodologia di calcolo.

In valori assoluti, a novembre 2019 gli occupati in Italia erano circa 23 milioni e 486 mila, in aumento di 285 mila unità rispetto a un anno prima (un aumento due volte maggiore rispetto a quello registrato nello stesso periodo tra 2017-2018, quando l’aumento degli occupati era stato di 99 mila unità).

A prima vista, questi numeri sembrano incoraggianti, ma analizzando più nel dettaglio le statistiche il quadro si fa meno positivo.

Le differenze per fascia di età

Nelle fasce di età tra 15-24 anni (+44 mila) e 25-34 anni (+74 mila), il numero degli occupati è cresciuto di 118 mila unità, mentre è calato di 128 mila unità quello di chi ha un lavoro tra i 35 e 49 anni.

Secondo un’analisi del Sole 24 Ore del 10 gennaio 2020, a causare questa diminuzione sarebbero stati «processi di riorganizzazione e riconversione industriale ancora in corso, e lontani dal trovare soluzioni positive». In ogni caso, tra novembre 2018 e novembre 2019, la crescita e il calo degli occupati sotto i 50 anni, dunque, più o meno si annullano.

La fascia di età dove il numero degli occupati è però cresciuto di più è quella oltre i 50 anni, che registra un +296 mila unità. Come abbiamo scritto in passato, questo fenomeno è dovuto soprattutto al fatto che le numerose riforme delle pensioni fatte negli ultimi decenni (da Amato alla Fornero) hanno innalzato la soglia di età per la pensione, aumentando “fisiologicamente” il numero di occupati oltre i 50 anni.

La disoccupazione tra le peggiori d’Europa

È vero poi che si è registrato un calo del tasso di disoccupazione, scesa a novembre 2019 al 9,7 per cento dal 10,5 per cento di novembre 2018, ma questo dato – come ha certificato Eurostat il 9 gennaio 2020 – resta il terzo peggiore dell’intera Unione europea. Peggio di noi fanno solo Spagna (14,1 per cento) e Grecia (16,8 per cento) (Grafico 2).

Grafico 2. Tasso di disoccupazione nei 28 Stati membri Ue – Fonte: Eurostat

Anche il tasso di occupazione visto prima non è particolarmente incoraggiante se confrontato con gli altri Paesi europei. Secondo i dati più aggiornati Eurostat (relativi alla metà del 2019), meglio di noi fanno tutti gli altri Stati membri, eccetto la Grecia.

Che cosa c’entra la demografia

Si può poi dire che l’aumento del tasso di occupazione sia un effetto, per così dire, meramente contabile, dovuto alla dinamica demografica del nostro Paese.

A novembre 2018, la somma totale tra occupati, disoccupati e inattivi tra 15-64 anni (il denominatore su cui si calcola il tasso di disoccupazione) era pari a quasi 39 milioni e 200 mila unità, mentre a novembre 2019 questo numero è sceso a poco più di 39 milioni di unità. Una riduzione del denominatore aiuta così ad amplificare gli effetti di una variazione in positivo del numeratore (il numero degli occupati).

Senza perderci tra le varie sottocategorie di numeri, tirando le somme è corretto dire come fa Il Blog delle Stelle che il tasso di occupazione ha raggiunto livelli record, con +285 mila occupati tra novembre 2018 e 2019.

Ma è davvero merito del reddito di cittadinanza, “decreto Dignità” e quota 100? Prima di vedere, uno per uno, che cosa hanno comportato questi provvedimenti, è necessario fare un passo indietro.

Un lavoro da ricercatori

Stabilire gli effetti di una misura legislativa sul mercato del lavoro non è semplice. Come ha spiegato in un articolo di luglio 2019 su lavoce.info Francesco Daveri, professore di macroeconomia all’Università Bocconi di Milano, «le caratteristiche di maggiore o minore flessibilità nelle assunzioni e nei licenziamenti del mercato del lavoro» sono solo uno dei fattori che fanno andare su e giù occupazione e disoccupazione. Un altro elemento che favorisce l’aumento del numero degli occupati, per esempio, è la crescita economica di un Paese.

In generale, come abbiamo scritto in passato per quanto riguarda il Jobs Act, è un lavoro da ricercatori quantificare il nesso di causa-effetto che intercorre tra un intervento legislativo (come il “decreto Dignità”) e i risultati sul mercato del lavoro. Gli economisti hanno strumenti che permettono di stimare – con il maggiore rigore possibile – la differenza tra come sarebbero andate le cose in assenza di quel provvedimento e la realtà, ma ad oggi non esistono studi scientifici per quanto riguarda le misure volute dal M5s.

Tant’è che neppure l’Istat collega nel suo rapporto il tasso di occupazione «record» con i provvedimenti del primo governo Conte, senza «certificare» il buon operato del M5s, come lascia intendere invece Il Blog delle Stelle.

In estrema sintesi, l’Istat si limita a fotografare una serie di dati, dai quali è comunque possibile trarre una serie di conclusioni.

Vediamo adesso che cosa si può dire sul contributo dato dal reddito di cittadinanza.

Le tre misure del M5s

Reddito di cittadinanza

Il reddito di cittadinanza – che sarebbe più corretto chiamare “reddito minimo garantito”o “sussidio di disoccupazione” – è stato erogato per la prima volta ad aprile 2019 e, secondo i dati Inps più aggiornati, al 6 dicembre 2019 andava a beneficio di quasi 2,5 milioni di individui, suddivisi in poco più di un milione di nuclei familiari e per un importo mensile medio pari a quasi 485 euro.

Per ricevere il RdC, spiega il sito ufficiale del provvedimento, «è necessario rispettare alcune “condizionalità” che riguardano l’immediata disponibilità al lavoro, l’adesione ad un percorso personalizzato di accompagnamento all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale». Questa è la cosiddetta parte delle “politiche attive” del reddito di cittadinanza che, insieme all’obiettivo del contrasto alla povertà, ha anche quello di aiutare chi è disoccupato a trovare lavoro.

Ma l’entrata in vigore di questo sistema, di cui sono parte integrante il potenziamento dei centri per l’impiego e l’assunzione dei navigator, ha subito grossi ritardi, tant’è che ancora a ottobre 2019 – a sette mesi dalle prime erogazioni del sussidio – non era ancora pienamente in funzione.

Le cose sono migliorate a fine 2019, secondo quanto riferisce l’Agenzia nazionale politiche attive del lavoro (Anpal), che a dicembre di quell’anno ha pubblicato alcuni dati sul numero di beneficiari del RdC che grazie alle attività dei centri per l’impiego ha trovato occupazione. Secondo i dati più aggiornati di Anpal, al 10 dicembre 2019 (contando quindi anche giorni non presi in considerazione dalla rilevazione Istat) avevano ottenuto un posto di lavoro 28.763 persone, il 3,6 per cento degli oltre 791 mila beneficiari che sono «avviabili al lavoro» e tenuti a sottoscrivere il Patto per il lavoro.

In questo caso, dunque, il contributo delle politiche attive del RdC sull’aumento degli occupati – visti i forti ritardi del sistema – è stato molto contenuto. Inoltre, poco si sa su che tipologia di contratti di lavoro (a tempo indeterminato o meno, per esempio) abbiano sottoscritto i beneficiari del RdC, tema centrale per quanto riguarda invece il contributo del “decreto Dignità”.

“Decreto Dignità”

Il cosiddetto “decreto Dignità” (decreto-legge n. 87 del 2018), dopo un periodo transitorio, è entrato a pieno regime a novembre 2018, con l’obiettivo di contrastare il precariato, cercando di aumentare le assunzioni a tempo indeterminato.

Tra le novità introdotte, il decreto ha ridotto da 36 a 24 mesi la durata massima dei contratti a tempo determinato e ha stabilito che i contratti con durata superiore ai 12 mesi devono sempre essere giustificati da una causale che spieghi perché l’assunzione non possa avvenire a tempo indeterminato. Altri provvedimenti riguardano il fatto che in un’azienda i contratti a tempo determinato non possono essere più del 30 per cento rispetto a quelli a tempo indeterminato.

Inoltre, è stato attivato un sistema di decontribuzioni per incentivare l’assunzione dei giovani con contratto a tempo indeterminato. Da gennaio 2019, i datori di lavoro che assumono dipendenti con meno di 35 anni hanno uno sconto del 50 per cento sui contributi per i tre anni successivi all’assunzione.

Il 10 gennaio 2020 Il Sole 24 Ore ha riportato un commento dell’economista Marco Leonardi, consigliere economico del ministro Roberto Gualtieri, secondo cui l’aumento degli occupati che abbiamo visto prima tra i 25 e i 34 anni di età «è un primo segnale che l’incentivo sulle stabilizzazioni degli under 35 sta iniziando a funzionare».

Ma come è cambiato il numero dei contratti a tempo indeterminato? Tra novembre 2018 e novembre 2019, secondo l’Istat gli occupati dipendenti con un contratto di lavoro a tempo indeterminato sono aumentati di 283 mila unità (+1,9 per cento), un numero quasi 7 volte maggiore alla crescita di quelli determinati (+42 mila). Nello stesso periodo tra il 2017 e il 2018, i dipendenti permanenti erano calati di 68 mila unità, mentre quelli a termine erano cresciuti di 162 mila unità.

Il 9 gennaio, il presidente dell’associazione Adapt Francesco Seghezzi – che si occupa di studi nel campo del diritto del lavoro – ha scritto su Twitter che l’aumento degli occupati a tempo indeterminato «in parte può essere conseguenza della fine dei primi 12 mesi dopo il “Decreto Dignità”, ma anche per la scadenza di tanti altri contratti a termine iniziati negli scorsi anni». Una buona percentuale di questi ultimi si sarebbe insomma trasformata in contratti a tempo indeterminato in qualsiasi caso.
Secondo i dati più aggiornati dell’Osservatorio precariato dell’Inps, tra novembre 2018 e ottobre 2019 le trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti a termine sono stati in totale oltre 722.400. Queste trasformazioni, secondo il M5s, sarebbero state incentivate dal “decreto Dignità”, ma bisogna sottolineare che il passaggio da un contratto a tempo determinato a tempo indeterminato non aumenta l’occupazione.

In ogni caso, la percentuale dei dipendenti con un contratto a termine sul totale degli occupati è rimasto pressoché invariata tra novembre 2018-2019 (13,21 per cento) e novembre 2017-2018 (13,20 per cento), segno che un significativo cambio di passo non c’è stato.

In generale, uno dei problemi di questi numeri è che dicono qualcosa sulla quantità dell’occupazione – ma non abbastanza – e molto poco sulla sua qualità che, come suggerisce anche il nome stesso del “decreto Dignità”, è l’aspetto principale del mercato del lavoro su cui vuole incidere il provvedimento voluto dal M5s.

Per esempio, come ha scritto a luglio 2019 su lavoce.info il ricercatore dell’Ocse Andrea Garnero, l’Italia è ancora lontana dai livelli pre-crisi per quanto riguarda il numero di ore lavorate («il tempo parziale involontario è raddoppiato nei dieci anni passati dall’inizio della crisi», ha sottolineato Garnero) e la crescita dei salari, che «come la produttività del lavoro, rimangono al palo».

Ricapitolando: è possibile, secondo il parere di alcuni esperti, che il “decreto Dignità” abbia in parte contribuito all’aumento del numero di contratti a tempo indeterminato, ma non nella misura rivendicata dal M5s. In ogni caso, ancora non sono stati pubblicati studi scientifici che quantifichino una relazione causa-effetto tra questo provvedimento e l’aumento degli occupati.

“Quota 100”

Veniamo adesso all’ultimo dei tre provvedimenti celebrati dal M5s sul Blog delle Stelle.

“Quota 100” è stato uno dei provvedimenti di bandiera del governo Lega-M5s, che nel triennio 2019-2021– in via sperimentale – permette ai cittadini con almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi di andare in pensione prima, rispetto alla normativa vigente (secondo la quale per il 2019 gli anni minimi per andare in pensione erano circa 67).

In passato, alcuni politici della scorsa maggioranza – come il leader della Lega Matteo Salvini – avevano difeso la misura dalle critiche sugli elevati costi per le casse dello Stato, dicendo che in compenso avrebbe creato centinaia di migliaia di posti di lavoro. Ma le cose, a un anno dall’introduzione del provvedimento, non sono andate per il verso sperato.

Le statistiche Inps più aggiornate dicono che al 21 novembre 2019 avevano fatto domanda di pensione anticipata poco più di 205.200 persone, ma non sono riportati i dati sulle domande che hanno avuto effettivamente un esito positivo. In un fact-checking di settembre 2019, per calcolare questo numero, avevamo utilizzato una stima delle domande respinte fatta dal Centro studi e ricerche di Itinerari previdenziali (realtà che si occupa di ricerca in ambito pensionistico), secondo la quale non veniva accettata una richiesta per “quota 100” su 5.

Se si applica questa percentuale di bocciature al numero totale delle richieste, si ottiene che circa 160 mila persone hanno visto riconosciuta positivamente la loro domanda di “quota 100” (contro le stime di 290 mila previste dal governo Lega-M5s al momento dell’approvazione del provvedimento).

Anche in questo caso non esistono studi che certifichino un aumento dell’occupazione grazie alle pensioni anticipate, o tassi di sostituzione di uno a uno, anche se esistono delle stime – e delle evidenze empiriche secondo la maggior parte degli economisti, come vedremo meglio – che riducono di molto questa possibilità.

A novembre 2019, l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro – dell’ordine nazionale dei consulenti del lavoro – ha per esempio calcolato che dopo sei mesi di applicazione di “quota 100”, alla fine del terzo trimestre del 2019 il ricambio generazionale si sarebbe attestato intorno al 42 per cento: quattro nuovi assunti circa ogni 10 pre-pensionamenti. Il bilancio tra nuovi assunti e cessazioni di contratti di lavoro sarebbe dunque fortemente negativo.

Come abbiamo spiegato in passato, l’idea – seppur intuitiva – che a ogni pre-pensionamento possa corrispondere un nuovo assunto, secondo la maggioranza degli economisti, non è supportata dai fatti.

La prima ragione è che le forze di lavoro di diversa età non sono omogenee per capacità e vocazioni: le diverse generazioni sono complementari – più che sostituibili – all’interno degli organici.

Il secondo motivo – come spiega un focus dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) pubblicato ad agosto 2016 – è che una spesa più alta per le pensioni probabilmente si traduce «in maggiori imposte e/o contributi obbligatori, con effetti distorsivi sia sul lato dell’offerta di lavoro sia sul lato della domanda». In sostanza, abbassare l’età pensionabile aumenterebbe le tasse pagate da ogni occupato – inclusi i giovani – e il costo del lavoro, con una conseguente crescita della disoccupazione.

Ricapitolando: ad oggi è impossibile stabilire con certezza quanti nuovi posti di lavoro abbia creato “quota 100”, ma alcune stime e le teorie in ambito economico dicono che non è vero che misure di pre-pensionamento simili portino a una sostituzione di uno a uno. Meno che mai, poi, ad un aumento degli occupati.

In conclusione

Secondo il Movimento 5 stelle, l’Istat avrebbe certificato l’efficacia di reddito di cittadinanza, “decreto Dignità” e “quota 100” nella creazione di nuovi posti di lavoro. In realtà, l’Istat si è limitata a divulgare i dati più aggiornati sul mercato occupazionale che, a novembre 2019, ha effettivamente fatto registrare un «record» (dal 1977) per quanto riguarda il tasso di occupazione, che ha raggiunto una percentuale del 59,4 per cento (con +285 mila occupati in più tra novembre 2018-2019 rispetto allo stesso periodo 2017-2018).

Ad oggi però non esistono studi scientifici che abbiano mostrato un legame di causa-effetto tra le misure approvate dal M5s e questi dati, che dicono qualcosa – ma non tutto – sulla quantità del lavoro in Italia, e non sulla qualità.

Se si analizzano nello specifico i tre provvedimenti, si scopre poi che solo il “decreto Dignità” potrebbe avere contribuito in maniera significativa all’aumento dei contratti di lavoro a tempo indeterminato. Ad oggi, il contributo delle politiche attive del reddito di cittadinanza è stato molto basso, mentre il saldo tra nuovi assunti e pre-pensionati con “quota 100” è probabilmente addirittura negativo.

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