Da alcuni giorni è in corso un confronto acceso tra l’Associazione nazionale magistrati (ANM) – il principale sindacato dei magistrati italiani – e il Ministero della Giustizia sulle modalità di finanziamento di “Giusto dire No”, il comitato referendario promosso dall’associazione, contrario alla riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum il 22 e 23 marzo.
Domenica 15 febbraio il Fatto Quotidiano ha dato la notizia che il Ministero della Giustizia era pronto a chiedere all’ANM di valutare la possibilità di rendere pubblica la lista dei finanziatori privati del comitato per il No. Il giorno successivo, la richiesta è arrivata formalmente e diverse testate hanno pubblicato alcuni passaggi della lettera con cui la capa di gabinetto del Ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, ha chiesto all’ANM maggiore trasparenza sui finanziatori del comitato.
La richiesta del ministero ha subito suscitato reazioni politiche. Per esempio, la deputata e responsabile nazionale giustizia del Partito Democratico Debora Serracchiani ha parlato di «un segnale che sa tanto di liste di proscrizione», sostenendo che l’iniziativa metterebbe in discussione la libertà di partecipazione e contribuirebbe ad alimentare pressioni su magistratura e cittadini contrari alla riforma. Per questo, il PD ha anche presentato un’interrogazione a Nordio, per fare chiarezza sulla questione.
I partiti di maggioranza hanno invece respinto le accuse, sostenendo che la richiesta risponde a esigenze legittime di trasparenza.
Al di là delle posizioni politiche, è necessario precisare che il Ministero della Giustizia non è intervenuto di propria iniziativa, ma in risposta a un atto parlamentare. Il 13 gennaio, infatti, il deputato di Forza Italia Enrico Costa – che segue spesso temi legati alla giustizia ed è un sostenitore del Sì – aveva presentato un’interrogazione a risposta scritta al ministero, sollevando dubbi sulla legittimità dei finanziamenti al comitato “Giusto dire No”. Secondo Costa, potrebbe esistere un potenziale conflitto di interessi tra magistrati in servizio iscritti all’ANM e soggetti privati che sostengono economicamente l’iniziativa.
Ma facciamo un passo indietro, per chiarire che cosa sia esattamente il comitato “Giusto dire No”, come si finanzia e perché la questione dei donatori è diventata un punto centrale dello scontro.
Domenica 15 febbraio il Fatto Quotidiano ha dato la notizia che il Ministero della Giustizia era pronto a chiedere all’ANM di valutare la possibilità di rendere pubblica la lista dei finanziatori privati del comitato per il No. Il giorno successivo, la richiesta è arrivata formalmente e diverse testate hanno pubblicato alcuni passaggi della lettera con cui la capa di gabinetto del Ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, ha chiesto all’ANM maggiore trasparenza sui finanziatori del comitato.
La richiesta del ministero ha subito suscitato reazioni politiche. Per esempio, la deputata e responsabile nazionale giustizia del Partito Democratico Debora Serracchiani ha parlato di «un segnale che sa tanto di liste di proscrizione», sostenendo che l’iniziativa metterebbe in discussione la libertà di partecipazione e contribuirebbe ad alimentare pressioni su magistratura e cittadini contrari alla riforma. Per questo, il PD ha anche presentato un’interrogazione a Nordio, per fare chiarezza sulla questione.
I partiti di maggioranza hanno invece respinto le accuse, sostenendo che la richiesta risponde a esigenze legittime di trasparenza.
Al di là delle posizioni politiche, è necessario precisare che il Ministero della Giustizia non è intervenuto di propria iniziativa, ma in risposta a un atto parlamentare. Il 13 gennaio, infatti, il deputato di Forza Italia Enrico Costa – che segue spesso temi legati alla giustizia ed è un sostenitore del Sì – aveva presentato un’interrogazione a risposta scritta al ministero, sollevando dubbi sulla legittimità dei finanziamenti al comitato “Giusto dire No”. Secondo Costa, potrebbe esistere un potenziale conflitto di interessi tra magistrati in servizio iscritti all’ANM e soggetti privati che sostengono economicamente l’iniziativa.
Ma facciamo un passo indietro, per chiarire che cosa sia esattamente il comitato “Giusto dire No”, come si finanzia e perché la questione dei donatori è diventata un punto centrale dello scontro.