Silvio Berlusconi  -  Berlusconi e la separazione delle carriere

 
"C’è una riforma-simbolo, quella che Fini e Casini ci hanno sempre impedito di realizzare: la separazione delle carriere. Come avviene in tutti i paesi civili, in tutto l’Occidente, chi rappresenta l’accusa dev’essere del tutto distinto e distante rispetto a chi deve giudicare".
  giustizia | Pubblicato:05.02.2016 | Origine:31.01.2016 | Fonte dichiarazione

In una lunga intervista sul Foglio, il 30 gennaio 2016, Silvio Berlusconi ha parlato della sua eredità politica in Italia, del governo Renzi e di molto altro. Rispondendo a una domanda sulla magistratura, il leader di Forza Italia ha detto che la “riforma-simbolo” mai realizzata nei suoi anni di governo a causa dell’opposizione dei suoi alleati, è quella sulla separazione delle carriere nella magistratura.

Berlusconi sostiene che la separazione avviene “in tutti i Paesi civili”. Davvero la situazione italiana è un’eccezione?

La separazione delle carriere

La questione della separazione delle carriere all’interno della magistratura, legata alla riforma della giustizia, è un tema ricorrente nel dibattito italiano, uno dei tanti - come la questione delle unioni civili, tra l’altro - che sono stati messi in parte “in sonno” negli anni della crisi economica (anche se se ne è parlato con grande risalto da ultimo nel 2011). È una questione molto complessa, come vedremo: non si tratta solo di separare chi rappresenta accusa e difesa, ma anche di toccare il delicato equilibrio tra i poteri dello Stato e l’indipendenza della magistratura.

Alcune linee fondamentali del problema sono spiegate con molta chiarezza in questo post del blog noiseFromAmerika, del 2008, quando il tema era ancora una volta di attualità. Riassumendo, la questione si lega alle due principali tipologie di processo, quello accusatorio e quello inquisitorio: il primo, più tipico dei Paesi con una tradizione di common law (cioè quelli anglosassoni) e il secondo che ha la sua origine nel diritto civile romano. In Italia, dalla riforma del 1989, il processo è di tipo accusatorio.

In entrambi, il ruolo del difensore è di difendere l’imputato. Ma nel processo inquisitorio il giudice e il pubblico ministero (pm) concorrono insieme a introdurre nel processo le prove, che si precostituiscono durante l’istruttoria e di cui il giudice è a conoscenza prima dell’inizio del processo stesso. In questo caso, entrambi hanno in un certo senso entrambi il ruolo di accertare la verità. In quello accusatorio, invece, le due funzioni sono distinte: solo il pubblico ministero deve introdurre nel processo le prove a carico dell’imputato e solo il giudice, che non le conosce prima, ha il dovere dell’imparzialità.

Pro e contro

Esiste una certa discussione teorica su quale sia il tipo di processo migliore e i termini del problema non sono così cristallini come li presenta Berlusconi. Lorenza Violini ha scritto in un articolo apparso sulla rivista “Penale contemporaneo” che “l’organizzazione del pm negli stati democratici è uno dei punti più controversi degli studi sull’ordinamento giudiziario”. Una rigida separazione del pubblico ministero dal giudice presenta il rischio di sottoporre il primo a un eccessivo controllo da parte del potere esecutivo (politico), andando a incidere sull’indipendenza della magistratura.

Negli ultimi decenni diversi Paesi (tra cui Svezia, Portogallo e Cile) sono passati (come l’Italia) dal processo di tipo inquisitorio a quello accusatorio e con esso alla separazione delle carriere. Dal punto di vista strettamente processuale - quello evocato da Berlusconi - il problema teorico del processo accusatorio è che sia il pm che la difesa hanno interesse a nascondere eventuali prove che hanno scoperto e che vanno contro il loro interesse di parte.

Nel processo di tipo inquisitorio, un pm non rappresenta solo una parte, ma lavora insieme al giudice per accertare la verità. Per questo motivo non ha senso separare le carriere della cosiddetta magistratura requirente (i pm) da quelle della magistratura giudicante (il giudice del processo). Nel sistema accusatorio adottato dall’Italia a partire dal 1989, invece, le due hanno funzioni diverse e dunque è diventato, secondo molti, più opportuno separarne carriere e strutture organizzative.

Le eccezioni

L’Italia non è l’unico Paese in cui manca una chiara distinzione tra le carriere, come afferma Berlusconi. C’è un’altra eccezione notevole, quella della Francia. Il giurista Carlo Guarnieri dell’Università di Bologna, in un articolo del 2007 fortemente favorevole alla separazione delle carriere, ha scritto che “oggi solo due democrazie consolidate si presentino con un unico corpo di magistrati giudicanti e requirenti: Italia e Francia”.

Anche l’articolo di Violini sottolinea che “non vi è in Francia una netta separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri”. Oltralpe sono comuni le modalità di reclutamento e formazione, mentre il passaggio dal ruolo di pm a quello di giudice è “relativamente agevole”. Soprattutto, magistratura requirente e giudicante sono concepite come parte di un “corpo unico”, un’impostazione eredità della riforma napoleonica dei primi dell’Ottocento. Il caso francese ha naturalmente le sue peculiarità, che sono ben esplorate da Violini, ed esiste un lungo e pluriennale dibattito sulle forme e i modi dell’indipendenza della magistratura dal potere politico che ha portato a diverse riforme anche recenti.

Un altro appunto importante da fare è che la separazione del giudice dal pm non esclude che ci siano comunque elementi comuni nelle rispettive carriere. È ragionevole che sia così: dopotutto, si tratta di ruoli che hanno bisogno di un’ampia formazione giuridica che non può che essere in parte la stessa. Anche in Germania, ad esempio, uno dei Paesi dove la separazione tra le due funzioni è formalmente più rigida, è presente una certa osmosi tra i pubblici ministeri e i magistrati giudicanti, specie ai livelli più alti.

Fini e Casini

Durante i governi Berlusconi, i suoi principali alleati di allora si espressero in effetti in diverse occasioni contro la riforma proposta da Silvio Berlusconi, che era portata avanti in particolare dal suo ministro della Giustizia Angelino Alfano. Casini scrisse che era favorevole a una separazione delle funzioni, ma non a una separazione delle carriere, per non creare “una casta inamovibile”. Fini disse invece che il suo dubbio principale riguardava il pericolo di una subordinazione dei pubblici ministeri al potere esecutivo.

Il verdetto

Berlusconi dice che la separazione delle carriere è presente “in tutti i Paesi civili, in tutto l’Occidente”. Anche se in effetti, con il progressivo passaggio al processo accusatorio in molti Paesi occidentali, il magistrato giudicante e il pm sono diventati nettamente distinti quasi ovunque, l’eccezione sopravvive anche in Francia. “C’eri quasi” per il leader di Forza Italia.


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