Luci e ombre del governo Meloni nel contrasto alla mafia

In quasi quattro anni sono state approvate molte misure per combattere la criminalità organizzata, ma per le associazioni certe scelte potrebbero danneggiare la lotta alle mafie
ANSA
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L’impegno politico di Giorgia Meloni è iniziato all’indomani della strage di via d’Amelio, a Palermo, in cui il 19 luglio 1992 la mafia uccise il magistrato Paolo Borsellino insieme a cinque agenti della scorta. L’ha raccontato lei stessa più volte, l’ultima pochi giorni fa, in occasione del 34esimo anniversario da quella strage: «Il 19 luglio è una data che ha segnato la storia d’Italia. E ha segnato anche la mia vita», ha scritto la presidente del Consiglio sui social.

Pochi giorni prima, il 13 luglio, si era tenuta la cerimonia di svelamento della FIAT Croma bianca su cui viaggiavano il magistrato Giovanni Falcone, la magistrata Francesca Morvillo e gli agenti della scorta quando, nel 1992, sono stati uccisi dalla mafia nei pressi dello svincolo per Capaci, nel Palermitano. «Il testimone di Giovanni, il testimone di Paolo non è caduto, è saldo nelle mani delle istituzioni, rappresenta un giuramento quotidiano che va, dal mio punto di vista, onorato con i fatti», ha detto Meloni in quell’occasione.

D’altronde la «lotta alle mafie» era uno dei punti del programma elettorale del centrodestra alle ultime elezioni politiche, e da quando si è insediato a ottobre 2022 il governo ha approvato diversi provvedimenti sul tema. Ma al netto delle motivazioni personali e dei proclami, che cosa ha fatto il governo Meloni in quasi quattro anni per contrastare il fenomeno mafioso? 

I passi in avanti

Guardando ai provvedimenti approvati, il governo può rivendicare dei risultati positivi. L’ultimo in ordine di tempo è la legge cosiddetta “Liberi di scegliere”, approvata definitivamente il 15 luglio, che tutela donne e minori che decidono di allontanarsi da contesti mafiosi. Il testo prevede misure di tutela – come la modifica di documenti o il trasferimento in luoghi sicuri – e forme di supporto anche economico a favore di donne e minori, oltre a strumenti per favorire la continuità lavorativa, l’inserimento lavorativo in caso la persona sia disoccupata o il completamento del ciclo di studi. Il provvedimento è stato accolto in modo molto positivo dalle associazioni impegnate nella lotta contro la mafia. «È motivo di enorme gioia per chi come noi da anni sperimenta i problemi di donne, bambini e ragazzi che cercano la propria libertà e dignità lontano dai contesti mafiosi di origine, a costo di affrontare minacce e rischi concreti», ha commentato ad esempio don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e del Gruppo Abele. Libera è una rete di associazioni e gruppi che lavorano per contrastare le mafie e la criminalità, mentre il gruppo Abele si occupa di aiutare le persone che vivono in situazione di emarginazione.

Il 14 luglio poi il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare un decreto legislativo per l’attuazione della direttiva europea sul recupero e la confisca dei beni alle mafie. «Questa legge è stata definita da tantissimi la legge Rognoni-La Torre europea», ha spiegato a Pagella Politica Tatiana Giannone, responsabile nazionale dei beni confiscati di Libera. La legge Rognoni-La Torre è un provvedimento del 1982 che è stato centrale per la lotta alla mafia, perché ha introdotto nel Codice penale il reato di associazione di stampo mafioso e ha istituito la confisca dei beni mafiosi. «Ora vedremo come andrà avanti la discussione perché il testo dovrà passare in Commissione Giustizia e dovrà fare ulteriori passaggi prima dell’approvazione definitiva. Il nostro compito sarà quello di vigilare affinché l’impianto rimanga tale. In generale, la direttiva è stata un traguardo fondamentale e il suo recepimento il primo passo di un percorso di adeguamento legislativo», ha aggiunto Giannone.

Tra le misure antimafia più corpose della legislatura c’è uno dei tanti decreti cosiddetti “Sicurezza”, che nel 2025 ha introdotto alcune nuove misure: dalla documentazione antimafia estesa alle imprese in rete, al rafforzamento delle identità di copertura per collaboratori e testimoni di giustizia, fino a nuove regole sulla gestione delle aziende confiscate. Lo stesso anno è poi arrivato un intervento contro le ecomafie e i traffici illeciti di rifiuti, settori storicamente controllati dalla criminalità organizzata. Quel provvedimento prevede misure specifiche per la bonifica della cosiddetta “terra dei fuochi”, cioè quella zona tra le province di Napoli e Caserta nota per lo smaltimento illecito dei rifiuti. Infine, nel 2026 la possibilità di condurre operazioni sotto copertura è stata estesa alla polizia penitenziaria, per contrastare i traffici e gli ordini che i boss continuano a gestire dal carcere.

Le scelte controverse

Accanto a queste misure, ci sono però scelte che secondo diverse associazioni attive nel contrasto al fenomeno mafioso rischiano di andare nella direzione opposta. Le critiche riguardano soprattutto due ambiti: le norme che allentano i controlli su flussi di denaro e appalti, e le riforme della giustizia che riducono gli strumenti di indagine e di responsabilità.

Sul primo fronte c’è ad esempio l’innalzamento del tetto al contante da 3 mila a 5 mila euro dal 2023, previsto dalla legge di Bilancio per il 2023 (art. 1 comma 384), che è stato definito da Libera «un inquietante passo indietro». «Guardando a questo provvedimento si potrebbe pensare che non c’entra con la mafia. In realtà, noi ci siamo pronunciati contro l’innalzamento della soglia perché il contante rischia di generare un’economia che esce dai circuiti tracciati e tracciabili», ha spiegato a Pagella Politica Francesca Rispoli, copresidente nazionale di Libera. «In Italia c’è un problema di sommerso importante, quindi noi avremmo bisogno di aumentare e soprattutto di monitorare gli strumenti di tracciabilità delle transazioni. Se invece si va nella direzione opposta, ovvero favorendo l’uso del contante, questo costituisce un rischio per l’ampliamento dell’economia sommersa».

Nella stessa direzione va letta la riforma del Codice dei contratti pubblici del 2023, che ha ampliato il ricorso agli affidamenti diretti delle gare pubbliche: secondo l’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC), nel 2024 quasi il 98 per cento delle acquisizioni di servizi e forniture è avvenuto senza gara, un elemento che, come ha spiegato la stessa ANAC, riduce la concorrenza e aumenta i rischi di infiltrazione criminale.

Sul fronte della giustizia, la misura più discussa è la cosiddetta “legge Nordio” del 2024, che ha abolito il reato di abuso d’ufficio e ristretto il traffico di influenze illecite. «L’abolizione dell’abuso di ufficio è un elemento di grande criticità su cui noi ci siamo esposti. È uno di quei reati attraverso cui chi indagava riusciva ad arrivare ad altri reati. Noi sappiamo che l’abuso d’ufficio è una sorta di “spia”, attraverso cui si possono comprendere reticoli più ampi», ha spiegato la copresidente di Libera. Abolire l’abuso d’ufficio ha significato «invalidare una serie di indagini in corso e generare una forma di “impunità”, perché non poter più perseguire questa condotta indebolisce la tutela dei cittadini». 

L’elenco però non si esaurisce qui. Tra i provvedimenti controversi c’è la limitazione a 45 giorni delle intercettazioni, che anche se non tocca le indagini di mafia in senso stretto può complicare quelle sui reati collegati alla criminalità organizzata. «Quando si lavora su grandi traffici e ampie reti criminali, 45 giorni sono un periodo di tempo assolutamente non adeguato. Chi investiga ha bisogno di tempi più lunghi per comprendere se ci sono dinamiche criminali», ha spiegato Rispoli.

E poi c’è la riforma della Corte dei conti, che ha ridotto la responsabilità per danno erariale proprio mentre il PNRR e le grandi opere richiederebbero controlli più stringenti, come sta dimostrando per esempio l’indagine per corruzione sul ponte sullo Stretto.

Per analizzare nel suo complesso l’operato del governo Meloni non è sufficiente studiare quali sono state le leggi che hanno esplicitamente l’obiettivo di contrastare la mafia. «Delle cose fatte dal governo sono positive, ci sono cose che si muovono e speriamo che continuino a muoversi. Però, quando parliamo di strumenti contro la mafia non dobbiamo parlare solo di mafia, ma anche di ciò che alimenta le mafie. Perciò è importante interrogarsi più complessivamente su temi che hanno a che vedere con il controllo, con il rischio di abuso di potere, le posizioni dominanti, il conflitto di interesse», ha aggiunto Rispoli. «Perché le mafie non mollano mai. Continuano a fare traffico di armi, estorsione, appalti. Ma di stagione in stagione, di strage in strage, di maxiprocesso in maxiprocesso non sono mai morte, si sono sempre adattate. Hanno imparato a stare in tutti gli ambienti e, anzi, talvolta anche a forgiarli».

L’attribuzione di meriti

In certe occasioni i partiti di maggioranza hanno vantato meriti che in realtà non sono interamente collegabili a decisioni o a strategie adottate dal governo Meloni. Ad esempio il 14 luglio il profilo Instagram di Fratelli d’Italia ha pubblicato un post in cui si sostiene che nei primi quattro anni del governo Meloni le confische dei beni sottratti alla mafia e restituiti alla collettività siano «aumentati del 60 per cento».
Al di là della affidabilità o meno di questa percentuale – che non è possibile verificare perché i dati disponibili si fermano al 2024, e cioè ai primi due anni di governo Meloni – i meriti non sono attribuibili direttamente al governo.

«Sul tema della confisca è la magistratura che incide più di tutti. Nel senso che la magistratura dà l’input alla procedura, e poi le varie forze di polizia procedono agli accertamenti e propongono i patrimoni da sequestrare. Poi l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC) interviene nella fase di confisca di secondo grado, quindi quando il processo è già molto avanti», ha spiegato Tatiana Giannone.

Fare un confronto nel tempo tra il numero di beni confiscati nei vari anni è più complicato di quanto potrebbe sembrare, perché è necessario tenere in considerazione una serie di fattori. «Prima di tutto bisogna considerare che rispetto al passato le mafie hanno molto diversificato i loro investimenti. Quindi, se guardiamo alle confische di quasi trent’anni fa, ci sono tanti immobili, tanti terreni, tante ville. Adesso le mafie investono molto di più all’estero, in beni mobili o in attività economiche e questo rende la parte di lavoro giudiziario sul sequestro e la confisca molto più lunga. E prima di avere una sentenza definitiva che dica che il bene può essere confiscato i tempi si allungano», ha detto Giannone. Per questi motivi, «fare un confronto sui dati è molto difficile perché su quei dati intervengono davvero tante variabili».

Insomma, in quasi quattro anni il governo Meloni ha approvato diversi provvedimenti rivolti al contrasto della mafia, alcuni dei quali sono stati valutati positivamente dalle associazioni del settore. Allo stesso tempo, però, ha introdotto anche misure che hanno ridotto i controlli, limitato strumenti di indagine o ampliato gli spazi di discrezionalità negli appalti pubblici, aumentando secondo gli esperti i rischi di infiltrazione criminale. Accanto ai risultati rivendicati dal governo, quindi, restano delle scelte controverse, e molti dei successi attribuiti alla maggioranza dipendono soprattutto dal lavoro della magistratura, delle forze dell’ordine e delle altre istituzioni coinvolte.

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