Giuseppe Provenzano

I morti sul lavoro sono più di due al giorno

«Più di due persone al giorno muoiono sul lavoro [...]. Abbiamo i livelli di mortalità sui luoghi di lavoro più alti d’Europa. Siamo ai livelli dei primi del Novecento».

Pubblicato: 23 lug 2019
Data origine: 10 lug 2019
Macroarea questioni sociali

Il 10 luglio 2019 il responsabile Politiche del lavoro del Partito Democratico Giuseppe Provenzano ha riportato sul proprio profilo Facebook alcuni dati che riguardano le morti sul lavoro.

Secondo Provenzano, in Italia si registrano più di due vittime al giorno. A detta dell’esponente del Pd, il nostro Paese sarebbe quello con la mortalità sul lavoro più alta di tutta Europa, toccando i «livelli dei primi del Novecento».

Abbiamo verificato e qualcosa non torna.

Quante sono le vittime giornaliere?

Partiamo dai numeri. Per avere un’idea della media di infortuni mortali sul lavoro avvenuti nel 2019, una prima fonte importante sono i dati dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail).

Nei primi cinque mesi del 2019 (e, quindi, dal 1° gennaio al 31 maggio) sono state denunciate 391 morti sul lavoro, che corrispondono ad una media pari a più di due decessi al giorno (circa 2,6). Il dato è quasi uguale a quello dello stesso periodo del 2018, quando le vittime sul lavoro erano state 389.

Inail distingue tra le morti avvenute «in occasione di lavoro» e quelle «in itinere». Con questa seconda espressione si indicano le vittime degli incidenti avvenuti nel tragitto casa-lavoro.

Stando ai dati, nei primi cinque mesi del 2019 il 28,6 per cento delle morti bianche è avvenuto in itinere. Più di una persona al giorno (1,3) ha invece perso la vita sul luogo di lavoro.

Che cosa manca nei numeri Inail

I numeri totali delle vittime sono poi quasi certamente più alti.

I dati dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro prendono in esame infatti solo la popolazione che rientra tra gli assicurati Inail. Come riporta lo stesso istituto e come è stato confermato a Pagella Politica, non rientrano tra gli assicurati alcune categorie di lavoratori, tra loro molto diverse. Ad esempio: gli agenti di commercio, i giornalisti, il personale dei vigili del fuoco, delle forze di polizia e delle forze armate, i periti industriali e gli sportivi dilettanti.

Alcune di queste categorie – come i vigili del fuoco e il personale di polizia e forze armate – svolgono delle attività che comportano un rischio relativamente elevato per la propria vita e quindi potrebbero incidere in modo significativo sul totale.

Ma non è facile trovare statistiche ufficiali per le forze dell’ordine. Il Ministero dell’Interno condivide alcuni dati in un unico file che in molti casi non indica la data dell’incidente, e da cui si può concludere soltanto che tra il 1961 e marzo 2019 sono stati 3.376 i caduti o i feriti accertati dal Ministero. Il numero include l’intero comparto delle forze di polizia e armate (dai Carabinieri alla Marina Militare, dall’Aeronautica alla Polizia di Stato e all’Esercito).

Qual è la logica dietro queste esclusioni? Abbiamo contattato l’Inail e ci è stato spiegato che le categorie che rientrano nella loro assicurazione sono state stabilite con il Testo unico Dpr 1124/1965 e le sue successive integrazioni. Come precisato dall’Istituto a Pagella Politica, per coloro che non rientrano in queste categorie «Inail non dispone di dati statistici».

Ci è stato anche spiegato che le altre categorie hanno assicurazioni private diverse tra loro e non è quindi possibile raccogliere, in un unico database, numeri delle vittime che siano complessivi ed omogenei.

No, non siamo i peggiori in Europa

Guardiamo ora agli altri Paesi Ue. Secondo Eurostat, in termini assoluti l’Italia ha occupato negli ultimi anni le prime posizioni per numero di infortuni mortali sul lavoro. Ciò sarebbe di per sé poco significativo, visto che con 60 milioni di abitanti l’Italia è, per distacco, il quarto Paese più popoloso dell’Unione (e sarà il terzo dopo la Brexit). Inoltre, i dati disponibili non proseguono oltre il 2017 e le ultime rilevazioni che coinvolgono tutti gli Stati membri Ue sono relative al 2016.

La situazione italiana è comunque poco rosea: in anni recenti, dal 2008 al 2012, l’Italia si è posizionata al primo posto per numero assoluto di vittime sul lavoro (registrando, in media, 685 vittime all’anno). Dal 2013 al 2016 (con in media 515 vittime all’anno) ha invece lasciato il primato alla Francia (in media 583 vittime all’anno).

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Grafico 1: Numero assoluto morti sul lavoro in Italia tra il 2008 e il 2017 - Fonte: Eurostat

Come dicevamo, i dati in termini assoluti forniscono solo informazioni parziali sull’effettiva sicurezza sul lavoro nei vari Paesi. Per avere un’idea più precisa, guardiamo al tasso di incidenza, un valore che calcola il numero di incidenti fatali e non ogni 100 mila persone occupate.

I dati Eurostat mostrano come l’Italia, pur trovandosi spesso al di sopra della media Ue negli ultimi anni, non ha mai ricoperto le prime posizioni. Dunque, in altre parole, il nostro non è mai stato il Paese che ha registrato i tassi di incidenza di mortalità sul lavoro più elevati tra i membri Ue.

Nel 2017, ultimo anno disponibile per il quale mancano però i dati di nove Stati, il nostro Paese aveva registrato un tasso di incidenza pari al 2,1 per cento, posizionandosi al settimo posto a livello europeo. Nel 2016 ricopriva il 15° posto (2,11 per cento), così anche nel 2015 (2,42 per cento). Nel 2014 il 13° posto (2,34 per cento).

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Grafico 2: Tasso di incidenza vittime sul lavoro tra il 2008 e il 2017 - Fonte: Eurostat

Guardando ai dati Eurostat, negli ultimi 9 anni – periodo preso in esame dall’ufficio statistico dell’Ue – il nostro Paese non è mai stato né al primo posto né nelle prime posizioni.

Tra i principali Paesi Ue, si distingue in positivo il Regno Unito che ha vantato tra il 2008 e il 2017 un tasso di incidenza delle vittime sul lavoro che è oscillato tra lo 0,55 e lo 0,88 per cento. Anche la Germania ha ottenuto negli anni degli ottimi risultati, registrando un progressivo calo del tasso di incidenza (dall’1,59 per cento del 2008 allo 0,89 per cento del 2017). Per la Spagna i risultati sono stati, negli anni, simili a quelli italiani mentre la Francia ha fatto peggio (nel 2016 il tasso di incidenza è stato pari al 2,7 per cento).

Le vittime sul lavoro ad inizio Novecento e oggi

Resta da chiedersi infine se la situazione italiana sia peggiorata fino ai «livelli di primo Novecento» di cui parla Provenzano.

L’archivio dell’Inail fornisce dati solo a partire dal 1951. Per il periodo compreso tra il 1951 e il 1993 le informazioni sono state raccolte attraverso dei “notiziari statistici”, e solo successivamente, a partire dal 1994, con un database.

Il Sistema archivistico nazionale ha elaborato, nel tempo, ulteriori statistiche sugli infortuni ma i dati non sono al momento stati digitalizzati e non ci è stato possibile trovare alcuna statistica nazionale che prendesse in esame l’inizio del secolo scorso.

Il confronto con il primo Novecento propriamente inteso risulta quindi impossibile. Pagella Politica ha contattato l’Inail per qualche commento: l’ente ha precisato che ad inizio del secolo scorso la maggior parte dei lavoratori era impiegata nel settore agricolo, piuttosto che in quello industriale come accade oggi. Il contesto lavorativo era quindi assai differente.

Dagli anni ’70, le vittime sul lavoro calano

Vediamo comunque l’andamento degli ultimi decenni (ci siamo occupati del tema in una nostra recente analisi), che dimostra come il confronto di Provenzano sia piuttosto esagerato.

Negli anni Ottanta, ad esempio, la media annua di incidenti mortali – secondo le serie storiche Inail – si è sempre mantenuta sopra le 2 mila denunce. Negli anni Settanta si sono superate le 3 mila vittime all’anno e negli anni Sessanta addirittura le 4 mila.

Nel 1963, anno che ha registrato il picco massimo tra i dati che abbiamo a disposizione, le morti bianche furono quasi 13 al giorno (4.644 in totale). Dunque, nel 1963 le morti sul lavoro sono state di oltre 4 volte maggiori rispetto allo scorso anno.

La differenza non si spiega solo con la differenza nel numero degli occupati, che anzi a metà degli anni Sessanta - e all’apice del boom economico - non erano molti meno degli attuali: poco meno di 20 milioni, contro i 23 milioni circa di oggi.

Il verdetto

Giuseppe Provenzano ha dichiarato che in Italia ci sono più di due morti sul lavoro al giorno e che il nostro Paese ha, per quanto riguarda le morti bianche, i livelli di mortalità più alti di tutta Europa, paragonabili ad inizio Novecento.

I dati Inail confermano la media di cui parla l’esponente del Pd: nei primi cinque mesi del 2019, le vittime sul lavoro sono state più di due al giorno (2,6). I numeri Inail escludono però diverse categorie di lavoratori, per cui è assai plausibile che il totale sia più alto.

Non è però vero che l’Italia vanti il triste primato in Europa. Secondo i dati Eurostat, a livello assoluto l’Italia ricopre da tre anni il secondo posto dopo la Francia e, guardando al tasso di incidenza delle morti degli ultimi 9 anni, il nostro Paese non è mai stato né al primo posto né nelle prime posizioni.

Non ci è poi stato possibile verificare se l’attuale tasso di mortalità è pari a quello registrato all’inizio del Novecento per mancanza di dati ufficiali. Ad ogni modo, le condizioni di lavoro e l’assetto economico erano così diversi da impedire con ogni probabilità il confronto. Guardando ai dati più recenti, sappiamo però con certezza che dagli anni Sessanta ad oggi le morti annue bianche sono decisamente diminuite.

Nel complesso, Giuseppe Provenzano merita un “Nì”.


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