Carlo Calenda

Calenda ha ragione sul calo dei licenziamenti dopo l’abolizione dell’articolo 18

«Sono aumentati o diminuiti i licenziamenti dall’abolizione dell’articolo 18? Lo dico io: sono diminuiti»

Pubblicato: 10 gen 2020
Data origine: 07 gen 2019
Macroarea questioni sociali

Il leader di Azione Carlo Calenda, commentando l’ipotesi di reintrodurre l’articolo 18 avanzata tra gli altri dal ministro della Salute Roberto Speranza (LeU), il 7 gennaio ha sostenuto che i licenziamenti, dopo l’abolizione dell’articolo dello Statuto dei lavoratori che obbligava alla reintegrazione del dipendente a tempo indeterminato licenziato senza giusta causa, siano diminuiti.

Verifichiamo se è vero.

Che cosa dicono i dati dell’Inps

L’Osservatorio sulla precarietà dell’Inps riporta i dati sul “tasso di licenziamento”, riferito ai lavoratori a tempo indeterminato – quelli interessati dall’articolo 18, se l’azienda di cui fanno parte ha più di 15 dipendenti – fino al 2017 incluso.

I dati sul totale dei licenziamenti dei dipendenti a tempo indeterminato arrivano invece fino al 2018 incluso.

Partiamo dal primo dato.

Il tasso di licenziamento

Il “tasso di licenziamento”, specifica l’Inps, è calcolato «rispetto all’occupazione esposta al rischio ad inizio anno». Indica cioè la percentuale di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato licenziati rispetto al totale di quelli esposti al rischio di licenziamento a inizio anno.

Dai dati Inps risulta che dal 2014, ultimo anno in cui è stato in vigore l’articolo 18, poi abolito dai decreti attuativi del Jobs Act a marzo 2015, fino al 2017 il tasso di licenziamento è calato costantemente: dal 6,5 per cento al 6,1 per cento nel 2015, dal 6,1 al 5,5 per cento nel 2016, dal 5,5, al 5,3 per cento nel 2017.

Passiamo ora ai dati numerici sui licenziamenti, una misura imprecisa ma che è quella a cui fa riferimento – almeno letteralmente – Calenda.

Il numero di licenziamenti

I licenziamenti di lavoratori a tempo indeterminato nel 2014, ultimo anno con l’articolo 18 in vigore (in parte riformato due anni prima dal governo Monti, con la l.92/2012), secondo l’Inps sono stati pari a 670.855. Nel 2015 sono calati a 624.372 e nel 2016 sono risaliti, senza comunque tornare ai livelli del 2014, a 646.427.

Nel 2017 – abbiamo ricavato il dato facendo la somma dei dati, contenuti nelle tabelle Inps, relativi ai licenziamenti per motivi economici e disciplinari dei dipendenti a tempo indeterminato – i licenziamenti sono scesi a 622.884 e nel 2018 addirittura a 547.005.

I licenziamenti di lavoratori a tempo indeterminato, per motivi economici o disciplinari, sono insomma diminuiti nel 2018 di oltre 120 mila unità (circa un quinto del totale) rispetto al 2014.

Il verdetto

Calenda ha sostenuto che, dopo l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, divenuta effettiva nel marzo 2015, i licenziamenti siano diminuiti.

In base ai dati Inps, la sua affermazione risulta essere corretta: tra il 2014, ultimo anno in cui è stato operativo l’articolo 18, e il 2018 (ultimo anno per cui abbiamo i dati necessari) i licenziamenti di dipendenti a tempo indeterminato - quelli tutelati dall’articolo 18, se parte di un’azienda con più di 15 dipendenti - sono scesi da circa 670 mila a meno di 550 mila.

Inoltre è sceso anche il tasso di licenziamento, dal 6,4 per cento (2014) al 5,3 per cento (2017), che tiene conto anche dell’aumento o della diminuzione del totale dei lavoratori.

In conclusione, quindi, Calenda merita un “Vero”.

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