Martedì 7 luglio una cella di due metri per tre è apparsa a Roma, in piazza Montecitorio, davanti alla Camera dei deputati. Il flash mob, promosso dalla senatrice di Alleanza Verdi -Sinistra Ilaria Cucchi insieme a una rete di organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, era una denuncia alle difficili condizioni in cui vivono i detenuti italiani.
Al centro della protesta c’era il sovraffollamento carcerario, cioè il fatto che le carceri ospitano più persone di quante ne potrebbero contenere. Un problema noto da anni nel sistema italiano, e che impatta negativamente sulla salute fisica e psicologica dei detenuti. Questa situazione è resa ancora più critica dal caldo estivo, soprattutto con le ondate di calore di queste settimane. In molte celle, infatti, mancano sistemi di raffreddamento. Sono quelle che Gianni Alemanno, l’ex sindaco di Roma che ha trascorso un anno e mezzo in carcere per traffico di influenze illecite e abuso d’ufficio, aveva definito in una lettera aperta «celle forno». «Il carcere di Rebibbia è stato costruito negli anni ‘70 quando tutte le strutture erano in cemento armato privo di coibentazione e quindi perfette per trasmettere il freddo durante l’inverno e il caldo durante l’estate. Ma d’inverno ti metti due coperte, d’estate cosa fai? Assenti, ovviamente, impianti di condizionamento nelle celle e nei corridoi», aveva scritto Alemanno, che è uscito dal carcere a fine giugno.
Questa criticità investe l’Italia da Nord a Sud. Nel carcere di Opera, a Milano, in alcune celle si sono sfiorati i 40 gradi e un intero piano era rimasto senza acqua corrente per una decina di giorni. In Emilia-Romagna, invece, il Garante regionale dei detenuti ha definito alcune sezioni penitenziarie come «invivibili» e ha anche sollevato la questione dei ventilatori: alcune strutture hanno impianti elettrici talmente vecchi che «bastano pochi ventilatori accesi contemporaneamente per far saltare la corrente». Sulla stessa linea c’è il garante dei detenuti di Palermo, secondo cui che «le carceri sono un vero e proprio inferno» e nelle celle «i tre metri per persona non sono mai rispettati».
Al centro della protesta c’era il sovraffollamento carcerario, cioè il fatto che le carceri ospitano più persone di quante ne potrebbero contenere. Un problema noto da anni nel sistema italiano, e che impatta negativamente sulla salute fisica e psicologica dei detenuti. Questa situazione è resa ancora più critica dal caldo estivo, soprattutto con le ondate di calore di queste settimane. In molte celle, infatti, mancano sistemi di raffreddamento. Sono quelle che Gianni Alemanno, l’ex sindaco di Roma che ha trascorso un anno e mezzo in carcere per traffico di influenze illecite e abuso d’ufficio, aveva definito in una lettera aperta «celle forno». «Il carcere di Rebibbia è stato costruito negli anni ‘70 quando tutte le strutture erano in cemento armato privo di coibentazione e quindi perfette per trasmettere il freddo durante l’inverno e il caldo durante l’estate. Ma d’inverno ti metti due coperte, d’estate cosa fai? Assenti, ovviamente, impianti di condizionamento nelle celle e nei corridoi», aveva scritto Alemanno, che è uscito dal carcere a fine giugno.
Questa criticità investe l’Italia da Nord a Sud. Nel carcere di Opera, a Milano, in alcune celle si sono sfiorati i 40 gradi e un intero piano era rimasto senza acqua corrente per una decina di giorni. In Emilia-Romagna, invece, il Garante regionale dei detenuti ha definito alcune sezioni penitenziarie come «invivibili» e ha anche sollevato la questione dei ventilatori: alcune strutture hanno impianti elettrici talmente vecchi che «bastano pochi ventilatori accesi contemporaneamente per far saltare la corrente». Sulla stessa linea c’è il garante dei detenuti di Palermo, secondo cui che «le carceri sono un vero e proprio inferno» e nelle celle «i tre metri per persona non sono mai rispettati».