Lorenzo Fioramonti

Fioramonti e l'istruzione: per un pugno di miliardi

«Sembrano molti soldi ma in realtà questo non ci porterebbe neanche ai livelli del 2008. Dopo la crisi l’Italia ha tagliato scuola e università più di ogni altro Paese dell’Unione europea».

Pubblicato: 01 ott 2019
Data origine: 12 set 2019
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Il 12 settembre 2019 il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti (M5s), ospite della trasmissione radiofonica Il mattino in onda su Radio1, ha parlato (dal min. 1:21:42) della sua richiesta di aumentare i fondi per scuola e università.

Secondo Fioramonti, anche un aumento di «almeno 2 miliardi» di euro per la scuola e di 1 miliardo di euro per l’università, non riporterebbe l’Italia ai livelli del 2008. Inoltre, secondo il ministro, «dopo la crisi l’Italia ha tagliato scuola e università più di ogni altro Paese dell’Unione europea».

Abbiamo controllato e Fioramonti è impreciso.

Spesa per istruzione nel 2008 e nel 2020

Per il 2008 il budget dello Stato aveva previsto una spesa di circa 42,8 miliardi di euro per la scuola e di 8,3 miliardi di euro per l’università. In totale, dunque, nel 2008 sono stati impiegati in questi due settori 51,1 miliardi di euro.

Vediamo ora che cosa è stato previsto, per scuola e università, dal budget dello Stato per il triennio 2019-2021.

Per il 2019 i fondi destinati alla scuola erano pari a circa 47,5 miliardi di euro mentre per il 2020 è stato ipotizzato lo stanziamento di circa 46 miliardi di euro. Per quanto riguarda, invece, la formazione universitaria e post universitaria, il bilancio dello Stato ha previsto 8,3 miliardi per il 2019 e 8,4 miliardi per il 2020.

Nel 2020, quindi, in totale gli stanziamenti ad oggi previsti per scuola e università ammonterebbero a circa 54,4 miliardi di euro. Questa cifra da sola e senza gli aumenti richiesti da Fioramonti è già superiore a quanto stanziato nel 2008.

Se, poi, aggiungessimo i 3 miliardi di euro richiesti da Fioramonti, toccheremmo la cifra totale di 57,4 miliardi di euro (+6,3 miliardi rispetto al 2008).

L'inflazione cambia tutto

Abbiamo visto che – in termini nominali – la legge di Bilancio 2018 ha previsto un ammontare di risorse per scuola e università superiore a quello del 2008.

Il quadro cambia se si tiene però conto di quanto valgono oggi i 51,1 miliardi di euro previsti dalla legge di Bilancio 2008. Dato che i prezzi da prima della crisi ad oggi sono aumentati di anno in anno, l’ammontare di beni e servizi che si possono acquistare con quell'ammontare (il cosiddetto “valore reale”) è cambiato. In particolare, 51,1 miliardi pre–crisi possono acquistare più beni e servizi di 51,1 miliardi di oggi.

Secondo i dati Eurostat, in Italia dal 2007 (anno precedente alla crisi) al 2018 (ultimo dato disponibile) vi è stato un aumento medio dell’inflazione dell’1,63 per cento annuo. Se teniamo conto di questo incremento, risulta che i 51,1 miliardi di euro della legge di Bilancio 2008 sono pari a circa 61 miliardi di oggi [1].

Fioramonti ha quindi ragione su questo punto: in termini reali, i livelli di investimento in scuola e università di oggi sono inferiori a quelli del 2008.

Il confronto europeo dopo la crisi

Ma davvero l’Italia è il Paese che ha tagliato maggiormente la spesa per istruzione dopo la crisi del 2008?

Per fare un confronto con gli altri Stati europei possiamo guardare alla spesa per istruzione (education) nel database Eurostat, che tuttavia comprende altre voci rispetto alla sola spesa per scuola e università e che comunque ha dati aggiornati al 2017.

Premesso questo, secondo Eurostat nel 2017 – ultimo anno per cui i dati sono disponibili – l’Italia ha investito in istruzione il 3,8 per cento del suo Pil. Con questo risultato era al di sotto della media Ue (4,6 per cento) e facevano peggio solo la Romania (2,8 per cento), l’Irlanda (3,3 per cento) e la Bulgaria (3,6 per cento).

Nel 2008 il nostro Paese aveva investito il 4,4 per cento del Pil, con una media Ue del 4,9 per cento. Fino al 2010 il valore si è mantenuto stabile, per poi iniziare a decrescere a partire dal 2011 (4,1 per cento - calo di 0,3 punti percentuali) e ancora negli anni successivi (4 per cento nel 2014, 3,9 per cento nel 2015 e 3,8 per cento nel 2016).

Tra il 2008 e il 2017 l’Italia si è sempre tenuta al di sotto della medie Ue e, complessivamente, gli investimenti in istruzione hanno registrato un calo di 0,6 punti percentuali. Guardando alla variazione annuale, per l’Italia il calo massimo è stato registrato tra il 2011 e il 2012 ed è stato pari a 0,3 punti percentuali (dal 4,4 per cento al 4,1 per cento).

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Grafico 1: Investimenti in istruzione rispetto al Pil 2008-2017: Italia e media Ue - Fonte: Eurostat

C’è però chi ha fatto peggio. Facciamo qualche esempio.

La Romania, ad esempio, tra il 2008 e il 2017 ha ridotto i propri investimenti in istruzione di 1,5 punti percentuali (dal 4,3 per cento al 2,8 per cento). Tra il 2011 e il 2012 il Paese ha ridotto gli investimenti di 1,1 punti percentuali (dal 4,1 per cento al 3 per cento).

L’Irlanda ha poi ridotto, tra il 2008 e il 2017, gli investimenti in istruzione di 1,4 punti percentuali passando da 4,7 per cento del Pil al 3,3 per cento. Il calo massimo ha toccato i 1 punto percentuale tra il 2014 (4,3 per cento) e il 2015 (3,3 per cento).

O ancora, il Regno Unito che nel 2008 aveva investito in istruzione il 5,8 per cento del Pil mentre nel 2017 il 4,6 per cento, con un calo complessivo di 1,2 punti percentuali. Guardando agli stanziamenti anno per anno il calo maggiore è stato registrato tra il 2010 e il 2011 (0,5 punti percentuali).

Riportiamo nel grafico gli investimenti di tutti i Paesi Ue che tra il 2008 e il 2017 hanno registrato in percentuale rispetto al Pil un calo degli investimenti maggiore rispetto a quanto successo in Italia.

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Grafico 2: Selezione di Paesi che nel 2017 hanno investito in istruzione meno di quanto fatto nel 2008 - Eurostat

Dunque, non è vero che il nostro Paese è quello che ha ridotto più di ogni altro gli investimenti in istruzione.

Il verdetto

Il ministro dell'Istruzione Lorenzo Fioramonti ha detto che anche aumentando di un totale di 3 miliardi di euro i fondi per scuola e università, l’Italia sarebbe al di sotto degli investimenti fatti nel settore nel 2008. Il nostro Paese sarebbe anche quello che, dopo la crisi, ha investito meno in istruzione.

Se si analizza la questione in termini reali, il ministro dell’Istruzione ha ragione sul primo punto. Nel 2008 l’Italia ha investito in scuola e università circa 51,1 miliardi di euro, nel 2020 – prevedendo un aumento complessivo di 3 miliardi di euro come richiesto dal ministro – la cifra totale raggiungerebbe i 54,7 miliardi di euro, 6,3 miliardi di euro in più rispetto a quanto fatto 11 anni fa.

Se teniamo però conto dell'inflazione, i 51,1 miliardi del 2008 sono pari a circa 61 miliardi di euro del 2018. Ciò significa che l'Italia, anche con l'aumento di 3 miliardi richiesto da Fioramonti, investe oggi meno in scuola e università di quanto non facesse prima della crisi.

Guardando invece al confronto europeo, il ministro dell'Istruzione sbaglia. Infatti, l’Italia non è il Paese ad aver investito meno in istruzione dopo la crisi, né guardando al calo di investimento in punti percentuali tra il 2008 e il 2017 e neppure guardando alla variazione annuale rispetto al Pil.

Lorenzo Fioramonti merita un “Nì”.



[1] Per calcolare il valore attuale di 51 miliardi di euro utilizziamo la formula FV= PV*(1+i)^n, che nel nostro caso è uguale a FV= 51*(1+0,0163)^11, ossia a 61,04 miliardi di euro.

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