Maria Elena Boschi

Davvero il governo ha tagliato i fondi per le periferie?

«Lega e M5s affossano la commissione di inchiesta sulle periferie chiesta dal Pd. Non basta aver tagliato i 2 miliardi di euro messi dai governi Pd sulle periferie, oggi cancellano anche la commissione che aveva lavorato nella scorsa legislatura».

Pubblicato: 04 apr 2019
Data origine: 26 mar 2019
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Il 26 marzo, la deputata del Partito Democratico Maria Elena Boschi ha criticato con un tweet Lega e Movimento Cinque Stelle per aver «affossato» la nuova commissione d'inchiesta sulle periferie, dopo «aver tagliato i 2 miliardi di euro messi dai governi Pd».

È vero? Abbiamo verificato.

Il percorso della proposta di legge

Il 26 marzo si è conclusa alla Camera la discussione della proposta di legge n° 696, a prima firma del deputato del Partito democratico Andrea De Maria, dal titolo “Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sullo stato della sicurezza e sul degrado delle città”.

In questa occasione, la maggioranza ha approvato l’emendamento 1.2 presentato dal M5s (e, nello specifico dalla deputata Anna Macina) e interamente soppressivo del testo, che ha concluso così definitivamente il suo iter legislativo. In altri termini, la proposta è stata “cancellata” dall’Aula e cessa di esistere.

A votare contro la proposta di legge n. 696 sono stati i partiti di governo, Lega e Movimento 5 stelle, mentre si sono espresse a favore tutte le opposizioni: Partito democratico, Forza Italia, Noi con l'Italia, Fratelli d’Italia e Liberi e uguali.

Già nel corso dei lavori della Commissione affari costituzionali di Montecitorio, la proposta di legge del Pd aveva infatti assorbito i testi di altre tre proposte di legge simili presentate da Maria Stella Gelmini (Fi), Maurizio Lupi (Noi con l'Italia) e Fabio Rampelli (FdI).

Il progetto, oggi bocciato, raccoglieva quindi un’adesione trasversale fra forze politiche diverse fra loro.

Che cosa veniva proposto?

La proposta di legge chiedeva di ricostituire una nuova «Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città», come continuazione ideale di quella istituita nella scorsa legislatura, il 27 luglio 2016, e operativa alla Camera fino a febbraio 2018.

A differenza del precedente, il nuovo organo sarebbe stato bicamerale e comprensivo di venti senatori e venti deputati. Il suo operato sarebbe durato per l’intero corso della XVIII legislatura. Come tutte le Commissioni d’inchiesta, avrebbe avuto la facoltà di fare «indagini ed esami con gli stessi poteri e le medesime limitazioni dell’autorità giudiziaria».

Il testo assegnava alla nuova Commissione diversi compiti. Come, ad esempio, monitorare «le connessioni che possono emergere tra il disagio delle aree urbane e i fenomeni della radicalizzazione»; raccogliere informazioni su buone pratiche già funzionanti in altri agglomerati metropolitani; localizzare «i fenomeni dell’abusivismo edilizio e dell’occupazione abusiva degli immobili di edilizia popolare»; valutare programmi per ampliare l’erogazione di servizi nelle zone più problematiche. I risultati dovevano poi essere riferiti in Parlamento così che potessero essere alla base di eventuali interventi mirati sul tema.

Perché la maggioranza non vuole la Commissione?

Possiamo farci un’idea delle motivazioni che hanno spinto M5s e Lega a bocciare la proposta di legge guardando al resoconto stenografico della seduta del 26 marzo.

La deputa grillina Anna Macina, prima responsabile dell’emendamento che ha soppresso la proposta di legge, dopo aver elencato le misure messe in campo dal governo Conte a favore delle periferie, ha concluso il suo intervento ritenendo che «non sia la costituzione di una Commissione bicamerale - e non soltanto monocamerale come nella vecchia legislatura - ad essere la soluzione, ma che la soluzione è nel rispondere adesso, con le politiche attive e con delle risposte serie e concrete».

Una linea simile è quella del leghista Gianni Tonelli. Il deputato ha riconosciuto alla precedente commissione di aver fatto un «lavoro eccellente», evidenziando però che per il suo partito «non abbia significato in questo momento frapporre, posporre un nuovo lavoro», ma che sia piuttosto preferibile prendere spunto da quanto già fatto.

I 2 miliardi per le periferie

Maria Elena Boschi sostiene anche che Lega e M5s abbiano «tagliato 2 miliardi di euro messi dai governi Pd sulle periferie». In realtà non è esattamente così.

La deputata democratica fa probabilmente riferimento al decreto-legge cosiddetto “Milleproroghe”, convertito in legge dal Parlamento nel settembre 2018 (articolo 13, comma 2 [1]) in cui si è previsto che le restanti «convenzioni» (e, quindi, i “contratti” con cui il governo si impegna a dare ai comuni il denaro di cui hanno bisogno) siano distribuite a partire dal 2020.

Le «convenzioni» citate nel testo corrispondono alla seconda e alla terza tranche di finanziamenti del “Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie delle città metropolitane e dei comuni capoluogo di provincia”, più in breve noto come “piano periferie”, avviato dal governo Renzi e portato avanti da quello Gentiloni.

Il progetto prevedeva un bando a cui gli enti locali potevano partecipare inviando le proprie proposte di riqualificazione alla Presidenza del Consiglio. Il programma aveva portato all’approvazione di 120 progetti, i primi 24 a marzo 2017 e altri 96 ad aprile 2018. Il costo totale dei finanziamenti ammontava a 2,06 miliardi di euro.

Di questi 2 miliardi, sono già stati stanziati 500 milioni con la legge di Bilancio per il 2016 (art. 1 co. 978) destinati ai primi 24 progetti approvati. Il Milleproroghe, citato sopra, ha quindi solo tecnicamente rinviato al 2020 - e non cancellato, come sostiene Boschi - i successivi finanziamenti. Nel dettaglio, la seconda tranche di finanziamenti (pari a 800 milioni di euro e prevista dal decreto del Presidente del Consiglio del 29 maggio 2017) e la terza (pari a da 761 milioni di euro e con delibera del Cipe - Comitato interministeriale per la programmazione economica del 7 agosto 2017).

In totale, quindi, si tratta di circa 1,5 miliardi di euro che sarebbero stati destinati, già dal 2019, ai rimanenti 96 progetti approvati dalla Presidenza del Consiglio.

Il destino del “piano periferie” è stato al centro di un curioso episodio parlamentare che ha coinvolto anche lo stesso Partito democratico. Il 6 agosto 2018 al Senato venne infatti approvato un emendamento al decreto Milleproroghe che prevedeva la sospensione, per due anni, del “piano periferie”. I democratici votarono a favore dell’emendamento della maggioranza per motivi mai ben chiariti - dichiarando poi che l’emendamento fosse, nel suo contenuto, poco chiaro e «controverso».

Il verdetto

Maria Elena Boschi sostiene che Lega e M5s, oltre ad «aver tagliato i 2 miliardi di euro messi dai governi Pd sulle periferie», abbiano anche «affossato» la nuova Commissione d’inchiesta sulle periferie richiesta dal Pd.

La deputata dem, parlando della fine della Commissione periferie, ha sostanzialmente ragione: solo la maggioranza ha infatti votato l’emendamento che cancellava completamente la proposta di legge per istituire, nuovamente, la Commissione. La Boschi è però imprecisa quando dichiara che il nuovo organo era stato chiesto dal Pd: la proposta di legge in aula era del Partito Democratico, ma assorbiva testi simili di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia.

Secondo Boschi, la maggioranza avrebbe anche tagliato «2 miliardi messi dai governi Pd sulle periferie». Non è esattamente così. Il “piano periferie” dei governi Renzi e Gentiloni valeva effettivamente 2,1 miliardi di euro di cui, però, 1,5 sono ancora da assegnare. Questi finanziamenti non sono stati «tagliati» dal governo Conte, ma rinviati di un anno, dal 2019 al 2020, per effetto della legge Milleproproghe.

Maria Elena Boschi merita un “Nì”.


[1] «L’efficacia delle convenzioni concluse sulla base di quanto disposto ai sensi del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 29 maggio 2017, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 148 del 27 giugno 2017, nonché delle delibere del CIPE n. 2 del 3 marzo 2017 e n. 72 del 7 agosto 2017, adottate ai sensi dell'articolo 1, comma 141, della legge 11 dicembre 2016, n. 232» venga «differita all'anno 2020».

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