Perché nessuno investe in Italia anche se il lavoro costa poco

Il problema dei bassi salari può essere anche un’opportunità, che però non riusciamo a cogliere
ANSA
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La crisi economica innescata dalla pandemia ha causato un forte aumento dell’inflazione, i cui segni sono percepibili ancora oggi nella riduzione del potere d’acquisto delle famiglie, anche a causa di una crescita insufficiente dei salari in questi anni. 

A ben vedere, però, la scarsa crescita dei salari non riguarda solo gli ultimi anni, ma gli ultimi decenni. Secondo l’OCSE, l’organizzazione che riunisce la maggior parte delle economie avanzate, dal 1990 a oggi i salari medi reali italiani non sono cresciuti, a differenza di quelli di quasi tutti gli altri Paesi avanzati. In un periodo di tempo piuttosto limitato, l’Italia è passata da essere una delle economie con i maggiori tassi di crescita, a diventare fanalino di coda in molti indicatori economici a livello europeo. Questa scarsa performance nella crescita economica si è riflessa anche sui salari, come mostrano anche i dati Eurostat, che raccontano come l’Italia sia l’unico Paese dell’Unione europea insieme alla Grecia ad aver registrato una riduzione del reddito medio reale dal 2000 a oggi.

La stagnazione dei salari è senza dubbio una cattiva notizia, ma per certi versi potrebbe rappresentare un’opportunità: se il costo del lavoro è basso, i capitali stranieri potrebbero essere interessati a investire nel nostro Paese per ridurre i costi. Da un’iniziale “sfruttamento” dei nostri bassi salari, potrebbe poi svilupparsi un percorso di crescita più solida, portando a un rilancio del Paese. Eppure, questo passaggio non sembra essere ancora avvenuto. Proviamo a capire perché.

I problemi del costo del lavoro italiano

Il 31 marzo Eurostat ha pubblicato i dati aggiornati sul costo del lavoro nel settore privato nell’Unione europea: nel 2025, la spesa media di un’azienda per pagare un lavoratore variava dai 12 euro l’ora della Bulgaria ai quasi 57 del Lussemburgo, mentre per l’Italia il dato è pari a 32 euro lordi l’ora. Il nostro Paese si posiziona al di sotto della media dell’Unione europea, che è di circa 35 euro lordi l’ora.

Il livello di costo orario, il nostro Paese è ben distante da quello dei nostri vicini: in Germania e in Francia si parla di 45 e 44 euro lordi l’ora rispettivamente, mentre la Spagna e la Grecia registrano un dato più basso di quello italiano, con poco più di 26 e 18 euro lordi l’ora.
Costo del lavoro per le aziende con almeno dieci dipendenti (euro/ora, 2025) – Fonte: Eurostat
Costo del lavoro per le aziende con almeno dieci dipendenti (euro/ora, 2025) – Fonte: Eurostat
Un primo problema nel fare questi confronti è quello fiscale: è vero che il costo del lavoro italiano è più basso rispetto alla media europea, ma una parte consistente di quel costo del lavoro non si traduce in retribuzione netta per il lavoratore. Questo significa che, a parità di costo per l’azienda, un datore di lavoro pagherà uno stipendio netto più alto o più basso a seconda del Paese. L’Italia si posiziona al decimo posto su 27 per costo del lavoro in Unione europea, poco sotto la media, ma ha il quarto cuneo fiscale più alto tra i Paesi avanzati dell’OCSE. Il cuneo fiscale è, in breve, la differenza tra il valore lordo della busta paga e il suo valore netto, ossia quello effettivamente percepito dal lavoratore. Nel 2024, il 47,1 per cento del costo del lavoro medio in Italia finiva in tasse e contributi pensionistici, un dato decisamente più alto della media OCSE (34,9 per cento), ma anche di molti Paesi europei, come la Spagna, il Portogallo e la Grecia, tutte intorno al 40 per cento.

Dunque, è vero che in Italia si pagano i lavoratori meno della media, e questo potrebbe essere un fattore per attirare, almeno inizialmente, investitori stranieri interessati a figure specializzate a un costo relativamente basso. È anche vero, però, che in altre economie con un costo del lavoro basso, anche la tassazione è inferiore. 

Oltre all’alto cuneo fiscale, ci sono altri fattori che in questi anni hanno portato i capitali esteri a scegliere altri Paesi su cui investire. Vediamo alcuni esempi.

Il caso dell’Irlanda

La possibilità di attirare capitali attraverso un basso costo del lavoro non è una novità. Un caso molto noto è quello dell’Irlanda. Il Paese è stato colpito duramente dalle crisi economiche tra il 2008 e il 2013, quando anche l’Italia era in preda ai problemi legati allo Spread. In quel momento l’economia irlandese era in stagnazione, il livello del debito era elevato e il tasso di disoccupazione non accennava a scendere. Alcune riforme, comprese misure di austerità sui conti, avevano permesso di snellire i processi e ridurre gli sprechi all’interno dell’economia, attirando molti investimenti dall’estero. Ma il caso irlandese aveva una peculiarità: a causa del ritardo nello sviluppo economico, il costo del lavoro era molto più basso rispetto a Paesi con una forza lavoro simile, nonostante l’ecosistema si presentasse molto fertile per nuovi investimenti. I lavoratori irlandesi, infatti, hanno un primo grande vantaggio: sono madrelingua inglese. Inoltre, anche nell’epoca in cui l’Irlanda si trovava in crisi economica, il livello medio di istruzione era piuttosto elevato: nel 2008, un adulto in età da lavoro su tre aveva una laurea, contro il 14 per cento dell’Italia. Oggi più della metà degli irlandesi tra 25 e 64 anni ha una laurea (58 per cento), mentre in Italia siamo ancora fermi al 22 per cento.

La presenza di una forza lavoro così qualificata, madrelingua inglese e a un costo relativamente basso rispetto ad altre economie, come la Francia o la Germania, ha spinto moltissime aziende internazionali a investire in Irlanda, facendola uscire dalla crisi e rendendola in pochi anni una delle economie più ricche dell’Eurozona. Al netto di questi vantaggi, non si può non tenere conto del regime fiscale estremamente conveniente come principale fattore di attrazione per le multinazionali di tutto il mondo. In Irlanda, infatti, le imposte sui profitti delle società sono molto basse e numerose aziende, soprattutto nell’ambito tecnologico, hanno deciso di stabilire la propria sede nel Paese per poter operare in Unione europea.

Sarebbe però sbagliato sostenere che il successo irlandese sia dovuto solo ed esclusivamente al dumping fiscale, ossia al fenomeno per cui un Paese impone una tassazione più bassa per “sottrarre” contribuenti ai Paesi vicini. Ci sono infatti economie in Ue che hanno una tassazione simile o inferiore a quella irlandese, ma che non offrono lo stesso ecosistema industriale. È il caso di Cipro, in cui l’imposta sul reddito delle società è al 12,5 per cento, come in Irlanda, o di Ungheria e Bulgaria, che hanno aliquote del 9 e del 10 per cento. In Italia, la percentuale di imposta pagata sul reddito delle società è al 27,4 per cento, il quarto dato più alto in Unione europea.
Pagella Politica

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L’esempio della Spagna

La Spagna è un esempio più recente di investimenti attirati, tra le altre cose, anche dal basso costo del lavoro. In un articolo di marzo, avevamo raccontato alcune delle ricette dietro al successo dell’economia spagnola e, tra queste, c’era il fatto di aver puntato su settori ad alta specializzazione. La crescita è stata trainata dagli investimenti che le multinazionali straniere hanno compiuto nel Paese. Negli ultimi cinque anni, Google ha aperto un nuovo quartier generale a Barcellona e un centro di ricerca sulla cybersicurezza a Malaga; Siemens ha annunciato un data center hub a Madrid; Vodafone ha scelto Malaga per aprire il suo centro europeo per la ricerca e lo sviluppo; e Microsoft ha aumentato i propri investimenti all’interno del distretto dell’innovazione di Barcellona, solo per citare alcuni casi.

Come per l’Irlanda, questi investimenti non si spiegano solo con un costo del lavoro più basso rispetto alla media dell’Unione europea: per esempio, anche la Spagna ha un vantaggio linguistico, dato che lo spagnolo è la quarta lingua più utilizzata al mondo dopo l’inglese, il mandarino e l’hindi. Inoltre, la percentuale di laureati in Spagna è quasi doppia rispetto all’Italia: 42 per cento, contro il nostro 22 per cento. Nonostante la Spagna abbia circa 10 milioni di abitanti in meno di noi, il numero assoluto di laureati tra 25 e 64 anni è più alto del nostro (590 mila contro 543 mila).

I Paesi che riescono ad attirare capitali dall’estero grazie al basso livello degli stipendi non si limitano a offrire forza lavoro a un costo relativamente inferiore, altrimenti le aziende si trasferirebbero tutte in Bulgaria, dove la paga oraria è la più bassa d’Europa. Una caratteristica fondamentale è la presenza di elementi da economia molto avanzata, con delle potenzialità inespresse: un alto tasso di laureati, ma anche un mercato del lavoro che non offre loro opportunità, può essere un terreno fertile per nuovi investimenti che coinvolgano figure professionali specializzate. Se però i laureati sono pochi e spesso presentano un livello di competenze non adeguato, attirare capitali stranieri diventa più difficile. Nel 2023, per esempio, i test attitudinali OCSE sulle competenze degli adulti in termini di alfabetizzazione, calcolo e risoluzione dei problemi mostravano l’Italia occupare sempre le ultime posizioni.

I costi di investire in Italia

Le esperienze di altri Stati europei ci suggeriscono alcuni dei problemi che spingono gli investitori a non puntare sull’Italia. C’entra per esempio un basso livello di competenze linguistiche: secondo la società di formazione linguistica EF, l’Italia è ultima in Unione europea per livello di inglese (in tutta l’Europa continentale, solo la Turchia fa peggio tra i Paesi analizzati). A questo si aggiunge poi il tasso di laureati decisamente inferiore rispetto agli altri grandi Paesi Ue, e anche il fatto che il sistema universitario italiano non sempre riesce a fornire ai suoi studenti competenze spendibili sul mercato del lavoro, tanto che i nostri neolaureati faticano molto di più a trovare un impiego rispetto alla media europea. Ci sono poi aspetti che hanno a che fare con questioni amministrative o che riguardano la certezza del diritto: in Italia, un processo civile di primo grado richiede in media 500 giorni (un anno e cinque mesi) per arrivare a una sentenza, contro i circa 450 giorni (un anno e tre mesi) della Spagna e poco più di 200 giorni (7 mesi) della Germania.

La risoluzione di questi problemi, che non sempre hanno strettamente a che fare con questioni economiche, è fondamentale per garantire il rilancio dell’economia. I servizi ad alta competenza, come i lavori consulenziali, le attività professionali e di ricerca, sono ancora molto poco sviluppati nel nostro Paese, ma rappresentano una strada importante per provare a rilanciare l’economia, come è accaduto in Spagna. Ma finché il livello di competenze e il carico burocratico per le imprese rimarranno quelli attuali, sarà difficile attirare nuovi investimenti, anche “svendendo” le nostre professionalità grazie a un basso costo del lavoro.

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