La debolezza dell’Europa nel settore energetico viene da lontano

Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, è venuta a galla la vulnerabilità dell’Ue. Che però non è una novità, ma frutto di scelte politiche e industriali
Ansa
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Nessuno era preparato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui abitualmente transita circa un quinto del petrolio trasportato via nave nel mondo e una quota rilevante di gas naturale liquefatto (GNL). Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (IEA), con il blocco dello stretto, nel mercato globale sono venuti a mancare circa 10 milioni di barili di petrolio al giorno: vale a dire che poco meno di un decimo dell’offerta mondiale di greggio è venuta meno in poche settimane. 

L’Asia è la regione più colpita, perché oltre l’80 per cento delle petroliere in partenza da Hormuz era diretto verso Est. L’Europa, invece, soffre soprattutto sul fronte dei carburanti: nel 2024 circa il 10 per cento del gasolio e quasi il 30 per cento del cherosene per aerei consumati nel continente arrivavano dall’estero, per lo più dal Medio Oriente e dall’Asia.

Ma perché l’Europa è così vulnerabile sul fronte energetico? E perché è stata colta impreparata dalla nuova crisi nel Golfo Persico? Le cause sono molteplici, ma sono soprattutto il risultato di una serie di scelte politiche e industriali.

La raffinazione in Europa

Uno dei principali fattori dietro alla debolezza dell’Europa nel campo energetico è il calo della capacità di raffinazione. Nel nostro continente operano sempre meno raffinerie, e questo ha aumentato la dipendenza dall’estero per alcuni prodotti petroliferi. Il caso più evidente è quello del jet fuel, il carburante per gli aerei. Oggi circa metà delle importazioni europee di cherosene arriva dal Medio Oriente, ma secondo i dati di FuelsEurope, l’associazione europea dei produttori di carburante, fino al 2000 l’Unione europea era autosufficiente in questo comparto. Da allora, però, la produzione interna è rimasta ferma, mentre i consumi sono cresciuti grazie all’espansione del traffico aereo.

A pesare è anche la minore competitività delle raffinerie europee rispetto a quelle asiatiche e mediorientali. Le norme ambientali più rigide hanno aumentato i costi di produzione e, in alcuni casi, favorito la chiusura di impianti. Le raffinerie europee devono rispettare il sistema ETS, il mercato delle quote di carbonio, e devono quindi pagare per le emissioni di anidride carbonica generate durante il processo produttivo. In altri casi, gli impianti sono stati riconvertiti ai biocarburanti, con una temporanea riduzione della capacità di raffinazione tradizionale e aumento dei costi. 

Secondo il gruppo di consulenza Argus, dall’inizio del millennio in Europa hanno chiuso 34 impianti sui 109 operativi a inizio millennio, a fronte di una sola apertura. Italia e Francia guidano la classifica delle chiusure, con sei in meno ciascuna. Nello stesso periodo, la capacità di raffinazione europea è scesa del 15 per cento, mentre in Medio Oriente e nel sud-est asiatico è aumentata di oltre il 50 per cento.

La situazione italiana

La situazione italiana non è migliore. Secondo i dati di UNEM, l’associazione delle imprese della raffinazione e della distribuzione di prodotti petroliferi, nel 2000 in Italia venivano lavorate 94,2 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi; 25 anni dopo il dato è sceso a 64 milioni. In pratica, un calo di circa un terzo. E se estendiamo l’orizzonte temporale del confronto ancora di più, dal 1984 a oggi il nostro Paese ha perso il 40 per cento di capacità di raffinazione. È anche per questo che l’Italia continua a dipendere dall’estero per una parte rilevante dei carburanti: se è sostanzialmente autosufficiente per la benzina, importa circa il 23 per cento del proprio fabbisogno di gasolio e circa metà del cherosene per aerei.

A contare è anche chi controlla questi impianti. Negli ultimi anni, in Italia, due operazioni hanno portato nuovi proprietari stranieri nel settore della raffinazione. Nel 2024 la famiglia Moratti ha venduto il gruppo industriale Saras alla società di trading olandese Vitol, che ora controlla la raffineria di Sarroch, in Sardegna, una delle più grandi d’Europa. Nel settembre scorso, la società Italiana Petroli (IP) è passata alla compagnia statale azera Socar, che ha acquisito anche due raffinerie oltre a migliaia di stazioni di servizio. Secondo la società di consulenza T-Commodity, con queste due operazioni quasi l’80 per cento della capacità di raffinazione italiana è finita sotto controllo estero. Una circostanza che può rendere più complicato per il governo italiano, in caso di emergenza, ottenere risposte rapide e coordinate dagli operatori.

La vulnerabilità europea e italiana, in definitiva, è il risultato di una serie di scelte politiche e industriali. La transizione energetica, necessaria per ridurre le emissioni, ha reso meno competitive alcune filiere fossili rispetto ad altri continenti, dove la regolazione ambientale è più permissiva. Ma finché l’Europa continuerà a dipendere dall’estero per i combustibili fossili e per i loro derivati, questa scelta resterà anche una fonte di esposizione alle eventuali crisi energetiche presenti e future.

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