I referendum sulla giustizia sono davvero costati «400 milioni» di euro?

Questa cifra sta circolando molto nelle ultime ore, ma non sembra essere particolarmente affidabile
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Nelle ultime ore sta circolando molto sui social la notizia secondo cui i referendum sulla giustizia, che il 12 giugno non hanno raggiunto il quorum per essere validi, sarebbero costati allo Stato 400 milioni di euro.  

Da dove arriva questa cifra, rilanciata anche da alcuni siti di informazione, senza una fonte precisa? Al momento non abbiamo a disposizione il costo esatto e completo della tornata referendaria, ma possiamo dire con un certo margine di sicurezza che la stima dei 400 milioni di euro sembra essere esagerata.

Il costo dei referendum sulla giustizia

Innanzitutto, va sottolineato che la polemica sui costi dei referendum non è nuova, così come non è nuova l’incertezza sulle cifre. A gennaio 2020, l’ex deputato del Movimento 5 stelle Alessandro Di Battista aveva per esempio criticato la scelta di indire un referendum per confermare la riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari, scrivendo su Facebook che «un referendum costa a noi contribuenti circa 350 milioni di euro». Quattro anni prima, ad aprile 2016, l’allora presidente del Consiglio e segretario del Partito democratico Matteo Renzi, aveva commentato il mancato raggiungimento del quorum sul referendum delle trivelle, parlando di «300 milioni di euro» buttati via. 

Tornando ai giorni nostri, che cosa sappiamo di certo sul costo dei referendum sulla giustizia? Per rispondere a questa domanda, viene in nostro soccorso la relazione tecnica del disegno di conversione in legge del decreto-legge n. 41 del 4 maggio 2022, attualmente all’esame della Camera. Tra le altre cose, questo decreto contiene le regole per le modalità di svolgimento del voto referendario insieme con quello per le elezioni comunali in quasi mille comuni. 

Con un conto spannometrico, la relazione tecnica ha quantificato i potenziali risparmi di spesa per lo Stato nell’accorpare i due voti. Per quanto riguarda i referendum sulla giustizia, il costo stimato del personale delle oltre 61.500 sezioni elettorali, più le schede per il voto all’estero, si aggirerebbe intorno agli 85,4 milioni di euro. A questi vanno aggiunti circa 564 mila euro per i seggi presso gli ospedali con reparti Covid-19 e 284 mila euro circa per le spese di vigilanza nelle nuove sezioni elettorali ospedaliere. In più, la relazione tecnica ha stimato circa 26 milioni di euro per le spese di sanificazione dei seggi. 

Sommando queste voci, nel complesso si superano i 110 milioni di euro, cifra parecchio inferiore ai «400 milioni» di euro che circola in queste ore. Ma qual è la fonte di questo dato?

Una stima del 2009

Una risposta certa non c’è, ma probabilmente la cifra dei «400 milioni» di euro proviene da un articolo pubblicato a febbraio 2009 da lavoce.info, sito di informazione economico, e intitolato: “400 milioni per far fallire il referendum”. All’epoca in Italia si dibatteva sulla scelta del governo di tenere separate le elezioni europee e amministrative da quelle su tre quesiti referendari, relativi alla legge elettorale, che si tennero separatamente il 21-22 giugno di quell’anno e raggiunsero il 23 per cento di affluenza elettorale, secondo dato peggiore di sempre, superato dai referendum sulla giustizia. 

Secondo gli autori dell’articolo, «votare un altro giorno comporta un costo per la collettività di circa 400 milioni di euro: in tempi difficili come questi sarebbe bene utilizzare tali risorse per altri scopi», un’argomentazione che potrebbe valere anche oggi, viste le critiche ai referendum sulla giustizia. Ma come si era arrivati a quella cifra?

Da un lato, gli autori stimavano circa 200 milioni di euro di costi diretti per l’organizzazione di un referendum separato da altri voti e suddiviso su due giorni (circostanza, come abbiamo vista, diversa rispetto a quelli sulla giustizia, che si sono tenuti in un unico giorno e insieme alle amministrative in molte città). Citando le stime contenute in un decreto del Ministero dell’Interno del 2006 (oggi non più pubblicamente disponibile) e rivalutate con l’inflazione dell’epoca, era stato calcolato un costo relativo ai seggi pari a 74,5 milioni di euro, a cui aggiungere circa 86 milioni di euro – anche qui stimati, quindi da prendere con cautela – di costi relativi alle forze dell’ordine e ad altro personale pubblico. 

Ai costi diretti venivano poi aggiunti oltre 200 milioni di euro di costi indiretti: e qui le cose si fanno più nebulose. Secondo gli autori, votare sue due giorni e separatamente per un referendum, avrebbe portato una perdita di tempo libero per gli elettori per un valore pari a 127 milioni di euro; 37 milioni di euro era il valore stimato delle giornate di lavoro perse dai membri del seggio; e altri 37 milioni di euro erano il costo stimato che alcune famiglie avrebbero dovuto sostenere per pagare eventuali baby sitter, durante il lunedì del voto. Insomma, si trattava di costi indiretti in cui finiva dentro un po’ di tutto, con stime basate su una serie di assunzioni che rendevano il conto non molto solido.

Ricapitolando: al momento non è possibile sapere con precisione quanto sia costata l’organizzazione dei referendum sulla giustizia, viste le diverse voci di spesa coinvolte. La cifra di «400 milioni» di euro sembra però essere parecchio esagerata, viste le stime contenute in una relazione tecnica di un decreto in corso di conversione in Parlamento, dove si parla di circa 110 milioni di costi.
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