Nicola Fratoianni

Davvero l’Ue ha dato «miliardi» per la ricerca e lo sviluppo dei vaccini?

«Noi, come Europa, abbiamo dato miliardi e miliardi di euro per finanziare lo sviluppo e la ricerca sui vaccini»

Pubblicato: 05 mar 2021
Data origine: 02 mar 2021
Macroarea economia

Il 2 marzo, in un’intervista con Radio Radicale, il segretario di Sinistra italiana Nicola Fratoianni ha criticato (min. 01:19) le case farmaceutiche che, a detta sua, starebbero facendo profitti privati con la vendita dei vaccini contro la Covid-19, nonostante i soldi pubblici ricevuti.

Secondo Fratoianni, infatti, l’Unione europea avrebbe finanziato «lo sviluppo e la ricerca sui vaccini» con «miliardi e miliardi di euro».

Al netto della legittimità o meno delle critiche verso i profitti delle multinazionali, la stima sui finanziamenti miliardari dell’Ue è corretta? Abbiamo verificato e Fratoianni esagera un po’. La materia è abbastanza complicata, per questo è necessario procedere con ordine.

Come funziona la ricerca e lo sviluppo di un vaccino

La produzione di un nuovo vaccino normalmente richiede molti anni, circa una decina, come spiega l’Istituto superiore di sanità (Iss).

Innanzitutto, si parte con l’allestimento dei preparati vaccinali – per esempio, con una forma attenuata di un virus – e dopo si valuta il loro comportamento in laboratorio, nella cosiddetta “sperimentazione preclinica”. «In questa fase – scrive l’Iss – si valutano anche tolleranza, risposta immunitaria ed efficacia protettiva del vaccino da sviluppare».

Solo una volta ottenuti risultati soddisfacenti, si passa alla sperimentazione clinica, che è suddivisa in tre fasi: si va da una somministrazione del vaccino a pochi esseri umani (fase 1) a migliaia (fase 3), fino a passare al monitoraggio su una popolazione in costante aumento (fase 4). Nel mentre bisogna allestire anche un sistema di produzione di grado di garantire in tempi rapidi grandi quantità di dosi.

Ad oggi, i tre vaccini autorizzati nell’Unione europea sono Pfizer-BioNTech, Moderna e AstraZeneca-Università di Oxford. Ognuno di questi vaccini ha caratteristiche diverse, ma come spiegano i nostri colleghi di Facta il loro rapidissimo sviluppo è stato permesso dal fatto che, in emergenza, si è per così dire spinto sull’acceleratore, senza per questo mettere in secondo piano la sicurezza.

Tra le altre cose, questo è potuto avvenire grazie agli ingenti investimenti privati e pubblici che sono stati messi in campo per velocizzare le procedure, per esempio permettendo di svolgere in contemporanea le diverse fasi di sperimentazione clinica dei vaccini e supportando le fasi di pre-produzione.

Qual è stato il contributo europeo in questo scenario?

La strategia dell’Ue sui vaccini

Come spiega la Commissione Ue, con lo scoppio della pandemia di coronavirus l’Unione europea ha deciso, in accordo con tutti gli Stati membri, di adottare un approccio centralizzato per garantire ai singoli Paesi l’approvvigionamento dei vaccini contro la Covid-19.

Dopo alcune vicissitudini – raccontate in un lungo approfondimento pubblicato a fine gennaio da Politico – a giugno 2020 la Commissione Ue si è fatta carico di trattare con le singole case farmaceutiche, evitando di mettere in competizione tra loro gli Stati membri e aumentando, di conseguenza, il proprio potere contrattuale con i fornitori. Secondo i critici, questa strategia – più inclusiva, ma anche più complessa – avrebbe penalizzato l’Ue rispetto a Paesi come Stati Uniti e Regno Unito, liberi di trattare come singoli Stati, senza dover mettere d’accordo tra loro 27 Paesi. Secondo i favorevoli ha impedito una gara fratricida tra Stati europei, ha abbassato i prezzi e ha tutelato i cittadini comunitari da possibili rischi.

Al di là della bontà o meno dell’approccio centralizzato, a livello economico il piano dell’Ue è finora stato finanziato con un fondo da 2 miliardi e 750 milioni di euro, chiamato Emergency support instrument. Come sono state impiegate queste risorse?

In base a quanto dichiarato dalla Commissione, «una parte considerevole» del budget a disposizione è destinata proprio ai vaccini, e in particolare al finanziamento degli Advance purchase agreements (Apa, “contratti di acquisto anticipato” o “contratto preliminare di acquisto” in italiano) con le case farmaceutiche. Da agosto scorso ad oggi – quando la ricerca dei vaccini era già stata avviata da alcuni mesi – l’Ue ha siglato accordi di questo tipo con sei case farmaceutiche, per assicurarsi oltre 2,5 miliardi di dosi, tra acquisti garantiti e opzionali.

Il principio alla base degli Apa è il seguente (non solo per quelli siglati dall’Ue, ma anche da Paesi come Stati Uniti e Regno Unito): l’Ue ha dato finanziamenti alle singole case farmaceutiche per aiutarle a sostenere i costi iniziali di produzione e i costi legati al rischio di aver investito risorse senza la certezza di ottenere un vaccino efficace. Detta in altri termini, si è scommesso in anticipo che i vaccini risultassero poi efficaci per poter partire in anticipo con l’allestimento di un sistema produttivo in grado di soddisfare la richiesta di dosi contrattualizzate. Se la scommessa fosse stata persa, le risorse investite per allestire la produzione di un vaccino che non funziona sarebbero andate perse. Con gli Apa la Ue ha condiviso questo rischio insieme alle aziende farmaceutiche.

I soldi europei sono dunque da considerarsi come un acconto per garantirsi un certo numero di dosi a un determinato prezzo, il cui acquisto viene poi effettuato dai singoli Paesi nel caso di autorizzazione del vaccino.

Questo acconto non è servito però a supportare tanto la ricerca e lo sviluppo, quanto le fasi immediatamente successive. L’Apa con AstraZeneca è stato siglato a fine agosto 2020, mentre quelli con Pfizer e Moderna a novembre.

«Le risorse anticipate dall’Ue con gli Apa erano dedicate per lo più all’accelerazione della fase di pre-produzione dei vaccini, e non quelle della ricerca», ha spiegato a Pagella Politica Massimo Gaudina, capo della Rappresentanza della Commissione europea a Milano. «Essendo queste iniziative ad alto rischio per le aziende e senza nessuna garanzia, bisognava in qualche modo incentivarle e aiutarle nelle fasi immediatamente successive alla ricerca».

L’incertezza sulle cifre

I soldi dell’Emergency support instrument

Abbiamo visto che l’Emergency support instrument può contare su un budget di 2,75 miliardi di euro, ma non è chiaro con precisione quanto di questa cifra sia destinata alla voce “vaccini”. Altre voci di spesa riguardano, ad esempio, le cure per la Covid-19 e i test.

Con un calcolo spannometrico – in base alle cifre contenute nella pagina della Commissione Ue dedicata al fondo – oltre 2 miliardi di euro sembrano fare riferimento al sostegno per l’approvvigionamento dei vaccini. Questa cifra è confermata anche dalla Commissione Ue, che sul suo sito scrive: «La Commissione ha mobilitato fondi per aumentare la capacità produttiva dei fornitori con cui ha firmato accordi preliminari di acquisto, erogando più di 2 miliardi di euro a titolo dell’Emergency support instrument».

Non è però possibile conoscere con precisione le cifre messe in campo per le singole case farmaceutiche, perché gli Apa – che contengono anche i prezzi delle singole dosi – non sono pubblici per ragioni di riservatezza e di mercato. Dopo le polemiche sui ritardi nelle forniture, sono stati pubblicati dall’Ue i tre Apa con AstraZeneca, CureVac e Sanofi, con alcuni dei dettagli oscurati, per esempio quelli relativi ai prezzi.

Altre risorse

Ai soldi dell’Emergency support instrument vanno poi aggiunte altre risorse effettivamente destinate dall’Ue alla ricerca e allo sviluppo dei vaccini contro la Covid-19 e descritte dalla Commissione in un approfondimento uscito a febbraio 2021.

Con lo scoppio della crisi sanitaria, l’Ue ha investito circa 350 milioni di euro provenienti dal programma di finanziamento Horizon 2020 per supportare ulteriori sforzi per lo sviluppo dei vaccini. Alcune aziende del settore hanno poi beneficiato dei prestiti della Banca europea per gli investimenti (Bei), come BioNTech (100 milioni di euro) e CureVac (75 milioni).

«Nel complesso stiamo parlando di risorse per oltre 800 milioni di euro, considerando anche quelle per cure e test», ha confermato Gaudina a Pagella Politica. «In questo caso si tratta di soldi effettivamente destinati alle fasi di “ricerca e sviluppo” e non solo alle fasi di pre-produzione dei vaccini. Va poi aggiunto un miliardi di euro circa per l’iniziativa mondiale Global response, per aiutare i Paesi più in difficoltà.».

Prima di concludere, al di là della frase di Fratoianni verificata in questo fact-checking, sottolineiamo che è improprio dire che le case farmaceutiche stiano facendo profitti privati grazie a ricerche finanziate da fondi pubblici europei. Come abbiamo spiegato, le risorse anticipate sono servite alle fasi immediatamente successive a quelle della ricerca.

Il verdetto

Secondo Nicola Fratoianni, l’Ue ha dato «miliardi e miliardi di euro per finanziare lo sviluppo e la ricerca sui vaccini». Abbiamo verificato e il segretario di Sinistra italiana esagera un po'.

In base alle informazioni disponibili, l’Ue ha infatti investito oltre 2 miliardi di euro negli accordi preliminari con sei case farmaceutiche, supportando economicamente le fasi di pre-produzione dei vaccini – e non la “ricerca e sviluppo” – per garantire ai singoli Paesi un certo numero di dosi a un prezzo prestabilito.

A queste risorse vanno poi aggiunte circa altri 500 milioni di euro, tra fondi per la ricerca e prestiti alle aziende, messe in campo dall’Ue sempre per supportare lo sviluppo dei vaccini.

In conclusione, Fratoianni si merita un “Nì”.

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