Davide Barillari

Barillari sbaglia: gli asintomatici sono contagiosi

«Altro studio che dimostra che gli asintomatici NON SONO CONTAGIOSI»

Pubblicato: 29 ott 2020
Data origine: 27 ott 2020
Macroarea questioni sociali

Il 27 ottobre il consigliere della Regione Lazio Davide Barillari (ex Movimento 5 stelle) ha pubblicato su Twitter il link a un «altro studio» che, secondo lui, dimostra che gli asintomatici al coronavirus «non sono contagiosi».

In realtà, come già successo di recente sempre riguardo all’epidemia, Barillari dice una “Panzana pazzesca”: in primo luogo lo studio – pubblicato ormai oltre quattro mesi fa – non sostiene la tesi dell’ex M5s, ma arriva a una conclusione decisamente meno netta; in secondo luogo questa ricerca mostra una serie di gravi limiti.

Ricordiamo che le evidenze scientifiche ad oggi a disposizione indicano che chi è positivo al coronavirus e non manifesta sintomi è comunque generalmente contagioso (e può subire danni nascosti, per esempio, ai polmoni e al cuore).

Ma vediamo i dettagli dello studio citato di Barillari e perché l’ex M5s sbaglia.

– Leggi anche: Asintomatici: che cosa sappiamo e che cosa deve dirci ancora la scienza

I problemi dello studio di Barillari

Lo studio citato da Barillari – intitolato A study on infectivity of asymptomatic Sars-CoV-2 carriersè stato pubblicato a maggio 2020, quindi già più di quattro mesi fa, sulla rivista scientifica Respiratory Medicine.

Nello studio, alcuni scienziati cinesi hanno analizzato la mancata trasmissione del virus Sars-CoV-2 da parte di un singolo soggetto presentato dagli autori come «asintomatico».

La ricerca, fin da subito, non si presenta come conclusiva: nell’abstract – il riassunto che apre quasi tutti gli articoli della letteratura accademica – gli autori infatti scrivono: «Concludiamo che l’infettività di alcuni portatori asintomatici di Sars-CoV-2 potrebbe essere debole».

Figura 1. La conclusione dell’abstract dello studio

Una frase dunque che smentisce subito quanto scritto da Barillari, secondo cui tutti gli asintomatici al coronavirus non sarebbero contagiosi.

In ogni caso, questo singolo studio non è conclusivo, è datato, è stato criticato per avere gravi falle metodologiche e non dimostra che i soggetti asintomatici non trasmettano l’infezione da Sars-CoV-2.

Una rondine non fa primavera

Lo studio prende in considerazione una singola paziente, una donna di 22 anni, e 455 suoi contatti. Tutte le conclusioni dello studio si basano quindi sull’infettività di una singola persona: un campione che chiaramente non è statisticamente significativo (che una singola persona asintomatica non sia infettiva non vuol dire che tutti gli asintomatici, o anche la loro maggior parte, non siano infettivi).

Gli autori stessi dell’articolo lo ammettono esplicitamente nelle conclusioni della loro ricerca: «Il limite del nostro studio è che c’è solo un caso, e mancano informazioni dettagliate sui membri delle famiglie in quarantena. Studi su larga scala, condotti su più ospedali, sono necessari per verificare le nostre conclusioni».

In generale, sebbene ciascuno studio o report clinico (o case study in inglese), purché ben fatto, fornisca informazioni utili, nessun singolo studio clinico su un singolo campione è mai decisivo su un tema medico, in quanto possono esserci variabili nel campione e nelle metodologie che mutano i risultati da uno studio all’altro.

Per questo motivo è bene invece affidarsi ai risultati delle meta-analisi, che raccolgono i dati di singoli studi e li integrano con metodi statistici, ottenendo stime complessive più affidabili o, in questo caso, anche a studi individuali, ma che analizzano complessivamente diversi focolai o diverse linee di trasmissione.

Come hanno spiegato di recente i nostri colleghi di Facta, il complesso delle evidenze scientifiche dirette e indirette – raccolte in particolare negli ultimi mesi – mostra che i soggetti pre-sintomatici e asintomatici positivi al coronavirus siano contagiosi.

Lo studio non tratta di un soggetto realmente asintomatico

In secondo luogo, ci sono pure dubbi sulla reale asintomaticità della paziente analizzata, come hanno fatto notare alcuni ricercatori dell’Università della Florida in una critica allo studio che è stata pubblicata sempre sulla rivista Respiratory Medicine a giugno 2020.

Gli autori dello studio linkato da Barillari hanno infatti spiegato che la paziente aveva mostrato per anni problemi respiratori, che si erano aggravati per un mese a inizio 2020. Tra i sintomi non c’erano però febbre e tosse e alla donna era stata diagnosticata una malattia congenita al cuore. La paziente era stata ricoverata in ospedale e testata dopo 26 giorni di ricovero, quindi dopo circa 56 giorni dopo la comparsa del peggioramento dei sintomi.

Secondo i critici dello studio, la paziente analizzata aveva però molto probabilmente manifestato i sintomi alla Covid-19, non particolarmente gravi ma abbastanza da essere stata ricoverata in ospedale. Dunque, dopo quasi due mesi, era risultata ancora positiva, ma priva di sintomi. Questo però non significa che fosse catalogabile come paziente «asintomatica», cosa che minerebbe alla base la ricerca cinese.

Al massimo lo studio citato da Barillari dice qualcosa sul fatto che molto tempo dopo lo sviluppo della malattia non si è più infettivi anche in presenza di un test positivo: un tema che i nostri colleghi di Facta hanno affrontato qui, e che sembra suggerito anche da studi più significativi, ma che ha ben poco a che vedere con gli asintomatici.

Le «conseguenze pericolose», come dimostra Barillari

Concludiamo infine con una citazione della critica allo studio postato da Barillari citata sopra: «Apprezziamo lo sforzo degli autori per rispondere a una domanda molto importante sull’infettività di Sars-CoV-2. Purtroppo la loro metodologia è gravemente difettosa. Inoltre la loro conclusione può essere, ed è, facilmente male interpretata dal pubblico. Tale incomprensione può portare a conseguenze pericolose. Questo è particolarmente vero quando l’ansia sociale è alta, quando le direttive dei governi e degli ufficiali sanitari sono spesso in contraddizione, e quando la quarantena e le misure di distanziamento sociale vengono rilassate».

Barillari sembra insomma dimostrare quanto sia facile male interpretare la conclusione di uno studio e trarne un messaggio – quello che gli asintomatici non sono contagiosi – che può avere conseguenze molto pericolose per la salute collettiva.

Il verdetto

Secondo Davide Barillari (ex M5s), uno studio pubblicato a maggio scorso dimostra che gli asintomatici al coronavirus «non sono contagiosi». Abbiamo verificato e il consigliere della Regione Lazio commette un grave errore.

Innanzitutto, la ricerca citata da Barillari sostiene nell’abstract che «l’infettività di alcuni portatori asintomatici di Sars-CoV-2 potrebbe essere debole»: dunque la contagiosità non viene esclusa del tutto.

In secondo luogo, lo studio si basa sull’analisi di una sola paziente, presentata come «asintomatica», ma che in realtà molto probabilmente aveva preso il coronavirus per poi guarire, pur rimanendo positiva.

In generale, le evidenze scientifiche più recenti mostrano che gli asintomatici possono trasmettere il coronavirus: messaggi opposti possono dunque essere molto pericolosi quando si parla di salute pubblica.

Barillari, in conclusione, si merita una “Panzana pazzesca”.

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