Il fact-checking di Bonelli e Boldrin a Pulp Podcast

Dall’energia alle spese militari, abbiamo verificato cinque dichiarazioni del co-portavoce di Europa Verde e sei del segretario di ORA!
Un momento dell’ospitata di Angelo Bonelli e Michele Boldrin a Pulp Podcast – Fonte: Youtube
Un momento dell’ospitata di Angelo Bonelli e Michele Boldrin a Pulp Podcast – Fonte: Youtube
Il 4 maggio il co-portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli e il segretario del nuovo partito ORA! Michele Boldrin hanno partecipato a Pulp Podcast, il video podcast di Fedez e Mr. Marra. Durante l’intervista Bonelli e Boldrin hanno parlato di diversi argomenti, dedicando ampio spazio al tema dell’energia e delle spese militari, toccando pure la sanità e le pensioni.

Abbiamo verificato undici dichiarazioni dei due politici, che in alcuni casi hanno detto la verità e in altri sono stati poco precisi.

Povertà e sanità

Bonelli: «Gli ultimi dati ISTAT indicano che ci sono cinque milioni e 700 mila persone in povertà assoluta e aumentano le persone in deprivazione materiale. Aumentano le persone – secondo la fondazione GIMBE quasi 6 milioni di persone – che non possono accedere alle cure sanitarie perché le liste d’attesa sono lunghe, perché mancano gli investimenti in sanità o meglio la sanità pubblica è gestita male e quindi non possono ricorrere alla sanità privata perché non hanno soldi»

Qui Bonelli ha sostanzialmente ragione. Secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, riferiti al 2024, in Italia ci sono circa 5,7 milioni di persone in povertà assoluta, pari al 9,8 per cento dei residenti del Paese, una quota rimasta stabile rispetto all’anno precedente. È vero anche che la deprivazione materiale (e sociale) è cresciuta: sempre secondo l’ISTAT, nel 2025 ha riguardato il 5,2 per cento della popolazione, contro il 4,6 per cento del 2024.

Per quanto riguarda l’accesso alla sanità, anche in questo caso il riferimento di Bonelli è corretto. Secondo le elaborazioni della Fondazione GIMBE, basate sui dati ISTAT, nel 2024 quasi 6 milioni di persone in Italia hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria. Si tratta di quasi il 10 per cento della popolazione, un dato in aumento rispetto agli anni precedenti, quando la quota era del 7,6 per cento nel 2023 e del 7 per cento nel 2022. Tra i fattori citati da GIMBE ci sono la lunghezza delle liste di attesa e le motivazioni economiche, come sottolineato da Bonelli, anche se queste cause vanno considerate distinte.

Bonelli: «Il documento di programmazione economica del governo che è stato presentato alcuni giorni fa prevede per il 2026 il 6,4 per cento del PIL, la Francia sta al 10, la Germania sta all’11 per cento [in riferimento alla spesa sanitaria]»

Bonelli cita correttamente i dati sulla spesa sanitaria in rapporto al Prodotto interno lordo (PIL). Il nuovo Documento di finanza pubblica (DFP) 2026 prevede per quest’anno una spesa sanitaria pari a 148,5 miliardi di euro, equivalente al 6,4 per cento del PIL. La stessa quota è prevista anche per gli anni successivi, fino al 2029.

Il confronto con Francia e Germania è corretto nell’ordine di grandezza, sebbene vada precisato che i dati internazionali più aggiornati disponibili non sono riferiti al 2026, ma al 2024. Secondo il rapporto Health at a Glance 2025 dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), la spesa sanitaria complessiva è stata pari all’11,5 per cento del PIL in Francia e al 12,3 per cento in Germania (e non il 10 e l’11 per cento come sostenuto da Bonelli). Il co-portavoce di Europa-Verde arrotonda quindi per difetto i dati dei due Paesi, soprattutto quello tedesco, ma il senso della dichiarazione è corretto: l’Italia destina alla sanità una quota di PIL più bassa rispetto a Francia e Germania.

Boldrin: «La percentuale di Prodotto interno lordo statunitense speso per la sanità pubblica è superiore a quella italiana, si spende il 10 del cento del PIL»

Innanzitutto, la sanità in Italia e negli Stati Uniti non è finanziata allo stesso modo: nel nostro Paese l’assistenza sanitaria pubblica è finanziata dalla fiscalità generale, ossia dalle tasse pagate dai cittadini; negli Stati Uniti invece l’assistenza si basa sulle assicurazioni obbligatorie sottoscritte dai cittadini.

Secondo gli ultimi dati disponibili dell’OCSE, nel 2024 gli Stati Uniti hanno speso complessivamente in sanità il 17,2 per cento del PIL. Nello stesso anno, l’Italia ha speso meno della metà, considerando spesa pubblica e finanziamento privato. La percentuale calcolata però non coincide perfettamente con la “sanità pubblica” nel significato usato di solito in Italia. L’OCSE include infatti negli schemi pubblici o obbligatori sia i programmi pubblici federali e statali, sia alcune forme di assicurazione privata considerate obbligatorie. Al netto delle precisazioni, comunque, Boldrin ha ragione nel confronto generale tra Stati Uniti e Italia, anche se il dato del 10 per cento citato non è preciso.

Energia

Bonelli: «La Spagna ad agosto 2022 aveva un costo dell’energia legata alla speculazione sul TTF di Amsterdam bestiale, legato ovviamente agli effetti della guerra criminale della Russia in Ucraina, a 540 euro MWh, l’Italia ce l’aveva a 314, la Spagna stava messa molto molto male rispetto a noi»

Bonelli qui confonde i dati. È vero che nell’agosto 2022 i prezzi dell’energia erano eccezionalmente alti, ma i numeri citati non confermano che la Spagna fosse messa peggio dell’Italia. Secondo il Gestore dei mercati energetici (GME), nell’agosto 2022 il Prezzo unico nazionale dell’elettricità in Italia ha raggiunto i 543,2 euro al megawattora, il valore più alto dell’anno. Il dato che Bonelli ha attribuito alla Spagna è in realtà il dato relativo al nostro Paese. I 314 euro al megawattora citati dal co-portavoce di Europa Verde sono più vicini alla media annua del 2022, che ha registrato un prezzo medio di circa 304 euro al megawattora.

Per la Spagna invece i dati disponibili indicano prezzi più bassi. Secondo la Comisión Nacional de los Mercados y la Competencia, l’ente che tutela il corretto funzionamento dei mercati, nell’agosto 2022 il prezzo medio nel mercato elettrico spagnolo risultava essere di 154,89 euro al megawattora. In poche parole nel 2022 la Spagna era messa meglio dell’Italia, e non viceversa.

Bonelli: «I dati dell’Agenzia internazionale dell’energia ci indicano al 2030 il costo del nucleare da fissione in Europa a 140 euro MWh, il costo delle rinnovabili a meno 100 dollari»

Nel World Energy Outlook 2024, per il 2030 l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) stima per l’Unione europea un costo livellato dell’energia elettrica derivante dal nucleare pari a 140 dollari al megawattora (e non euro, contrariamente a quanto detto da Bonelli). 

Al di là della valuta di riferimento, nell’Ue nel 2030 il costo delle principali rinnovabili è stimato sotto i 100 dollari al megawattora: 35 dollari/MWh per il solare fotovoltaico, 55 dollari/MWh per l’eolico onshore e 45 dollari/MWh per l’eolico offshore, tutti dati in linea con quanto detto da Bonelli.

Industria

Boldrin: «L’industria [italiana] cala di produzione regolarmente da 25 mesi»

La produzione industriale è misurata attraverso un indice che rileva la variazione dell’attività produttiva nei principali settori industriali, ed è calcolato su base mensile dagli istituti statistici nazionali e da Eurostat per l’Unione europea e l’area euro. 

È vero, come certificano i dati ISTAT, che durante il governo Meloni la produzione industriale italiana ha affrontato diversi mesi consecutivi di calo tendenziale, ma i dati più aggiornati indicano – almeno nell’ultimo anno – un’alternanza di mesi caratterizzati da un calo e da mesi caratterizzati da una crescita. A febbraio 2026, ultimo mese in cui sono disponibili i dati, ISTAT ha rilevato che «su base annua, dopo la flessione di gennaio, l’indice generale, al netto degli effetti di calendario, torna a crescere», seppur di poco.

Spesa militare

Bonelli: «Leggevo che l’Istituto svedese della ricerca sugli armamenti (…) ha fatto un’analisi che sono arrivati a 2.888 miliardi di dollari le spese per armamenti per il 2025, con un salto di oltre 400 miliardi di dollari rispetto al 2024. E l’Italia ha fatto un salto di 15 miliardi»

Bonelli ha fatto riferimento allo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), un centro di ricerca indipendente che si occupa di studiare i conflitti nel mondo e i traffici di armamenti. Secondo un report dello SIPRI pubblicato ad aprile 2026, la spesa militare mondiale ha raggiunto «i 2.887 miliardi di dollari nel 2025: è stato l’undicesimo anno consecutivo di crescita. La spesa globale è cresciuta del 41 per cento nell’ultimo decennio (2016-2025)». Il dato citato dal co-portavoce di Europa Verde sulla spesa militare a livello mondiale è quindi corretto.

Bonelli però poi aggiunge che le spese per armamenti nel 2025 sono aumentate «di oltre 400 miliardi di dollari rispetto al 2024». In questo caso il dato non è corretto. Nel report dello SIPRI si legge che le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 2,9 per cento tra il 2024 e il 2025. Questo aumento però è di poco superiore agli 80 miliardi di dollari, e non a «oltre 400», come detto da Bonelli. Il deputato esagera anche il «salto» fatto dall’Italia: secondo l’istituto svedese, nel 2025 l’Italia ha speso 48,1 miliardi di dollari in spese militari nel 2025, una cifra aumentata del 20 per cento rispetto all’anno precedente. L’aumento quindi è stato di circa 8 miliardi, e non di 15.

Boldrin: «Di sicuro il problema non è la spesa militare italiana, perchè la spesa militare italiana in percentuale sul PIL è più bassa anche quella dei Paesi citati come modelli», cioè Francia e Germania

Boldrin ha ragione. Secondo le stime più aggiornate diffuse dalla NATO, l’Italia nel 2025 ha speso il 2,01 per cento del PIL, mentre la Francia ha speso poco più dell’Italia, pari al 2,05 per cento. Per la Germania le stime NATO si fermano al 2024, ma il Parlamento tedesco nel suo bilancio federale ha scritto che nel 2025 la percentuale della spesa militare della Germania è salita al 2,4 per cento del PIL.

Pensioni

Boldrin: «Noi abbiamo 6 puntini, forse 7 dipende con chi parli, di Prodotto interno lordo che vanno in pensioni. La Spagna non ce li ha, la Germania non ce li ha, la Francia si sta avvicinando»

Secondo i dati più recenti, contenuti nel Documento di finanza pubblica (DFP) approvato pochi giorni fa, l’Italia nel 2025 ha speso in pensioni il 15,2 per cento del Prodotto interno lordo (PIL), molto più di quanto detto da Boldrin. Facendo il confronto con gli altri Paesi europei, secondo i dati Eurostat più recenti – relativi al 2023 – la Spagna ha speso il 13,1 per cento del PIL in pensioni, mentre la Germania l’11,5 per cento. Più vicina all’Italia è la Francia, il cui sistema pensionistico costa il 14,6 per cento del PIL.

In poche parole, al netto delle percentuali Boldrin ha ragione a dire che tra i grandi Paesi europei l’Italia è quello con la più alta spesa pensionistica in rapporto al Prodotto interno lordo.

Boldrin: «In Italia il 40 per cento circa della spesa pensionistica va a posizioni pensionistiche superiori a 3 mila e rotti al mese»

In questo caso Boldrin esagera. Secondo i dati INPS riferiti al 31 dicembre 2024, in Italia le pensioni superiori a 3 mila euro al mese sono circa 1,8 milioni, quasi l’8 per cento del totale. Nonostante un numero così esiguo, queste pensioni costituiscono poco più del 25 per cento del totale della spesa pensionistica, una percentuale sicuramente alta, ma inferiore rispetto a quella citata dal segretario di ORA!.

Cosa ha fatto il governo

Boldrin: «Cos’è il fallimento del governo Meloni? Che non ha fatto nulla di ciò che aveva detto di fare»

La frase di Boldrin è frutto di una legittima opinione politica, ma è vero che a circa tre anni e mezzo dall’insediamento del governo Meloni, molte delle promesse fatte durante la campagna elettorale non sono state rispettate. 

Per esempio, tra le sei promesse principali nell’ambito delle riforme e della giustizia due ormai sono compromesse, e tre sono in corso, mentre solo una è stata mantenuta. Tra gli impegni compromessi ci sono la separazione delle carriere dei magistrati, definitivamente bocciata dopo la vittoria del No al referendum, e la riforma del presidenzialismo che è stata sostituita dalla riforma del premierato, che però non è ancora stata portata a termine. Tra le riforme non concluse ci sono poi l’autonomia differenziata, la riforma del processo civile e penale, e la riforma del diritto penale. L’unica riforma istituzionale che per ora è stata portata a termine è quella sul Codice degli appalti, che però è frutto di un lavoro avviato dal precedente governo guidato da Mario Draghi. 

In generale, il programma del governo Meloni appare ancora in gran parte da completare. Secondo i calcoli di Pagella Politica, a ottobre 2025 l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni aveva mantenuto solo 22 delle 100 principali promesse scritte nel programma, 10 erano state non mantenute, 9 compromesse e 59 in corso. Ogni anno monitoriamo lo stato di avanzamento delle promesse del governo con il nostro Promessometro. Il governo ha comunque ancora più di un anno di legislatura per provare a completare il programma, a meno che non siano convocate elezioni anticipate o ci siano cambi di rotta nella maggioranza.

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