Le dieci proposte degli esperti per migliorare il reddito di cittadinanza

Ansa
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Il 9 novembre il Comitato scientifico per la valutazione del reddito di cittadinanza – nominato a marzo scorso dal Ministero del Lavoro – ha presentato una relazione che, numeri alla mano, propone dieci modifiche per rendere il sussidio «più equo ed efficace».

Il testo è stato presentato in una conferenza stampa dalla sociologa Chiara Saraceno, che presiede il comitato, insieme al ministro del Lavoro Andrea Orlando (Partito democratico). Secondo Orlando, il documento dovrà essere «un punto di riferimento per ogni discussione sul tema, una riflessione per ogni ulteriore integrazione parlamentare» sul reddito di cittadinanza.

Vediamo che cosa ha proposto più nel dettaglio il comitato.

Meno discriminazioni per stranieri e famiglie numerose

Un primo problema del reddito di cittadinanza è quello di avere criteri di accesso troppo severi per i cittadini stranieri, come abbiamo spiegato in passato in altre analisi sul tema. Per ricevere il sussidio bisogna essere residenti in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi due continuativi. «Questo requisito esclude potenzialmente un’ampia quota di nuclei in cui tutti i componenti sono stranieri con residenza in Italia da meno di 10 anni», si legge nella relazione del comitato (come spiega un dossier del Parlamento, il requisito di avere 10 anni di residenza in Italia è inoltre molto probabilmente incostituzionale).

La proposta degli esperti nominati dal Ministero del Lavoro è quella di ridurre il requisito della residenza da 10 a cinque anni (un periodo considerato più ragionevole anche dalla giurisprudenza costituzionale). Secondo le stime del comitato, questa modifica costerebbe meno di 300 milioni di euro l’anno, poco più del 3 per cento degli 8,8 miliardi messi a bilancio nel 2021 per finanziare la misura.

Un secondo problema del sussidio, così come è strutturato oggi, è che penalizza le famiglie numerose con minori, a vantaggio dei percettori single. Questo limite è dovuto al modo in cui è strutturata la cosiddetta “scala di equivalenza”, lo strumento che sulla base di alcuni coefficienti determina la soglia di accesso al reddito di cittadinanza. Senza entrare troppo nei dettagli, all’aumentare del numero dei componenti di una famiglia, al momento c’è un’eccessiva riduzione del beneficio, rispetto a quello percepito dai nuclei con un solo componente.

In questo caso la proposta del comitato è quella di rivedere l’attuale scala di equivalenza, ripensando i coefficienti in maniera tale da riequilibrare la distribuzione del sussidio.

Discorso analogo vale anche per il contributo economico che viene dato per coprire una parte dell’affitto di un’abitazione. Secondo gli esperti, serve «differenziare il contributo per l’affitto in base alla dimensione del nucleo familiare, riducendolo per i nuclei di una sola persona e incrementandolo progressivamente al crescere del numero dei componenti».

C’è poi la questione sulle soglie patrimoniali. Oggi se un richiedente ha un patrimonio, mobiliare o immobiliare, superiore anche di poco ai 6 mila euro, è escluso dal beneficio. In questo caso si suggerisce di modulare l’accesso al contributo del reddito di cittadinanza in modo più flessibile, evitando «le esclusioni e i salti provocati dalle attuali previsioni normative».

I problemi sul fronte del lavoro

Come abbiamo spiegato in altre analisi, il reddito di cittadinanza non è solo una misura di contrasto alla povertà, ma anche una misura di politiche attive per il lavoro. Detta altrimenti, è nato con l’obiettivo di incentivare le persone a trovarsi un’occupazione.

I risultati su questo fronte sono stati finora piuttosto deludenti: un po’ per le storiche carenze del nostro Paese sulle politiche attive per il lavoro – scrive la relazione – un po’ per il sistema di incentivi su cui poggia il reddito di cittadinanza.

«Oggi a un percettore del reddito di cittadinanza lavorare non conviene», si legge tra le proposte avanzate dalla commissione. «In concreto, se il reddito da lavoro di un beneficiario di reddito di cittadinanza aumenta di 100 euro, l’ammontare della misura diminuisce di 80: il guadagno netto è solo di 20 euro. Di fatto, è come prevedere una tassazione dell’80 per cento sul nuovo reddito; entro un anno da quando si inizia a riceverlo, questa percentuale salirà al 100 per cento». Qui la proposta è quella di far sì che un percettore che trova occupazione possa conservare una parte più ampia del sussidio (uno schema chiamato in gergo tecnico in-work benefit).

Resta comunque il fatto che la gran parte dei beneficiari del reddito di cittadinanza costretti a trovare occupazione non sono facilmente collocabili sul mercato del lavoro. Secondo i dati di Anpal più aggiornati, al 30 settembre erano stati presi in carico dai centri per l’impiego circa 420 mila beneficiari, il 38 per cento circa dell’1,1 milione di beneficiari che avevano sottoscritto il Patto per il lavoro (una serie di regole da rispettare per continuare a prendere il sussidio mentre si cerca occupazione con i centri per l’impiego). In quella data i percettori presi in carico avevano in media un indice di profiling pari a quasi 0,9, un valore parecchio alto se si pensa che il valore 1 indica il grado più elevato di difficoltà nel collocamento lavorativo (Grafico 1).
Grafico 1. Indice di profiling dei beneficiari soggetti al Patto per il lavoro per ripartizione territoriale (valori medi) – Fonte: Anpal
Grafico 1. Indice di profiling dei beneficiari soggetti al Patto per il lavoro per ripartizione territoriale (valori medi) – Fonte: Anpal
In questo contesto si inserisce il dibattito sul cosiddetto “lavoro congruo”. Secondo il comitato degli esperti del Ministero, «i criteri attualmente utilizzati per definire congrua, e quindi non rifiutabile, un’offerta di lavoro non tengono conto adeguatamente» della fragilità occupazionale dei percettori del reddito di cittadinanza. «Occorre introdurre criteri – si legge tra le proposte – che, salvaguardando la dignità delle persone e il diritto a un equo compenso, siano più coerenti con le caratteristiche dei beneficiari e con l’obiettivo di favorirne la costruzione di un’esperienza lavorativa». Tra le idee avanzate, c’è quella di eliminare l’obbligo di accettare la seconda offerta entro 250 chilometri dal luogo di residenza o la terza se proviene da tutto il territorio nazionale (su questo punto il disegno di legge di Bilancio in arrivo in Parlamento vuole ridurre il numero di offerte rifiutabili da un massimo di tre a due, pena la perdita del sussidio).

In più, secondo il comitato, può avere senso «considerare, almeno temporaneamente, congrui non solo contratti di lavoro che abbiano una durata minima non inferiore a tre mesi, ma anche contratti di lavoro per un tempo più breve, purché non inferiori al mese, per incoraggiare persone spesso molto distanti dal mercato del lavoro a iniziare a entrarvi e fare esperienza».

Il comitato ha poi proposto di estendere gli incentivi per le imprese che assumono i percettori del reddito di cittadinanza (per esempio con contratti anche a tempo determinato, purché a orario pieno e di durata annuale) e di rafforzare i patti per l’inclusione sociale, previsti per i percettori non immediatamente attivabili per un percorso lavorativo.

Le altre proposte

Infine gli esperti del ministero hanno avanzato la proposta di eliminare altre due «distorsioni» nell’utilizzo del reddito di cittadinanza. La prima distorsione riguarda l’obbligo di spendere, entro il mese successivo all’erogazione, tutto l’importo del beneficio, pena la riduzione dell’assegno. La seconda distorsione riguarda il limite di prelievo di contante di 100 euro al mese.

Secondo il comitato, il primo vincolo va eliminato perché «impedisce alle famiglie di risparmiare, anche a scopo precauzionale, in vista di spese future»; il secondo va eliminato perché limita di fatto la «libertà delle persone» e «suggerisce anche una visione dei beneficiari come potenzialmente incapaci o irresponsabili solo perché poveri».

Prima di concludere, sottolineiamo che questa relazione sul reddito di cittadinanza «costituisce un primo esito di un lavoro di analisi e valutazione non ancora concluso». «Ovviamente, questo lavoro, e lo stesso comitato scientifico, hanno un senso non puramente di studio solo a condizione che i decisori politici ne facciano uso nel prendere le loro decisioni», si legge nel testo redatto dagli esperti del ministero.

Ad oggi però, considerato il quadro politico “anormale” di un governo di unità nazionale, è molto improbabile che le proposte avanzate dal comitato si possano concretizzare (si pensi per esempio alla riduzione degli anni di residenza in Italia per gli stranieri). Inoltre le novità previste dalla prossima legge di Bilancio – come denunciato sui giornali da Saraceno stessa e da altri membri del comitato, per esempio Cristiano Gori, professore ordinario di Politica Sociale all’Università di Trento – vanno in una direzione diversa, introducendo restrizioni all’accesso del sussidio.

In conclusione

Il Comitato scientifico per la valutazione del reddito di cittadinanza, nominato a marzo scorso dal Ministero del Lavoro, ha avanzato dieci proposte per rendere il sussidio più equo ed efficace.

Tra le idee messi in campo, ci sono quella di ridurre da 10 a cinque anni il periodo di residenza in Italia per poter accedere al beneficio; quella di ripensare la scala di equivalenza, per ridurre la discriminazione verso le famiglie più numerose; e quella di aumentare la parte di sussidio a integrazione dello stipendio di un percettore che trova lavoro.

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