Vincenzo De Luca

De Luca su Sud e Recovery fund cita dati corretti ma conclusioni discutibili

«I contributi [europei] a fondo perduto sono stati concessi per tre ragioni: popolazione, divario di prodotto interno lordo e tasso di disoccupazione. Cioè 65 miliardi sono stati decisi per la aree svantaggiate d’Europa e quindi di Italia. E quindi il governo non può dire diamo il 34 per cento al Sud e il 66 per cento al Nord» (min. 00:57:26)

Pubblicato: 14 dic 2020
Data origine: 14 dic 20
Macroarea economia

Il 14 dicembre, il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, intervistato a Che tempo che fa, ha sostenuto (min. 00:57:26) che al Sud non sia destinata una quota sufficiente di fondi del piano di ripresa italiano finanziato dalle risorse europee. Stiamo parlando del Recovery plan, il piano con cui il nostro Paese dirà all’Europa come intende spendere i soldi del Recovery fund.

Secondo De Luca, i contributi a fondo perduto del Recovery fund sono stati concessi alle «aree svantaggiate d’Europa e d’Italia» e divisi fra gli Stati membri sulla base di tre criteri: «popolazione, divario di prodotto interno lordo e tasso di disoccupazione». Di conseguenza, secondo il presidente della Regione Campania, non sarebbe giusto che il governo voglia dare il «34 per cento» delle risorse al Sud e il 66 per cento al Nord.

Abbiamo verificato e i dati riportati da De Luca sono sostanzialmente corretti, al netto di un’imprecisione sul riferimento alle aree svantaggiate.

Il presidente della Regione Campania cita correttamente i criteri stabiliti dalla Commissione europea per la ripartizione delle sovvenzioni e la percentuale (per ora ipotetica) di sussidi programmata dal governo italiano per il Sud. Affermare che la ripartizione sia ingiusta nei confronti del Sud è, invece, una chiara valutazione politica e soggettiva del presidente della Campania, che va al di là del nostro fact-checking.

Vediamo con ordine come sono stati divisi i fondi in Europa e quali sono le previsioni italiane per la distribuzione delle risorse tra le varie aree del Paese.

I criteri per ripartizione dei sussidi

Cerchiamo prima di tutto di capire a quali fondi europei fa riferimento De Luca. La parte più consistente del Next Generation Eu, il programma europeo per la ripresa da 750 miliardi di euro, è il Recovery and resilience facility, tradotto in italiano in “Dispositivo per la ripresa e la resilienza” (e spesso chiamato in Italia Recovery fund).

Il Recovery and resilience facility prevede in totale 672,5 miliardi di euro, di cui 312,5 in prestiti e 360 in sussidi a fondo perduto. Secondo le stime del governo, all’Italia spetteranno in totale 193 miliardi (che potrebbero diventare 196 miliardi) di cui circa 65 in sovvenzioni e 128 in prestiti. Il presidente della Campania De Luca parla dei 65 miliardi di sovvenzioni.

I criteri sulla distribuzione delle risorse sono stabiliti nelle conclusioni del Consiglio europeo del 20-21 luglio, che ha in parte confermato i criteri suggeriti in precedenza dalla Commissione europea.

Vediamo quindi quali sono i criteri per l’assegnazione dei sussidi. Sulla base di quanto stabilito nella proposta della Commissione europea di giugno (poi confermato dal Consiglio europeo di luglio, come abbiamo detto), il 70 per cento delle sovvenzioni (218,7 miliardi di euro) del Recovery and resilience facility dovrà essere impegnato nel 2021 e nel 2022 secondo tre coordinati: la popolazione, l’inverso del Pil pro capite, cioè il rapporto fra il Pil pro capite italiano e il Pil pro capite medio europeo, e il tasso medio di disoccupazione negli ultimi 5 anni rispetto alla media europea 2015-2019.

Nel 2023 verrà distribuito il rimanente 30 per cento, non più considerando il tasso di disoccupazione, ma la perdita del Pil reale nel 2020 e dal calo complessivo del Pil nel periodo 2020-2021, da calcolare entro il 30 giugno 2022. Quest’ultimo criterio sostituirebbe il tasso di disoccupazione fra le voci da considerare per la prima parte (il 70 per cento) di sovvenzioni.

De Luca, pur semplificando, cita quindi correttamente i motivi alla base della sostanziosa fetta di sussidi per l’Italia, quando parla di «popolazione, divario di prodotto interno lordo e tasso di disoccupazione».

Solo per le «aree svantaggiate»?

Dire che i criteri siano stati decisi per «le aree svantaggiate d’Europa e d’Italia» è però una valutazione discutibile del presidente campano. Come si legge nelle conclusioni del Consiglio europeo del 21 luglio, le «misure eccezionali a sostegno della ripresa e della resilienza delle economie degli Stati membri» rispondono alla «natura eccezionale della situazione economica e sociale dovuta alla crisi Covid-19».

E poi ancora, nelle conclusioni, si specifica che gli investimenti per la ripresa europea devono avviare «l’Unione verso una ripresa sostenibile e resiliente, capace di creare posti di lavoro e di riparare i danni immediati causati dalla pandemia di Covid-19, sostenendo nel contempo le priorità verdi e digitali».

Nel complesso l’obiettivo dei fondi europei è quello di risollevare le economie nazionali degli Stati membri e l’impatto della pandemia in Italia ha certamente colpito tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud.

Secondo un rapporto pubblicato da Banca d’Italia a novembre, in Italia «nei primi sei mesi del 2020 l’attività economica si è ridotta di oltre il 10 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2019». Per valutare le differenze fra regioni, la Banca d’Italia elabora e utilizza un indicatore trimestrale dell’economia regionale (Iter). Sulla base di questo indicatore, il rapporto sottolinea che «la flessione è stata più marcata al Nord, coerentemente con l’insorgenza precoce della pandemia in tale area geografica».

Consultando anche le previsioni del rapporto 2020 dello Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (un centro di ricerca indipendente), si legge che «nel 2020 il Pil italiano si contrarrà del 9,6 per cento» e «l’arretramento sarà più marcato nel Centro-Nord, con un calo del 9,8 per cento», mentre «nelle regioni meridionali sarà del 9 per cento». Allo stesso tempo,sottolinea lo Svimez, la crisi economica nel Mezzogiorno si è presto «tradotta in emergenza sociale, incrociando un tessuto produttivo più debole, un mondo del lavoro più frammentario e una società più fragile».

In sintesi, la diminuzione del Prodotto interno lordo causata dalla pandemia e dalla necessarie restrizioni imposte per contenerla ha certamente interessato a e continuerà a interessare tutto il territorio nazionale. È tuttavia vero che al Sud la crisi sia abbattuta su un’economia già meno solida prima della pandemia.

Vediamo quindi quali sono le risorse previste dal governo per il Sud.

Il Sud nel Piano nazionale di ripresa e resilienza

Per ottenere i fondi del Recovery and resilience facility, gli Stati membri dovranno presentare i propri piani nazionali (qui la guida della Commissione europea per la stesura dei piani). I programmi devono individuare obiettivi di investimento e di riforma sulla base dei criteri suggeriti dall’Ue.

Dopo mesi di riservatezza in cui del Recovery plan italiano si conoscevano solo le linee guida e poco altro, nei giorni passati è trapelata una bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza, aggiornato al 6 dicembre 2020. Nel documento viene resa nota per la prima volta anche la suddivisione delle risorse fra le diverse “missioni”, gli ambiti su cui il governo punta a intervenire.

Nella stessa bozza, un capitolo è appositamente dedicato alla valutazione d’impatto delle misure per il Sud. Si tratta di una simulazione del governo per ipotizzare l’effetto che i fondi europei e le iniziative nell’ultima legge di Bilancio avranno nei prossimi anni sul Pil del Sud Italia. All’interno di questo approfondimento, si ipotizza che la quota di risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza sia del 34 per cento dei fondi, ma non viene specificato se si intendano i soli sussidi o anche i prestiti.

È probabilmente questa la percentuale a cui fa riferimento De Luca quando dice che «il governo non può dire “diamo il 34 per cento al Sud e il 66 per cento al Nord”» (più esattamente sarebbe il Centro-Nord, il resto del territorio italiano).

Il criterio di ripartizione corrisponde con ogni probabilità alla cosiddetta “clausola del 34 per cento”, già esistente prima del “Piano di ripresa e resilienza”. Si tratta della regola sulla base della quale lo Stato centrale dovrebbe destinare alla regioni meridionali una quota di spesa pubblica pari almeno alla percentuale della popolazione.

La percentuale corrisponde alla distribuzione della popolazione italiana al 31 dicembre 2019, com’è stata fotografata dal Bilancio demografico dell’Istat pubblicato il 13 luglio 2020: nella aree del Nord-Est e Nord-Ovest vive in totale il 46,1 per cento dei residenti italiani, il 19,9 per cento al Centro e infine il 34 per cento sommando il Sud (23 per cento) e le Isole (11 per cento).

La “clausola del 34 per cento” viene menzionata anche dalla relazione della commissione Bilancio della Camera del 12 ottobre sull’individuazione delle priorità nell’utilizzo del Recovery fund.

La stessa relazione, però, auspica un superamento della regola, suggerendo che «la destinazione delle risorse del Pnrr al Mezzogiorno anche in misura superiore al 34 per cento non solo accelererebbe la velocità di convergenza all’interno del territorio nazionale nel lungo periodo, ma migliorerebbe anche la dinamica di convergenza dell’Italia verso il resto d’Europa».

Il verdetto

Il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca ha valutato come insufficiente la quota destinata al Sud di fondi del piano di ripresa nazionale finanziato dalle risorse europee.

Secondo De Luca, i contributi a fondo perduto del Recovery and resilience facility sono stati concessi per alle aree svantaggiata d’Europa e d’Italia e divisi fra gli Stati membri sulla base di tre criteri, la popolazione, il divario di prodotto interno lordo e il tasso di disoccupazione. Di conseguenza De Luca critica l’ipotesi che il governo voglia destinare il 34 per cento delle risorse al Sud e il 66 per cento al Nord.

Abbiamo verificato e le informazioni riportate da De Luca sono sostanzialmente corrette, al netto di un’imprecisione. Il presidente della Campania cita correttamente – pur semplificando – i criteri stabiliti dalla Commissione europea per la ripartizione delle sovvenzioni: la popolazione dello Stato membro, il rapporto fra il Pil pro capite italiano e il Pil pro capite medio europeo e il tasso medio di disoccupazione negli ultimi 5 anni rispetto alla media europea nel periodo 2015-2019.

Non è però possibile dire oggettivamente che le risorse europee siano stata pensate solo per le «aree svantaggiate». Nel complesso, l’obiettivo dei fondi europei è quello di risollevare le economie nazionali degli Stati membri e l’impatto della pandemia in Italia ha certamente colpito tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud, come certifica l’analisi di novembre 2020 di Banca d’Italia. L’istituto bancario, allo stesso tempo, sottolinea come il calo dell’attività economica sia stato più significativo al Nord. Come ha osservato lo Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, la crisi economica nel Mezzogiorno incide negativamente su un tessuto produttivo già debole.

De Luca riporta poi correttamente la percentuale di sussidi programmata dal governo italiano per il Sud. Secondo la bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza, in via ipotetica, al Sud andrà il 34 per cento delle risorse. La cifra rispetta la “clausola del 34 per cento”, che impone alle amministrazioni centrali di destinare al Meridione una quota di spesa pubblica almeno pari alla percentuale di popolazione residente.

Dire che la ripartizione sia ingiusta nei confronti del Sud è infine una valutazione strettamente politica – e dunque soggettiva – del presidente della Campania.

In conclusione, De Luca si merita un “C’eri quasi”.

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