Nicola Molteni

Perché l’Italia non ci guadagnerebbe molto dalla proposta di riforma di Dublino

«Il regolamento di Dublino, penalizzante per l’Italia, non viene abolito ma rimane in vigore e il principio di accoglienza per il Paesi di primo ingresso rimane intatto con grave pregiudizio per l’Italia»

Pubblicato: 24 set 2020
Data origine: 24 set 2020
Macroarea questioni sociali

Il 24 settembre Nicola Molteni, deputato della Lega ed ex sottosegretario al Ministero dell’Interno durante il governo Conte I, ha duramente criticato sulla sua pagina Facebook il “Nuovo patto su migrazione e asilo” presentato dalla Commissione europea il giorno prima. Si tratta di un insieme di proposte di interventi legislativi per dare una nuova disciplina comune agli Stati membri dell’Ue in ambito di immigrazione.

La critica di Molteni, in particolare, è che il regolamento di Dublino – cioè la normativa europea attualmente in vigore sulla gestione delle richieste di asilo a livello europeo – «non viene abolito» da questo “Nuovo patto”. Il criterio per cui l’accoglienza dei migranti spetta ai Paesi di primo ingresso non viene toccato, «con grave pregiudizio per l’Italia».

L’affermazione è imprecisa e contiene alcuni elementi corretti e altri errati.

Che cos’è e cosa prevede il regolamento di Dublino

I regolamenti sono atti legislativi vincolanti dell’Unione europea e devono essere applicati integralmente in tutti gli Stati membri. Quello di Dublino (regolamento 604/2013, nella sua versione attualmente in vigore) ha come obiettivo principale quello di stabilire i criteri per l’esame di una domanda di protezione e quale sia lo Stato Ue che se ne deve fare carico.

Il principio di accoglienza per i Paesi di primo ingresso, di cui parla Molteni, è stabilito in particolare dall’articolo 13 del regolamento. Qui si prevede che – a meno che non si verifichino le condizioni particolari previste dagli articoli precedenti, come l’aver soggiornato in precedenza per almeno cinque mesi in un altro Stato o lì avere dei familiari regolarmente residenti – è competente a esaminare la domanda di protezione internazionale il primo Stato membro dell’Ue in cui il migrante è entrato illegalmente da un Paese terzo.

Questo principio – come abbiamo scritto in passato – scarica la responsabilità di esaminare le domande di asilo, e di accogliere i migranti durante il periodo necessario all’esame, sugli Stati di frontiera dell’Unione europea. Negli anni recenti, in cui gli arrivi in Europa sono stati principalmente via mare dal Medio Oriente e dall’Africa, in particolare su Grecia, Italia e Spagna. Quindi Molteni ha ragione quando dice che è «penalizzante» per il nostro Paese.

Vediamo ora come la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen vorrebbe modificare questa normativa. Ricordiamo comunque che quella della Commissione è una proposta, che per diventare legge dovrà essere discussa e approvata dai due organi legislatori dell’Ue, cioè il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione europea.

I precedenti tentativi della Commissione

Il “Nuovo patto su migrazione e asilo”, presentato il 23 settembre, arriva dopo il naufragio dei tentativi della precedente Commissione (guidata da Jean-Claude Juncker) di instaurare un meccanismo obbligatorio e permanente di redistribuzione dei migranti tra gli Stati membri.

Tra il 2015 e il 2017 è stato in vigore un meccanismo obbligatorio ma temporaneo, che ha avuto risultati discreti, ma la proposta di sostituirlo con un meccanismo obbligatorio permanente è stata definitivamente affossata a giugno 2018, durante il primo Consiglio europeo dell’allora neonato governo Lega-M5s, a causa dell’opposizione di diversi Stati, in particolare dell’Est Europa.

Allora fu stabilito che qualsiasi forma di redistribuzione dei migranti da parte degli Stati avvenisse su base volontaria, senza toccare la riforma di Dublino.

La Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha allora proposto una soluzione di compromesso sul punto dei ricollocamenti nel “Nuovo patto su migrazione e asilo”.

Il “Nuovo patto su migrazione e asilo”, in sintesi

Il “Nuovo patto su migrazione e asilo” ha tre piani principali, ha spiegato il vicepresidente della Commissione Margaritis Schinas sempre il 23 settembre.

Il primo piano è quello delle relazioni con i Paesi di origine del flusso migratorio, coi quali si intende sviluppare una più stretta collaborazione per arginare le partenze; il secondo è il controllo delle frontiere esterne, che diventa più severo e stringente, per ridurre gli ingressi irregolari; il terzo è la gestione dei migranti che oltrepassano le frontiere esterne.

Questo terzo piano è quello che contiene in particolare la soluzione di compromesso sui ricollocamenti. Andiamo a vedere i dettagli.

Il nuovo meccanismo di solidarietà

Quello proposto dalla Commissione, spiegano i promotori, è un «nuovo meccanismo di solidarietà» tra Stati.

In base a questo, accanto alla possibilità di aiutare gli Stati di frontiera accogliendo una quota dei migranti (come avveniva ad esempio col meccanismo obbligatorio temporaneo sopra visto), viene introdotta una nuova possibilità, chiamata return sponsorship. Questa consiste nella possibilità per gli altri Stati di dare un contributo logistico ed economico al rimpatrio dei migranti che non hanno diritto all’asilo e che si trovano nello Stato di frontiera. Se dopo 8 mesi dall’inizio della sponsorship il migrante non è ancora stato rimpatriato, lo Stato sponsor è obbligato a trasferirlo nel proprio territorio e quindi a rimpatriarlo da lì.

Eccezionalmente il contributo degli Stati può essere diverso dalla return sponsorship: può configurarsi ad esempio come un aiuto economico alla creazione o ristrutturazione delle infrastrutture destinate all’accoglienza dei migranti degli Stati di frontiera. In situazioni ordinarie, questi contributi sono lasciati alla discrezionalità dei vari Stati membri.

Ma se il sistema di accoglienza un Paese Ue rischia di finire sotto pressione scatta un meccanismo su base obbligatoria. La procedura delineata dalla Commissione è questa: lo Stato sotto pressione avanza la sua richiesta, che viene esaminata dalla Commissione, la quale stabilisce quantità e qualità dell’aiuto di cui ha bisogno lo Stato (tra ricollocamenti, return sponsorship o contributi di altro tipo) da parte degli altri Stati membri.

Se gli altri Stati non si impegnano a sufficienza, la Commissione chiede che facciano delle integrazioni. Se queste non sono sufficienti e la mancanza di posti per ricollocamenti o return sponsorship supera il 30 per cento di quanto fissato dalla Commissione, si attiva un meccanismo apposito, chiamato critical mass correction mechanism. In base a questo gli Stati che non hanno né dato disponibilità ad accogliere migranti, né a gestire (e pagare per) il loro rimpatrio, vengono obbligati a farlo per il 50 per cento della quota a loro assegnata dalla Commissione. In caso non lo facciano, sarà una violazione della legge europea e rischieranno condanne e sanzioni in sede giudiziaria.

Quindi Dublino viene superato oppure no?

Tiriamo le fila di quanto detto finora. Il nuovo meccanismo di solidarietà proposto dalla Commissione europea andrebbe a sostituire l’attuale normativa stabilita dal regolamento di Dublino. Quindi da un punto di vista formale non è vero, come dice Moleni, che il regolamento di Dublino non venga abolito (nel caso in cui la proposta della Commissione diventasse legge).

Rimane però – come dice il deputato della Lega – il criterio per cui la responsabilità di esaminare le domande di asilo, e dunque anche di accogliere il migrante durante l’esame, ricade sugli Stati di primo ingresso.

Vengono tuttavia proposti dei correttivi significativi, in particolare in caso di pressione sul sistema di accoglienza di un Paese di frontiera. In questo caso infatti la Commissione prova in un primo momento a gestire i contributi volontari degli altri Stati, tra ricollocamenti, return sponsorship e altre misure. Se questi contributi però non sono sufficienti, allora scatta un obbligo per tutti gli altri Stati di scegliere se accogliere migranti o se sponsorizzarne il rimpatrio. Se questa sponsorizzazione non va a buon fine in 8 mesi, lo ricordiamo, il migrante viene trasferito dallo Stato di primo ingresso allo Stato sponsor, che completerà le procedure da lì.

Quindi anche da un punto di vista sostanziale sembra sbagliato dire, come fa Molteni, che il regolamento di Dublino non venga abolito.

Il verdetto

Il deputato della Lega Nicola Molteni il 24 settembre ha sostenuto che la nuova proposta della Commissione europea non abolisca il regolamento di Dublino e che rimanga in vigore il principio di accoglienza per i Paesi di primo ingresso, con «grave pregiudizio» per l’Italia.

È vero che il regolamento di Dublino impone il principio di accoglienza per i Paesi di primo ingresso ed è vero che questo penalizzi gli Stati di frontiera, come tra gli altri anche l’Italia. È poi vero che questo principio non venga eliminato dal “Nuovo patto su migrazione e asilo”.

Tuttavia la proposta della Commissione, che per diventare legge dovrà essere approvata da Parlamento europeo e Consiglio dell’Ue, contiene un insieme di regole che va oltre quelle esistenti fissate dal regolamento di Dublino.

In particolare la possibilità che, in situazioni di crisi o rischio di crisi, scatti per gli Stati membri l’obbligo di aiutare un Paese di frontiera in difficoltà, o accogliendo una quota dei migranti, o incaricandosi del loro rimpatrio (se non hanno il diritto all’asilo) – da effettuarsi in 8 mesi, pena il trasferimento sul proprio territorio dei migranti in questione – sembra una novità significativa.

Per Molteni, impreciso, dunque un “Nì”.

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