Il governo vuole schedare i sostenitori del No al referendum?

Lo sostengono alcuni partiti all’opposizione. Cerchiamo di capire che cosa c’è di vero e cosa no
ANSA/ALESSANDRO DI MARCO
ANSA/ALESSANDRO DI MARCO
Da alcuni giorni è in corso un confronto acceso tra l’Associazione nazionale magistrati (ANM) – il principale sindacato dei magistrati italiani – e il Ministero della Giustizia sulle modalità di finanziamento di “Giusto dire No”, il comitato referendario promosso dall’associazione, contrario alla riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum il 22 e 23 marzo.

Domenica 15 febbraio il Fatto Quotidiano ha dato la notizia che il Ministero della Giustizia era pronto a chiedere all’ANM di valutare la possibilità di rendere pubblica la lista dei finanziatori privati del comitato per il No. Il giorno successivo, la richiesta è arrivata formalmente e diverse testate hanno pubblicato alcuni passaggi della lettera con cui la capa di gabinetto del Ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, ha chiesto all’ANM maggiore trasparenza sui finanziatori del comitato.

La richiesta del ministero ha subito suscitato reazioni politiche. Per esempio, la deputata e responsabile nazionale giustizia del Partito Democratico Debora Serracchiani ha parlato di «un segnale che sa tanto di liste di proscrizione», sostenendo che l’iniziativa metterebbe in discussione la libertà di partecipazione e contribuirebbe ad alimentare pressioni su magistratura e cittadini contrari alla riforma. Per questo, il PD ha anche presentato un’interrogazione a Nordio, per fare chiarezza sulla questione. 

I partiti di maggioranza hanno invece respinto le accuse, sostenendo che la richiesta risponde a esigenze legittime di trasparenza. 

Al di là delle posizioni politiche, è necessario precisare che il Ministero della Giustizia non è intervenuto di propria iniziativa, ma in risposta a un atto parlamentare. Il 13 gennaio, infatti, il deputato di Forza Italia Enrico Costa – che segue spesso temi legati alla giustizia ed è un sostenitore del Sì – aveva presentato un’interrogazione a risposta scritta al ministero, sollevando dubbi sulla legittimità dei finanziamenti al comitato “Giusto dire No”. Secondo Costa, potrebbe esistere un potenziale conflitto di interessi tra magistrati in servizio iscritti all’ANM e soggetti privati che sostengono economicamente l’iniziativa. 

Ma facciamo un passo indietro, per chiarire che cosa sia esattamente il comitato “Giusto dire No”, come si finanzia e perché la questione dei donatori è diventata un punto centrale dello scontro.

I comitati per il referendum

I comitati referendari sono soggetti privati, a cui partecipano cittadini, esperti e politici, che hanno l’obiettivo di promuovere le ragioni del Sì o del No al referendum del 22 e 23 marzo, organizzando eventi, dibattiti e iniziative di campagna elettorale. Secondo le verifiche di Pagella Politica, finora sono nati oltre dieci comitati diversi. 

Il comitato “Giusto dire No” ha sede legale a Roma, presso la stessa ANM e, secondo quanto dichiarato sul suo sito ufficiale, vuole «sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi della riforma costituzionale» sulla giustizia, promuovendo le ragioni del No al referendum.

In base al suo statuto, il comitato è aperto ai cittadini, con l’esclusione di attuali o ex esponenti politici e di persone che svolgono in modo continuativo attività politica in partiti o associazioni politiche. Al suo interno sono presenti esponenti della magistratura e del mondo accademico. Il presidente esecutivo è il magistrato in servizio presso il Tribunale di Foggia Antonio Diella, mentre il presidente onorario è il professore di Diritto costituzionale all’Università di Torino Enrico Grosso, uno dei principali animatori del comitato. Tra i soci fondatori c’è anche lo stesso presidente dell’ANM, Cesare Parodi.

Per finanziare le proprie attività, i comitati si sostengono in modo autonomo, attraverso donazioni di privati cittadini o contributi dei soggetti che li hanno promossi. Lo stesso Grosso ha confermato a Pagella Politica che il comitato “Giusto dire No” si finanzia con i contributi della stessa ANM e con donazioni provenienti dai cittadini.

Lo scorso 20 gennaio, il quotidiano Il Foglio aveva dato la notizia secondo cui l’ANM, entro quella data, aveva donato 800 mila euro al comitato “Giusto dire No”.

I dubbi di Costa

Nella sua interrogazione parlamentare, Costa ha sostenuto che lo schema di finanziamento del comitato determina «uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’ANM e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’ANM, in quanto finanziano il suo comitato». «Che cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’ANM si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza?», ha scritto il deputato di Forza Italia.

Costa ha quindi chiesto al Ministero della Giustizia quali iniziative «intenda assumere affinché sia garantita l’imparzialità dei magistrati nei confronti di tutti i soggetti impegnati nella campagna referendaria, scongiurando conflitti di interessi, a prescindere dalle posizioni assunte, nonché l’efficienza dell’attività degli uffici giudiziari».

In questo contesto si inserisce la lettera inviata da Bartolozzi all’ANM, con cui il ministero ha chiesto chiarimenti sull’assetto dei finanziamenti.

La lettera di Bartolozzi

Nella richiesta della capa di gabinetto si riporta che, secondo quanto dichiarato anche dal segretario generale dell’ANM Rocco Maruotti, il comitato “Giusto dire No” ha raccolto contributi da «migliaia di cittadini» attraverso donazioni volontarie. Dal sito del comitato risulta infatti possibile donare per finanziare «la diffusione di materiali informativi, l’organizzazione di eventi pubblici e la realizzazione di campagne digitali che possano raggiungere capillarmente l’intero territorio nazionale». L’unica condizione indicata è che le donazioni non provengano da persone titolari di incarichi politici in corso.

Bartolozzi ha così chiesto all’ANM «l’opportunità di rendere noto alla collettività, nell’ottica di una piena trasparenza, gli eventuali finanziamenti ricevuti dal comitato “Giusto dire No” da privati cittadini», specificando che la richiesta è collegata all’interrogazione di Costa.

Quest’ultima è un’interrogazione a risposta scritta e il regolamento della Camera prevede che il governo debba rispondere entro 20 giorni dalla sua presentazione. Nella pratica, questo termine viene rispettato raramente (la stessa interrogazione di Costa avrebbe dovuto ricevere risposta entro il 2 febbraio). Non solo: nella maggior parte dei casi, le domande poste al governo rimangono senza risposta. Secondo i dati aggiornati al 31 ottobre 2025, da quando è in carica il governo Meloni ha risposto a circa il 21 per cento delle interrogazioni a risposta scritta presentate dai parlamentari.

Insomma, la decisione del Ministero della Giustizia di intervenire con una richiesta formale all’ANM non era un passaggio automatico. Pur essendo collegata a un’interrogazione parlamentare, la lettera riflette una scelta del ministero su come dare seguito all’atto, anche perché nella pratica il governo risponde solo a una parte delle interrogazioni a risposta scritta e spesso non rispetta i termini previsti dal regolamento.

In ogni caso, Parodi ha risposto alla richiesta del Ministero della Giustizia escludendo la possibilità di pubblicare l’elenco dei finanziatori. Il presidente dell’ANM ha sostenuto di non poter aderire alla richiesta perché «il comitato in questione è solo stato promosso dall’ANM, ma è soggetto, anche giuridico, assolutamente autonomo» rispetto all’associazione. Secondo Parodi, inoltre, la diffusione dei nominativi dei donatori privati comporterebbe una possibile violazione della loro privacy.

Le reazioni politiche

La lettera del Ministero della Giustizia è stata criticata non solo dal Partito Democratico, ma anche da altre forze di opposizione. Il 17 febbraio, ospite a SkyTG24, il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha criticato Nordio, sostenendo che, in quanto ministro della Giustizia, non dovrebbe permettere alla capa di gabinetto di «buttare fango sull’Associazione nazionale magistrati o su tutti coloro che sostengono il no» al referendum.

Le critiche sono arrivate anche da Alleanza Verdi-Sinistra. Il co-portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli ha dichiarato: «Siamo davanti a liste di proscrizione contro i magistrati e a un attacco frontale all’equilibrio costituzionale dei poteri», definendo il referendum sulla giustizia un’«arma politica per delegittimare» chi è contrario. 

Dalla maggioranza la questione è stata invece posta sul piano della trasparenza. Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha chiesto perché l’ANM dovrebbe avere «finanziatori occulti e non trasparenti» e ha invitato Parodi a rendere pubblici i finanziamenti ricevuti, analogamente a quanto previsto per i partiti politici.

A questa richiesta si è associato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, secondo cui è «giusto chiedere chi finanzia chiunque». Il leader della Lega ha aggiunto che «mensilmente escono articoli su alcuni giornali su chi finanzia la Lega in maniera trasparente» e di non considerarlo un problema.

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