Nel complicato fine settimana del centrosinistra è successo di tutto

Dopo meno di una settimana dalla firma del patto elettorale con il Pd, il leader di Azione Carlo Calenda è uscito dalla coalizione. Un riassunto, per capire come siamo arrivati fin qui.
ANSA/CLAUDIO PERI
ANSA/CLAUDIO PERI
Domenica 7 agosto il leader di Azione, Carlo Calenda, ha annunciato in un’intervista a Mezz’ora in più su Rai3 l’intenzione di uscire dalla coalizione di centrosinistra, attualmente formata dal Partito democratico, Sinistra italiana (Si), Europa verde e Impegno civico, per presentarsi da solo (o eventualmente con altri alleati) alle elezioni del prossimo 25 settembre. 

Il fine settimana è stato quindi piuttosto caotico per la politica italiana: ripercorriamo le tappe principali, per capire che cosa succederà ora. 

Le puntate precedenti: l’accordo tra Pd, Azione e Più Europa

Il 2 agosto, Calenda aveva firmato un accordo con il segretario del Pd, Enrico Letta, e quello di Più Europa, Benedetto della Vedova (qui il testo integrale) con cui i tre partiti si erano impegnati a presentarsi insieme alle elezioni, spartendosi tra le altre cose anche i seggi uninominali con un rapporto di 70 (Pd) a 30 (Azione e Più Europa). Durante la conferenza stampa organizzata per la presentazione dell’accordo, Letta aveva chiarito che al di là del patto con Azione e Più Europa, che al momento sono federati, il Pd avrebbe puntato a estendere la coalizione di centrosinistra, coinvolgendo anche altre forze politiche, senza però precisare quali. «Abbiamo siglato un patto elettorale che sta all’interno di un accordo più largo, con altre componenti che a nostro avviso sono fondamentali», ha detto Letta il 2 agosto.

Gli accordi con Sinistra italiana, Europa Verde e Impegno civico

L’intenzione di Letta si è poi concretizzata sabato 6 agosto, quando il Pd ha stretto accordi elettorali con la lista formata da Sinistra italiana ed Europa Verde, rappresentati rispettivamente dal leader Nicola Fratoianni e dal portavoce nazionale Angelo Bonelli, e anche con Impegno civico, il partito fondato a inizio agosto dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il leader del Centro Democratico, Bruno Tabacci. 

Come per quello stretto con Azione, anche questi accordi prevedono una spartizione dei seggi per i collegi uninominali. In particolare, quello con Impegno civico prevede che i seggi uninominali siano divisi con un rapporto di 92 a 8, a favore del Pd, con la possibilità di offrire un “diritto di tribuna” ai due leader del partito (un meccanismo con cui il Pd includerebbe Di Maio e Tabacci nelle proprie liste, candidandoli in alcuni collegi plurinominali, quelli in cui vige il sistema proporzionale). L’accordo con Si ed Europa Verde prevede invece che i seggi uninominali siano divisi con un rapporto di 80 a 20 a favore del Pd.

La decisione del Pd di allargare l’alleanza non è piaciuta al leader di Azione, che da giorni criticava la possibilità di collaborare con alcuni esponenti politici, ritenuti «divisivi», per diversi motivi. In particolare, Calenda è contrario all’alleanza con Di Maio in quanto ex rappresentante del Movimento 5 stelle, con Fratoianni, che è sempre stato all’opposizione del governo Draghi – e di recente ha votato contro l’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato –, e con Bonelli, che tra le altre cose si oppone all’energia nucleare e all’uso dei rigassificatori, misure entrambe supportate da Calenda. 

L’annuncio di Calenda

Il 7 agosto, Calenda ha quindi annunciato l’intenzione di uscire dalla coalizione. «È la decisione più sofferta che ho preso da quando ho iniziato a fare politica», ha detto ospite a Mezz’ora in più. In particolare, Calenda ha criticato l’opposizione manifestata da Fratoianni e Bonelli nei confronti dell’“agenda Draghi”, quindi contro il proseguimento delle politiche adottate dal governo in carica, affermando che sarebbe stato impossibile per Azione lavorare con forze politiche con idee tanto diverse. «Se andiamo così dal Paese, ci facciamo ridere dietro», ha detto. 

Poco dopo l’annuncio di Calenda, il segretario del Pd ha fatto sapere che il partito intende andare avanti con il resto della coalizione, «nell’interesse dell’Italia». Non è chiaro invece cosa deciderà di fare il leader di Azione. Il partito infatti è ancora federato con Più Europa, che però al momento sembra intenzionato a tener fede agli accordi presi con il Pd e a rimanere quindi all’interno della coalizione di centrosinistra, una decisione che comporterebbe la rottura della federazione con Azione.

Che cosa succede ora

È possibile che Azione decida di allearsi con Italia viva di Matteo Renzi, rimasto fuori dall’alleanza di centrosinistra. Calenda aveva accennato a questa possibilità già il 7 agosto, durante l’intervista a Mezz’ora in più, e in un’intervista al Corriere della Sera dell’8 agosto ha commentato il rapporto con Renzi affermando: «Sicuramente ci incontreremo e parleremo». 

Se Azione dovesse però decidere di presentarsi da solo alle elezioni – l’ipotesi che al momento sembra più concreta, seppure non certa – si porrebbe il problema della raccolta firme. Generalmente, infatti, Azione sarebbe tenuto a raccogliere almeno 750 firme per ogni collegio plurinominale della Camera e del Senato in cui intende presentare candidati. Fino ad ora il partito è stato esentato dalla raccolta firme grazie all’alleanza con Più Europa ma, se l’accordo venisse meno, potrebbe sfruttare la partecipazione alle elezioni europee del 2019, sotto il nome di “Siamo europei” – all’interno della lista del Pd –, per aggirare l’obbligo (ci sono però diversi dubbi riguardo all’interpretazione normativa di questa situazione, e non è detto sia sufficiente per l’esenzione). Inoltre, Azione non dovrebbe presentare le firme se decidesse di federarsi con Italia viva.

Data l’incertezza della situazione, però, l’8 agosto Calenda ha annunciato l’intenzione di avviare immediatamente le operazioni di raccolta firme, che dovranno essere concluse entro il 22 agosto, data ultima entro cui i partiti dovranno presentare le liste di candidati per il voto del 25 settembre.

Le reazioni

I leader dei partiti di centrodestra hanno sfruttato il veloce capovolgimento degli eventi per sottolineare la situazione di generale confusione che caratterizza l’area di centrosinistra e rimarcare, invece, la solidità del blocco di centrodestra. «A sinistra sono già in frantumi dopo tre giorni», ha scritto su Twitter il leader della Lega Matteo Salvini, mentre il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani ha commentato: «Sembra di stare a Scherzi a parte».
Dal Movimento 5 stelle, che si presenterà da solo alle elezioni, il leader Giuseppe Conte ha chiuso a una possibile alleanza con il Pd, scrivendo su Facebook: «A Enrico rivolgo un consiglio non richiesto: offri pure i collegi che si sono liberati a Di Maio, Tabacci e agli altri alleati». D’altra parte, in un’intervista al Tg1 del 7 agosto, anche Letta ha negato la possibilità di riaprire il dialogo con il M5s: «È stato Conte a far cadere il governo Draghi, si è assunta una enorme responsabilità, e per noi questo è un fatto conclusivo», ha detto il segretario.
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