I libri di Conte e Calenda alla prova del fact-checking

Abbiamo verificato sei dichiarazioni del leader del Movimento 5 stelle e tre del segretario di Azione, che in alcuni casi hanno fatto affermazioni esagerate
ANSA
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Il 14 aprile nelle librerie sono arrivati i nuovi libri di Giuseppe Conte e Carlo Calenda. Con Una nuova primavera (Marsilio editori) il presidente del Movimento 5 Stelle ha fatto il suo debutto nel mondo dell’editoria, mentre il segretario di Azione con Difendere la libertà (Piemme) ha raggiunto quota cinque pubblicazioni.

Abbiamo verificato una serie di affermazioni contenute nei libri, partendo da quello pubblicato da Conte. In poco meno di 400 pagine il presidente del Movimento 5 Stelle ricostruisce le tappe principali della sua carriera politica, in alcuni casi dicendo la verità, e in altri commettendo qualche errore.

Il reddito di cittadinanza

«Il decreto-legge che lo introdusse (il reddito di cittadinanza), il 28 gennaio 2019, passò in Parlamento con i voti favorevoli di M5S e Lega, e con il voto contrario di tutti gli altri gruppi parlamentari. Ma la Lega stessa, un attimo dopo avere approvato la riforma, l’ha abiurata, andando a infittire la lunga lista dei nemici del reddito di cittadinanza. Matteo Salvini, durante l’estate del 2021, ha ribadito più volte che la misura andava abolita, arrivando a dichiarare, il 28 agosto a Pinzolo, che «in manovra economica l’emendamento per farlo lo metto io, avrà la mia prima firma. Dobbiamo assolutamente cancellare il reddito di cittadinanza»

Conte è un po’ impreciso. Il decreto-legge che ha introdotto il reddito di cittadinanza nel 2019 è stato convertito in legge al Senato con i voti favorevoli del Movimento 5 Stelle e della Lega, mentre Forza Italia, Fratelli d’Italia e Partito Democratico – all’epoca tutti all’opposizione – hanno votato contro. I senatori di Liberi e Uguali, la lista di sinistra guidata all’epoca dall’ex magistrato Piero Grasso, si erano invece astenuti.

Per quanto riguarda Salvini, è vero che nel periodo dell’approvazione si è schierato anche pubblicamente a favore della misura. «Il reddito è uno strumento giusto, ci credo», aveva detto a Non è l’Arena. L’anno seguente, invece, il leader della Lega ha poi avanzato dubbi sul suo funzionamento. Ad esempio, a giugno 2020 aveva detto di non essere «pentito del reddito di cittadinanza, il problema è che da qualche mese c’è totale confusione e il sistema per incrociare domanda e offerta è fermo». Successivamente ha cambiato idea, sostenendo la necessità di abolirlo: «Il reddito di cittadinanza va cancellato assolutamente. A settembre proporremo un testo e io metterò la prima firma all’emendamento», ha detto Salvini il 28 agosto 2021.

I lavoratori sottopagati

«Lavoratrici e lavoratori sottopagati non sono una sparuta minoranza, ma rappresentano il 25 per cento circa del totale degli occupati»

In questo caso il presidente del Movimento 5 Stelle esagera. Prima di tutto, non è chiaro cosa intenda con «sottopagati». Se si adotta la definizione di Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, sono considerati lavoratori a basso salario i «dipendenti che guadagnano due terzi o meno dei guadagni orari lordi medi nazionali». Sulla base di questa definizione, secondo i dati più aggiornati di Eurostat, nel 2022 rientrava in questa categoria l’8,8 per cento dei lavoratori in Italia. Si tratta dunque di una quota nettamente inferiore rispetto a quella indicata da Conte.

Ci sono poi ampie differenze tra le varie categorie di lavoratori. Ad esempio, secondo ISTAT, l’incidenza dei dipendenti a bassa retribuzione è più alta tra le donne (12,2 per cento contro il 9,6 per cento degli uomini), gli under 30 (23,6 per cento) e chi esercita professioni non qualificate (33,3 per cento). Conte però nella sua dichiarazione parla «del totale degli occupati» e quindi della media tra le varie categorie – pari all’8,8 per cento – e non di gruppi specifici di lavoratori.

Il programma del Movimento 5 Stelle

«Innanzitutto, bisogna riconoscere come nei due esecutivi in cui è stata forza maggioritaria, il M5S è riuscito a realizzare circa l’80 per cento del programma presentato agli elettori in campagna elettorale, caratterizzandosi come una vera, notevole forza riformatrice»

Qui Conte è troppo ottimista. Come abbiamo spiegato in un precedente fact-checking, alle elezioni politiche del 2018 il Movimento 5 Stelle si era presentato con un programma diviso in 24 capitoli che conteneva decine di promesse. Le principali proposte erano poi state riassunte dal partito in 20 punti. Ma la percentuale di realizzazione delle promesse è molto lontana dall’80 per cento rivendicato da Conte nel suo libro. Delle 20 promesse, infatti, solo due sono state completate: l’introduzione del reddito di cittadinanza e la lotta alla mafia, alla corruzione e ai conflitti d’interesse, con la realizzazione della legge “Spazzacorrotti” e la modifica dell’articolo sul voto di scambio politico mafioso. Altre dieci, invece, sono state realizzate solo in parte; mentre otto non sono mai state realizzate.

La pressione fiscale

«La pressione fiscale al 43,1 per cento del PIL, il livello più alto degli ultimi vent’anni, secondo solo al governo tecnico di Mario Monti»

Secondo i dati ISTAT più recenti (tavola 4.3), la pressione fiscale – cioè l’indicatore che mette in rapporto le entrate dello Stato e il Prodotto interno lordo (PIL) – è attualmente al 43,1 per cento, come correttamente riportato da Conte. Ed è il livello più alto degli ultimi vent’anni, dopo il governo guidato da Mario Monti che, nel 2012, aveva raggiunto il 43,2 per cento del PIL. Bisogna però specificare che negli ultimi vent’anni in altri due casi la pressione fiscale ha raggiunto il 43,1 per cento: nel 2007, durante il secondo governo Prodi, e nel 2009, durante il quarto governo Berlusconi.

Gli sbarchi

«Nel 2023, il primo anno di governo Meloni, si è registrato un record di sbarchi, per un totale di 157 mila migranti (contro i 67 mila del 2021 e i 105 mila del 2022)»

I numeri citati da Conte sono corretti. Secondo i dati del Ministero dell’Interno, nel 2023 in Italia ci sono stati 157.651 sbarchi. Nel 2022, invece, erano stati 105.131, e l’anno precedente 67.477. Dal 2023 in poi, invece, il numero di sbarchi è gradualmente diminuito, passando dagli oltre 157 mila ai 66.617 del 2024 e ai 66.269 del 2025. 

Parlare di «record» però è fuorviante: nel 2016, quando era in carica il governo guidato da Matteo Renzi, gli sbarchi sono stati 181.436, quindi un numero superiore a quello raggiunto dal governo Meloni nel 2023. Il dato del 2023 è stato superato anche nel 2014, sempre sotto il governo Renzi, quando gli sbarchi erano stati circa 170 mila.

Il libro di Calenda

In Difendere la libertà Calenda propone un’analisi sulle trasformazioni geopolitiche che il mondo sta affrontando: dal ruolo degli Stati Uniti, alla guerra in Ucraina, passando per i nuovi conflitti in Medio Oriente e la posizione della Cina nell’economia mondiale. 

Dati gli argomenti trattati, meno incentrati sul contesto italiano, e il carattere soggettivo di molti paragrafi, le dichiarazioni verificabili in questo libro sono numericamente inferiori rispetto al libro di Conte. Ne abbiamo comunque individuate tre interessanti.

Chi lascia l’Italia

«Circa sessantamila ragazzi tra i 18 e i 39 anni debbano lasciare ogni anno l’Italia per cercare lavoro o dottorati di ricerca dignitosamente pagati»

In questo caso Calenda ha ragione. Secondo i dati ISTAT più recenti, nel 2025 oltre 64 mila italiani tra i 18 e i 39 anni sono andati via dall’Italia. Se si considerano anche coloro che vivevano in Italia senza avere la cittadinanza, il numero sale a oltre 75 mila.

Le giravolte di Meloni

«Fino a pochi anni fa Giorgia Meloni era una fervente sostenitrice di Vladimir Putin, e ancora nel 2018 gli porgeva, deferente, i complimenti per la sua rielezione. Si trattava, com’è ovvio, di elezioni falsate, ma la leader della destra non riteneva di doverlo ricordare»

È vero. Giorgia Meloni prima di diventare presidente del Consiglio più volte ha assunto una posizione favorevole nei confronti della Russia. E, nel 2018, si era congratulata con Putin per la sua elezione. «Complimenti a Vladimir Putin per la sua quarta elezione a presidente della Federazione russa. La volontà del popolo in queste elezioni russe appare inequivocabile», aveva scritto Meloni. Quelle elezioni, però, secondo un report dell’Office for Democratic Institutions and Human Rights (​​ODIHR), «si sono svolte in un contesto giuridico e politico eccessivamente controllato, caratterizzato da continue pressioni sulle voci critiche». Inoltre, «le restrizioni alle libertà fondamentali di riunione, associazione ed espressione, nonché alla registrazione dei candidati, hanno limitato lo spazio per la partecipazione politica e hanno determinato una mancanza di autentica competizione». In generale, l’​​ODIHR ha certificato che le elezioni si sono svolte senza particolari brogli, ma con «carenze relative alla segretezza del voto e alla trasparenza dello scrutinio».

La popolazione mondiale

«A eccezione degli Stati Uniti, nei prossimi venticinque anni il numero delle persone in età da lavoro diminuirà in tutte le grandi potenze, con un crollo particolarmente drammatico in Cina (-250 milioni di lavoratori). Da questo scenario si distacca solo l’Africa che nel 2100 arriverà a 3,8 miliardi di persone»

I dati citati da Calenda sono contenuti nella World Population Prospects 2024 dell’ONU, che presenta le stime e le proiezioni ufficiali della popolazione. Secondo le prospettive dell’ONU, da oggi al 2051, molte aree del mondo affronteranno un crollo della popolazione. Tra queste, come ha riportato Calenda, la Cina che nei prossimi venticinque anni perderà circa 250 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni. 

Per quanto riguarda l’Africa, la stima citata dal leader di Azione è un po’ esagerata. Secondo i dati dell’ONU, nel 2100 si stima che la popolazione in età da lavoro raggiungerà 2 miliardi e mezzo di persone.

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La dichiarazione

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Libro “Una nuova primavera”
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Carlo Calenda

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14 aprile
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