Non è solo Salvini ad andare all’attacco del disegno di legge Delrio sul riordino dell’assetto istituzionale del nostro Paese; anche Luigi Di Maio solleva diverse critiche sugli effetti reali che la proposta del governo avrà su Comuni, Province e Città metropolitane. Avrà ragione? Testo del disegno di legge in mano, siamo andati a controllare.
In effetti, il disegno è stato votato per la seconda volta alla Camera proprio il 3 aprile 2014, dopo un passaggio in Senato, dove sono state introdotte diverse modifiche. Tra queste anche quella oggetto dell’accusa di Di Maio, sulla composizione dei Consigli comunali e sul numero di assessori per i Comuni più piccoli. Il comma 135 del disegno di legge modifica, infatti, il precedente decreto legge n. 138 del 13 agosto 2011, dove all’articolo 16 venivano riformati i Consigli comunali allo scopo di “ridurre i costi relativi alla rappresentanza politica nei Comuni”.
La differenza tra le due leggi si può vedere nella tabella di seguito; come si nota, entrambe le disposizione riguardano i Comuni con meno di 10.000 abitanti, che in Italia rappresentano l’85% del totale (6.844 su 8.057). Mentre il decreto del 2011 prevedeva 3 categorie di Comuni, il nuovo decreto fissa a 3.000 abitanti la soglia critica ed, effettivamente, aumenta il numero di consiglieri ed assessori previsti per legge. Discorso un po’ particolare andrebbe fatto per i Comuni al di sotto dei 1.000 abitanti. In questo caso la legge (sempre D.l. 13 agosto 2011, art. 16) prevede l’obbligo di unione con Comuni contermini di popolazione pari o inferiore ai 1.000 abitanti. Il numero di consiglieri e assessori è quindi determinato dalla popolazione dell’unione ed è difficile fare ipotesi al riguardo. Il numero di consiglieri e assessori indicato in rosso in tabella riguarda solo i casi in cui il Comune non abbia la possibilità di unirsi con Comuni contermini. Per questo motivo la differenza complessiva di 23.130 nuovi amministratori non tiene in considerazione le 9.825 cariche legate ai Comuni con meno di 1.000 abitanti, la cui situazione è in corso di evoluzione.
[Fonte dei dati: Comuniverso, su dati Ancitel 2014]
Di Maio ha dunque ragione? Sì, a parte una leggera esagerazione: se guardiamo i numeri pare, infatti, che i rappresentanti locali aumenteranno di oltre 23 mila unità (oltre 30 mila solo se consideriamo, un po’ erroneamente, i Comuni al di sotto dei mille abitanti). Una domanda che sorge lecita a questo punto è che cosa succeda dal punto di vista dei costi. In accordo al comma 136 del disegno di legge, il governo prevede che prima dell’applicazione delle nuove disposizioni il Comune provveda a verificare, “con propri atti, gli oneri connessi con le attività in materia di status degli amministratori locali […] al fine di assicurare l’invarianza della relativa spesa in rapporto alla legislazione vigente, previa specifica attestazione del collegio dei revisori dei conti”. In altre parole, ci sarà sicuramente un aumento dei costi da parte del Comune dovuto all’aumento del numero di consiglieri che percepiscono l’indennità corrispondente; è anche vero che i Comuni potranno aumentare le indennità in misura inferiore rispetto a prima, per rispettare il rapporto tra la spesa per gli organi istituzionali e il totale della spesa corrente (per maggiori informazioni sulle indennità legate agli amministratori legali, si veda il T.U.E.L., Titolo III, Capo IV, art. 82 in particolare e il conseguente decreto legge n. 78 del 2010, oltre al decreto ministeriale 119 del 2000, tabelle A e tabella D)
Anche per quanto riguarda il resto della dichiarazione, ci sono alcune precisazioni importanti da fare.
Non è completamente corretto dire che l’obiettivo principale del disegno di legge è quello di abolire le Province; al contrario, il disegno si inserisce all’interno del percorso verso la loro abolizione e vuole solamente essere un primo parziale passaggio. Spetterà, infatti, ad una legge costituzionale modificare il titolo V della Costituzione e cancellare definitivamente gli enti provinciali dall’assetto istituzionale italiano. In questo assetto temporaneo le Province diventano enti di secondo grado dove il presidente, i consiglieri e la Giunta non sono più eletti direttamente dai cittadini ma dai sindaci dei Comuni appartenenti all’area provinciale tra gli amministratori locali (per maggiori precisazioni sugli obiettivi del disegno, così come dichiarati dal governo, si veda il testo con cui è stata presentata la proposta di legge).
E’ inoltre impreciso direi che “molte Province” diventeranno Città metropolitane, perché tale status riguarderà soltanto le attuali Province di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria e Roma (comma 5 del disegno di legge), più eventuali Comuni limitrofi che faranno richiesta di annessione.
Più complessa è invece la questione dei costi, e tale è l’opinione della Corte dei Conti. Dal punto di vista del risparmio immediato, la Corte dei Conti stima un risparmio complessivo di 163 milioni di euro di spese provinciali per gli organi di direzione politica e spese elettorali (pag 22), a cui è possibile aggiungere i risparmi stimati dal governo per l’abolizione della prossima tornata elettorale (318,7 milioni di euro, di cui 118 a carico dello Stato – si veda la relazione tecnica allegata al disegno di legge, pag 12). Ha, però, in parte ragione Di Maio quando sottolinea che, nel lungo termine, la Corte dei Conti solleva dubbi (non certezze!) sull’effettiva riduzione dei costi, soprattutto a causa, nel primo periodo, della necessità di riorganizzare il personale e della compresenza della struttura provinciale con quella della Città metropolitana. La Corte dei Conti non esprime tuttavia un parere definitivo né presunto sulla preponderanza dei costi rispetto ai risparmi (e viceversa), limitandosi ad affermare che “l’invarianza degli oneri […] appare però tutto da dimostrare nella sua piena sostenibilità” e che “si profilano dubbi sugli effettivi risparmi di scala conseguenti a tali processi di unificazione”. Per questo motivo, la Corte si augura che alla proposta di legge segua, quanto prima, la riforma costituzionale per l’abolizione effettiva delle Province.
Elementi corretti mischiati a qualche imprecisione e affermazioni un po’ tranchant: non se la cava male Di Maio, che porta a casa un “C’eri quasi”.