Davvero le navi Ong devono portare i migranti nel loro Stato di bandiera?

L’hanno suggerito i ministri Piantedosi e Salvini, ma la proposta non è supportata dal diritto internazionale
EPA/Flavio Gasperini/SOS MEDITERRANE
EPA/Flavio Gasperini/SOS MEDITERRANE
Da giorni il Ministero dell’Interno sta negando l’avvicinamento alle coste italiane di tre navi, gestite da organizzazioni non governative (Ong) e battenti bandiera norvegese e tedesca, con a bordo quasi mille migranti. 

Il 2 novembre, in un’intervista al Corriere della Sera, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato che i Paesi di cui battono bandiera le imbarcazioni in questione dovrebbero «farsi carico dell’accoglienza» dei migranti soccorsi, poiché quest’ultimi hanno «messo piede per la prima volta» proprio in quei Paesi, salendo sulle navi. La posizione di Piantedosi è stata difesa anche dal ministro per le Infrastrutture Matteo Salvini (Lega), che il 3 novembre ha scritto su Twitter: «Dove dovrebbe andare una nave norvegese? Semplice, in Norvegia»

Questa proposta si basa però su un’interpretazione errata delle norme attualmente in vigore a livello internazionale per l’immigrazione e il salvataggio delle persone in mare.

Navi, bandiere e regolamenti

Innanzitutto, è vero che le navi rappresentano un’estensione territoriale dei rispettivi Stati di bandiera. Di conseguenza, una nave che batte bandiera tedesca, per esempio, è considerabile come un pezzo di territorio tedesco. Questo principio è stabilito dalla Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare, del 1982, secondo cui «le navi battono la bandiera di un solo Stato» e, salvo casi eccezionali, in mare «sono sottoposte alla sua giurisdizione esclusiva».

Nell’Unione europea, i criteri che stabiliscono quale Stato membro debba farsi carico di esaminare le domande di protezione internazionale presentate dai migranti sono stabiliti dal cosiddetto “Regolamento di Dublino”. Questo prevede (art. 13) che se «il richiedente asilo ha varcato illegalmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da un Paese terzo, la frontiera di uno Stato membro» allora è quello Stato a essere «competente per l’esame della domanda di protezione internazionale»

Di conseguenza, se si considera una nave come un vero e proprio pezzo di territorio di un determinato Stato, allora sembrerebbe compito di quello Stato esaminare le domande di protezione internazionale avanzate. In altre parole: i migranti a bordo della nave Humanity 1, attualmente in navigazione vicino a Catania ma battente bandiera tedesca, si trovano in territorio tedesco, e quindi sarebbe la Germania a doverli accogliere e occuparsi delle loro richieste.

A prima vista questo ragionamento può sembrare corretto, ma è in realtà fuorviante.

Dove devono sbarcare i migranti?

In un’audizione parlamentare del 2017, l’allora Contrammiraglio della Guardia costiera italiana Nicola Carlone ha spiegato che il Regolamento di Dublino «non è applicabile a bordo delle navi», ma entra in vigore solo nel momento in cui i migranti arrivano sulla terraferma. Paradossalmente infatti, seguendo il ragionamento presentato fin qui, se i migranti dovessero essere salvati nei pressi della Libia da un’imbarcazione battente bandiera australiana, dovrebbero aspettare di arrivare in Australia per ricevere soccorsi. L’impossibilità di esaminare la situazione dei migranti a bordo delle navi, e quindi prima dello sbarco, è stata confermata anche dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in merito al caso Hirsi, che nel 2012 condannò l’Italia per la politica dei respingimenti in mare voluta dall’ultimo governo Berlusconi.

In realtà, altre norme sul soccorso marittimo, come la Convenzione di Amburgo del 1979, prevedono che gli sbarchi debbano avvenire nel primo “porto sicuro” disponibile, sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani sia per prossimità geografica alla località di salvataggio.

«Il capitano della nave ha il compito indicare il porto sicuro più vicino dove far sbarcare i soggetti a bordo, senza esporli a pericoli ulteriori per la loro incolumità», ha spiegato a Pagella Politica Luca Masera, docente di Diritto penale all’Università di Brescia e membro del Consiglio direttivo dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). Nel caso di una nave battente bandiera norvegese, per esempio, «il capitano potrebbe valutare di portare i passeggere in Norvegia, ma in concreto, nella situazione reale del Mar Mediterraneo, questo è impraticabile e l’argomento perde qualsiasi rilevanza», ha detto Masera. 

Dato che la Libia e gli Stati del Nord Africa non possono essere considerati “porti sicuri”, a causa della situazione di instabilità politica e, in molti casi, del mancato rispetto dei diritti umani, generalmente i porti disponibili più vicini per i migranti soccorsi nel Mar Mediterraneo sono quelli presenti sul territorio italiano. 

Solo in seguito allo sbarco entreranno in vigore le disposizioni del Regolamento di Dublino e quindi l’Italia, in quanto primo Paese di arrivo, dovrà farsi carico dell’accoglienza e dell’esame delle domande di asilo presentate sul proprio territorio. La bandiera della nave che soccorre i migranti, quindi, è irrelavante per quanto riguarda il porto in cui questi devono sbarcare. 

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