Davvero il governo Meloni ha ridotto la povertà?

La presidente del Consiglio ha rivendicato questo risultato insieme ad alcuni compagni di partito. Vediamo se ha ragione oppure no
ANSA
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Nei giorni scorsi diversi esponenti di Fratelli d’Italia hanno dichiarato che la povertà nel nostro Paese sta calando grazie al governo Meloni. «Un dato che è uscito due giorni fa mi ha reso particolarmente fiera: in Italia il rischio povertà diminuisce di quasi due punti», ha detto il 9 marzo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, durante un evento istituzionale in Umbria. «Proprio oggi l’Istat certifica che diminuisce la povertà e diminuiscono le disuguaglianze sociali in Italia», aveva dichiarato (min. 0:58) due giorni prima il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, ospite a Dritto e Rovescio su Rete 4. «L’indicatore Istat sulla riduzione del rischio povertà è la dimostrazione che non era il reddito di cittadinanza a poter risolvere i problemi delle famiglie italiane, ma una serie di misure che andassero direttamente alle famiglie e, tramite loro, anche ai minori», ha scritto invece su Facebook il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Tommaso Foti. 
Ma è vero che con il governo Meloni la povertà in Italia è calata? E se sì, è davvero merito delle misure approvate dal governo che hanno sostituito il reddito di cittadinanza? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Che cosa calcola Istat

Le dichiarazioni degli esponenti di Fratelli d’Italia fanno riferimento più o meno esplicito a una statistica recente. Il 6 marzo l’Istat ha pubblicato infatti le stime più aggiornate sull’impatto delle politiche che hanno effetti sulla redistribuzione dei redditi in Italia. In parole semplici, l’istituto nazionale di statistica ha usato un modello per simulare, sulla base dei dati sui redditi delle famiglie italiane, come sono cambiati questi redditi con le politiche attive nel 2023.

Grazie a questa simulazione l’Istat ha stimato in particolare come sono cambiati due indicatori: l’indice di Gini e il rischio di povertà. L’indice di Gini quantifica quanto è diseguale la distribuzione dei redditi in Italia. L’indice varia da un valore pari a zero, quando i redditi sono distribuiti in maniera perfettamente egualitaria, a un valore pari a cento, ossia la soglia che rappresenta la massima disuguaglianza. Il rischio di povertà, invece, quantifica la percentuale di persone che vive in famiglie con un reddito inferiore alla soglia di rischio di povertà. La soglia si calcola in questo modo: come prima cosa si guarda la distribuzione di un particolare tipo di reddito, il “reddito disponibile equivalente”. Si prende il valore mediano, ossia quel valore del reddito disponibile equivalente sotto cui sta metà della popolazione, e sopra l’altra metà. La soglia del rischio di povertà è fissata in un valore pari al 60 per cento di questo valore mediano: chi ha un reddito inferiore a questa soglia, è a rischio povertà.

Le politiche considerate da Istat

Nel rapporto pubblicato di recente, Istat ha simulato come sono cambiati nel 2023 l’indice di Gini e il rischio di povertà grazie alle «principali politiche per le famiglie» che l’anno scorso sono intervenute nella formazione dei redditi delle famiglie in Italia. Istat ha considerato tre misure: l’assegno unico e universale per i figli a carico; il reddito di cittadinanza, che dal 1° settembre 2023 è stato affiancato per una parte dei beneficiari dal supporto per la formazione e il lavoro; e il cosiddetto “taglio del cuneo fiscale”, ossia la riduzione della differenza tra il lordo e il netto in busta paga.  

Come ha sottolineato la stessa Istat nella prima frase del suo rapporto, «nel 2023 le politiche che hanno effetti sulla formazione dei redditi familiari sono, principalmente, riconducibili a misure già esistenti nel 2022», dunque prima dell’insediamento del governo Meloni, avvenuto alla fine di ottobre 2022.

L’assegno unico è stato infatti approvato nel 2021 dal governo Draghi, sulla base di una legge delega approvata nel 2020 durante il secondo governo Conte, ed è entrato in vigore nel 2022 (in quel periodo Fratelli d’Italia era all’opposizione in Parlamento). La legge di Bilancio per il 2023, la prima approvata dal governo Meloni, ha introdotto alcune modifiche per l’assegno unico: per esempio lo ha aumentato del 50 per cento per ciascun figlio di età inferiore a un anno.

Per i redditi fino a 35 mila euro, il governo Draghi aveva introdotto un taglio del cuneo fiscale di due punti percentuali, aumentati poi dal governo Meloni nel 2023 fino a sette punti per i redditi fino a 25 mila euro e fino a sei punti per i redditi fino a 35 mila euro. Con la legge di Bilancio per il 2024, il governo Meloni ha prorogato anche per quest’anno il taglio del cuneo fiscale. Questa proroga, però, non è stata presa in considerazione da Istat nelle sue stime, che, come detto, fanno riferimento solo al 2023. 

Nelle sue simulazioni Istat ha poi considerato l’impatto del reddito di cittadinanza, che è stato ufficialmente eliminato dal 1° gennaio 2024. Dall’inizio di quest’anno è stato introdotto l’assegno di inclusione, destinato alle famiglie dove vivono persone non considerate “occupabili” dal governo: i minori, anziani con almeno 60 anni di età e disabili. Le famiglie che al loro interno non avevano componenti con queste caratteristiche hanno smesso di percepire il reddito di cittadinanza a partire dal 1° settembre 2023, con l’introduzione del supporto per la formazione e il lavoro. Quest’ultimo consiste in un assegno mensile da 350 euro, che si può ricevere per 12 mesi al massimo, con l’obbligo di partecipare a corsi di formazione. In ogni caso l’anno scorso le famiglie con minori, anziani e disabili hanno continuato a percepire il reddito di cittadinanza.

Che cosa è successo nel 2023

Secondo le stime di Istat, grazie alle tre misure appena viste, nel 2023 è aumentata in Italia l’equità nella distribuzione dei redditi ed è sceso il rischio di povertà. L’indice di Gini è passato da un valore pari a 31,9 a 31,7, mentre il rischio di povertà è sceso da un valore pari a 20 a 18,8. Assegno unico, reddito di cittadinanza e supporto per la formazione e il lavoro, e il taglio del cuneo fiscale hanno contribuito con un peso diverso alla riduzione di questi due indicatori (Tabella 1).
Tabella 1. Effetti sulla disuguaglianza e sul rischio di povertà delle misure attive nel 2023, valori percentuali – Fonte: Istat
Tabella 1. Effetti sulla disuguaglianza e sul rischio di povertà delle misure attive nel 2023, valori percentuali – Fonte: Istat
L’assegno unico e il taglio del cuneo hanno ridotto rispettivamente di 0,2 punti percentuali e di 0,1 punti l’indice di Gini, mentre le novità che hanno riguardato il reddito di cittadinanza lo hanno fatto leggermente salire. L’assegno unico è stata la misura che più di tutte ha contribuito al calo del rischio di povertà (-0,7), mentre l’effetto delle misure sul reddito di cittadinanza è stato nullo. Ribadiamo che questi numeri non tengono ancora conto dell’eliminazione del reddito di cittadinanza: per conoscere le conseguenze dell’introduzione dell’assegno di inclusione, bisognerà aspettare le simulazioni Istat sulla redistribuzione dei redditi relative al 2024. Dire che l’abolizione del reddito di cittadinanza non ha fatto aumentare il rischio di povertà, o ha contribuito a farlo scendere, è una dichiarazione al momento priva di prove.

Come abbiamo spiegato in passato in vari fact-checking, il reddito di cittadinanza ha contribuito a ridurre il fenomeno della povertà in Italia, o meglio: a contenerne l’aumento durante il 2020 e il 2021, gli anni colpiti di più dalla crisi causata dalla pandemia di Covid-19. Il reddito di cittadinanza ha avuto risultati molto inferiori alle aspettative sul fronte delle politiche per il lavoro, ossia quelle per aiutare i disoccupati a trovare un lavoro. 

Sui risultati ottenuti dal reddito di cittadinanza, e sui suoi limiti, abbiamo pubblicato un eBook lo scorso anno. Puoi riceverlo sostenendo il nostro lavoro: il primo mese di prova è gratuito. 

Il calo già con il governo Draghi

La riduzione della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi e del rischio di povertà non è un risultato conseguito per la prima volta dal governo Meloni. Come abbiamo visto, le misure adottate nel 2023 hanno seguito la strada tracciata dal precedente governo. E già durante il governo Draghi erano migliorati i due indicatori analizzati da Istat. Nel 2022, quando il reddito di cittadinanza era pienamente in vigore, l’indice di Gini è sceso da 30,4 a 29,6, mentre il rischio di povertà è passato da 18,6 a 16,8. La stessa Istat ha comunque sottolineato che le stime del 2023 «non sono direttamente confrontabili con quelli dell’edizione del 2022 perché è stata aggiornata la base dati del modello» e perché nella nuova edizione, pubblicata di recente, «non si è potuto tenere conto dei bonus per le bollette elettriche e del gas», introdotti nel 2022 per far fronte all’aumento dei costi dell’energia. In ogni caso, anche prima del governo Meloni un miglioramento c’era stato.

Un’ultima osservazione: i dati sul rischio di povertà non vanno confusi con quelli sulla povertà assoluta pubblicati ogni anno da Istat. Lo scorso ottobre l’Istat ha pubblicato il rapporto più aggiornato sul tema, dove ha spiegato che nel 2022 in Italia vivevano oltre 5,6 milioni di persone in povertà assoluta. È considerato in “povertà assoluta” chi non raggiunge una soglia di spesa mensile ritenuta necessaria per avere uno standard di vita accettabile (questa soglia varia a seconda della zona dove si vive e dal numero di componenti del nucleo familiare). Per sapere se nel 2023 è aumentato o sceso il numero dei cittadini in povertà assoluta bisognerà aspettare che Istat pubblichi i dati aggiornati.  

Ricapitolando: è vero che nel 2023, secondo Istat, c’è stato un calo del rischio di povertà. Questo però è avvenuto in continuità con quanto fatto dal governo precedente, guidato da Mario Draghi, con Fratelli d’Italia all’opposizione. Dire poi che il calo è merito dell’eliminazione del reddito di cittadinanza è scorretto.

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