Il 24 marzo, in una nota diffusa alla stampa, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha accolto con «apprezzamento» le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e della capa di gabinetto del Ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi. Delmastro e Bartolozzi si sono dimessi dopo la bocciatura della riforma della giustizia voluta al referendum, ma soprattutto per una serie di polemiche che li riguardano da alcune settimane. In particolare, Delmastro ha lasciato l’incarico per via delle sue presunti affari con persone vicine alla camorra, mentre la capa di gabinetto per delle frasi offensive contro i magistrati prima del referendum. Nella nota, oltre a ringraziare della decisione Delmastro e Bartolozzi, Meloni ha anche chiesto che la stessa decisione, ossia le dimissioni, sia presa dalla ministra del Turismo Daniela Santanchè. Quest’ultima è da tempo al centro di diverse inchieste giudiziarie sulla gestione di alcune sue società che possedeva prima di assumere l’incarico da ministra, ma finora il centrodestra aveva negato tutte le richieste di dimissioni fatte dalle opposizioni nei confronti di Santanchè.
Secondo fonti stampa, con le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, e poi quelle eventuali della ministra del Turismo, Meloni vuole rimpiazzare tutti gli esponenti del governo coinvolti in inchieste giudiziarie, per “coprire” la sconfitta del Sì al referendum. Al momento però la ministra del Turismo non sembra intenzionata a dimettersi, tanto che oggi è attesa al ministero e lei stessa avrebbe escluso di lasciare l’incarico. Il punto è che, secondo quanto previsto dalla legge, Santanchè non è obbligata a dimettersi dopo la richiesta di Meloni. In altre parole, la presidente del Consiglio non ha il potere di obbligare a dimettersi la ministra del Turismo, che sarebbe obbligata a lasciare l’incarico solo nel caso in cui la Camera o il Senato approvino una mozione di sfiducia contro di lei.
L’articolo 92 della Costituzione, quello che stabilisce la composizione del governo, stabilisce che i ministri sono nominati dal presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio, ma non prevede espressamente il potere per il capo del governo di revocare i ministri stessi. Così, negli anni si è affermata la prassi per cui i ministri e gli altri esponenti del governo sono obbligati a lasciare l’incarico solo nel caso in cui si approvata dalla Camera o dal Senato una mozione di sfiducia contro di loro. Secondo l’articolo 94 della Costituzione, sia alla Camera che al Senato, una mozione di sfiducia contro un membro del governo può essere presentata se viene sottoscritta da almeno un decimo dei deputati e deve essere messa ai voti non prima di tre giorni da quando è stata depositata. Il 25 marzo alla Camera tutti i partiti di opposizione hanno presentato una mozione di sfiducia contro Santanchè, che quindi potrà essere discussa in aula da sabato 28 marzo in poi, e dunque con tutta probabilità a partire da lunedì 30 marzo.
Nella storia repubblicana le mozioni di sfiducia non hanno quasi mai avuto successo. Per essere approvate, queste mozioni avrebbero bisogno del voto favorevole di una parte della maggioranza, a cui però non converrebbe far cadere il governo di cui fanno parte o un ministro. Tra le decine di mozioni di sfiducia individuali votate dal 1946 a oggi, solo una è stata approvata: quella contro Filippo Mancuso, ministro della Giustizia del governo Dini, il 19 ottobre 1995. Il fatto che una maggioranza di governo si trovi a sfiduciare in Parlamento un proprio ministro è molto significativo dal punto di vista politico, e potrebbe compromettere l’immagine e la tenuta della maggioranza stessa. Non a caso, in questa legislatura i partiti di centrodestra hanno già bocciato tre mozioni di sfiducia contro Santanchè in Parlamento.
In queste ore, Meloni sta quindi cercando di convincere la ministra del Turismo a dimettersi di sua spontanea volontà, per non dover rinviare la decisione in Parlamento, cosa che potrebbe mettere in difficoltà i gruppi parlamentari di centrodestra. La presidente avrebbe potuto revocare l’incarico alla ministra del Turismo se fosse già stata approvata la riforma del “premierato”, ossia la riforma presentata dal governo Meloni per introdurre l’elezione diretta del presidente del Consiglio, che però è al momento ferma in Commissione Affari costituzionali alla Camera. Tra le altre cose, infatti, il testo di questa riforma introduce la possibilità per il presidente del Consiglio di proporre al capo dello Stato la revoca dei ministri, oltre che la loro nomina. La possibilità per il capo del governo di revocare i ministri non era contenuta nel testo originario del premierato, ma è stato introdotto durante l’esame in commissione del testo al Senato, con un emendamento presentato proprio dal governo Meloni.
Secondo fonti stampa, con le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, e poi quelle eventuali della ministra del Turismo, Meloni vuole rimpiazzare tutti gli esponenti del governo coinvolti in inchieste giudiziarie, per “coprire” la sconfitta del Sì al referendum. Al momento però la ministra del Turismo non sembra intenzionata a dimettersi, tanto che oggi è attesa al ministero e lei stessa avrebbe escluso di lasciare l’incarico. Il punto è che, secondo quanto previsto dalla legge, Santanchè non è obbligata a dimettersi dopo la richiesta di Meloni. In altre parole, la presidente del Consiglio non ha il potere di obbligare a dimettersi la ministra del Turismo, che sarebbe obbligata a lasciare l’incarico solo nel caso in cui la Camera o il Senato approvino una mozione di sfiducia contro di lei.
L’articolo 92 della Costituzione, quello che stabilisce la composizione del governo, stabilisce che i ministri sono nominati dal presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio, ma non prevede espressamente il potere per il capo del governo di revocare i ministri stessi. Così, negli anni si è affermata la prassi per cui i ministri e gli altri esponenti del governo sono obbligati a lasciare l’incarico solo nel caso in cui si approvata dalla Camera o dal Senato una mozione di sfiducia contro di loro. Secondo l’articolo 94 della Costituzione, sia alla Camera che al Senato, una mozione di sfiducia contro un membro del governo può essere presentata se viene sottoscritta da almeno un decimo dei deputati e deve essere messa ai voti non prima di tre giorni da quando è stata depositata. Il 25 marzo alla Camera tutti i partiti di opposizione hanno presentato una mozione di sfiducia contro Santanchè, che quindi potrà essere discussa in aula da sabato 28 marzo in poi, e dunque con tutta probabilità a partire da lunedì 30 marzo.
Nella storia repubblicana le mozioni di sfiducia non hanno quasi mai avuto successo. Per essere approvate, queste mozioni avrebbero bisogno del voto favorevole di una parte della maggioranza, a cui però non converrebbe far cadere il governo di cui fanno parte o un ministro. Tra le decine di mozioni di sfiducia individuali votate dal 1946 a oggi, solo una è stata approvata: quella contro Filippo Mancuso, ministro della Giustizia del governo Dini, il 19 ottobre 1995. Il fatto che una maggioranza di governo si trovi a sfiduciare in Parlamento un proprio ministro è molto significativo dal punto di vista politico, e potrebbe compromettere l’immagine e la tenuta della maggioranza stessa. Non a caso, in questa legislatura i partiti di centrodestra hanno già bocciato tre mozioni di sfiducia contro Santanchè in Parlamento.
In queste ore, Meloni sta quindi cercando di convincere la ministra del Turismo a dimettersi di sua spontanea volontà, per non dover rinviare la decisione in Parlamento, cosa che potrebbe mettere in difficoltà i gruppi parlamentari di centrodestra. La presidente avrebbe potuto revocare l’incarico alla ministra del Turismo se fosse già stata approvata la riforma del “premierato”, ossia la riforma presentata dal governo Meloni per introdurre l’elezione diretta del presidente del Consiglio, che però è al momento ferma in Commissione Affari costituzionali alla Camera. Tra le altre cose, infatti, il testo di questa riforma introduce la possibilità per il presidente del Consiglio di proporre al capo dello Stato la revoca dei ministri, oltre che la loro nomina. La possibilità per il capo del governo di revocare i ministri non era contenuta nel testo originario del premierato, ma è stato introdotto durante l’esame in commissione del testo al Senato, con un emendamento presentato proprio dal governo Meloni.