Pubblicato: lunedì 22 febbraio 2021
Photo: Ansa
Dati alla mano, per la strategia “zero Covid” è troppo tardi

Il 15 febbraio, con una lettera a diversi quotidiani, un gruppo di scienziati europei ha proposto l’obiettivo “zero Covid-19”: detto in parole semplici, cercare di ridurre al minimo i nuovi contagi di coronavirus in Europa per portare finalmente sotto controllo l’epidemia.

Ma quanto è realistico un traguardo di questo tipo nel breve periodo? Abbiamo fatto un po’ di calcoli riguardanti l’Italia e, per quanto attraente da un punto di vista sanitario, nella pratica questo obiettivo sembra difficilmente percorribile.

Prima di vedere i numeri, cerchiamo di capire meglio di che cosa stiamo parlando.

Che cos’è l’obiettivo “zero Covid”

Tra febbraio e marzo 2020, quasi tutti i Paesi del mondo – tra cui l’Italia – hanno adottato la strategia del lockdown per contenere la prima ondata della pandemia di coronavirus. Si è chiusa la maggior parte delle attività economiche per ridurre il più possibile il numero di casi e abbassare la pressione sul sistema sanitario. Nonostante diversi limiti e costi altissimi, la strategia ha avuto successo, consentendo una successiva ripartenza progressiva.

Durante la seconda ondata, iniziata tra agosto e settembre 2020, i governi europei hanno agito diversamente. Al posto di adottare di nuovo un duro lockdown, la maggior parte dei Paesi – tra cui l’Italia – ha scelto tendenzialmente di convivere con il coronavirus, imponendo restrizioni territoriali solo quando l’incidenza dei era molto alta. Negli ultimi mesi, alcuni governi, come quello britannico e tedesco, hanno comunque imposto nuovamente lockdown generalizzati.

L’idea alla base dello “zero Covid” è che non si possa convivere con il coronavirus e che si debba puntare a debellarlo, azzerando i contagi. Solo così, secondo i proponenti, si potranno evitare future restrizioni e nuove pericolose mutazioni del virus, per procedere speditamente con la campagna vaccinale.

Per realizzare il traguardo “zero Covid”, è evidente che un Paese debba porre forti restrizioni ai movimenti e alle interazioni sociali, abbattendo velocemente il numero di casi di coronavirus. In contemporanea, il Paese deve isolarsi dal resto del mondo, imponendo la quarantena per chiunque entri dall’estero, per evitare l’ingresso del virus. Inoltre, dopo aver portato i nuovi contagi a un numero molto basso, si deve procedere con un diffuso tracciamento dei contatti e con lockdown localizzati quando vengono individuati nuovi focolai.

In sostanza, adottando la strategia “zero Covid”, si creerebbero delle sorte di “aree verdi” in cui il virus non circola e che hanno contatti limitati con l’estero. All’interno di queste aree la vita può ritornare alla normalità. Nella zona verde può arrivare solo chi arriva da un’altra di queste aree, mentre tutti gli altri devono fare la quarantena.

In altre parole, i proponenti dell’obiettivo “zero Covid” chiedono di seguire quello che hanno fatto Paesi come Nuova Zelanda, Cina, Australia e Taiwan, che hanno saputo contenere meglio di tutti gli impatti della pandemia.

La strategia “zero Covid” è davvero possibile in Italia?

Uno dei problemi di questa strategia è che non è ben chiaro quale debba essere l’obiettivo finale. Inizialmente, si è proposto di azzerare i nuovi casi o quasi, mentre ultimamente i proponenti sembrano aver virato verso un nuovo obiettivo, ossia fare quello che sta facendo la Germania.

Con l’introduzione di un nuovo lockdown nazionale, il governo di Angela Merkel ha sempre detto che l’obiettivo era quello di raggiungere un’incidenza settimanale inferiore a 50 casi ogni 100 mila abitanti, mentre ultimamente il nuovo traguardo è diventare quello di 35 casi. Secondo Merkel, infatti, sotto questo livello si potrebbe iniziare a riaprire buona parte delle attività economiche. Nella pratica, questo livello di incidenza corrisponderebbe a 3 mila casi al giorno in Italia.

Il piano di azione del gruppo dei firmatari della lettera per lo “zero Covid” propone invece di puntare a un obiettivo più audace: arrivare a 10 casi ogni 100 mila abitanti (un po’ meno di mille casi al giorno in Italia). A quel punto si allenterebbero parte delle misure, ma non tutte, e si arriverebbe progressivamente all’azzeramento dei contagi. Un po’ quello che è avvenuto la primavera dell’anno scorso.

La durata di un nuovo lockdown

Ma quando dovrebbe durare in Italia un nuovo lockdown generalizzato per ridurre quasi a zero i casi? La durata delle restrizioni dipende da due elementi: dall’obiettivo che si si propone e dall’indice Rt. Attualmente questo indicatore è a intorno 1, cioè i casi sono uguali di sette giorni in sette giorni, e questa settimana sono stati notificati 87 mila nuovi contagi.

Se riuscissimo a portare l’indice Rt a 0,5, nel giro di quattro settimane si arriverebbe a 35 casi per 100 mila abitanti e a 10 casi per 100 mila abitanti in sei settimane. Ma un livello dell’indice Rt 0,5 è un caso estremo: basti pensare che si raggiunse con fatica solo durante la prima ondata. Se ponessimo l’obiettivo di un indice Rt nazionale a 0,7 – il minimo raggiunto con il sistema a colori introdotto a novembre scorso – l’incidenza scenderebbe sotto i 35 casi ogni 100 mila abitanti solo nella quinta settimana di lockdown e sotto i 10 nella settima settimana.

Ricapitolando: un lockdown rigido dovrebbe durare tra le quattro e le cinque settimane per arrivare comunque ad avere ancora 2-3 mila nuove diagnosi ogni giorno e tra le sei e le sette settimane per arrivare a meno di mille nuovi casi. Per andare sotto i cento casi giornalieri, servirebbero invece fino a tre mesi. Tutto questo ipotizzando di riuscire a tenere l’indice Rt allo stesso livello per tutto il tempo, un’ipotesi poco realistica.

Neppure durante la prima ondata e con uno dei lockdown più duri di Europa – sebbene i casi reali fossero molti di più di quelli diagnosticati – l’Italia riuscì a portare i nuovi casi a meno di mille al giorno al momento dell’allentamento delle misure.

Il sistema di tracciamento

Con un’incidenza settimanale sotto i 35 casi ogni 100 mila abitanti, in teoria il sistema di tracciamento di contatti potrebbe riprendere a funzionare e a contribuire a tenere sotto controllo l’epidemia. Ma anche qui le cose non sono così semplici come sembrano.

In Italia il sistema di tracciamento non ha mai funzionato del tutto. A inizio settembre avevamo analizzato il report settimanale redatto dall’Istituto superiore di sanità (Iss) sull’analisi del rischio – quella che viene utilizzata per decidere il colore delle regioni – relativo all’ultima settimana di agosto. All’epoca l’incidenza del contagio nel nostro Paese era molto bassa: i casi erano solo 7.620, cioè 12,8 casi ogni centomila abitanti. Eppure, il 31 per cento dei casi aveva un’origine non nota, cioè non si sapeva come si erano contagiate queste persone.

Un esempio emblematico è il Molise: aveva un alto numero di addetti al tracciamento dei contatti (1,1 ogni diecimila abitanti) e pochi casi (14), eppure il 92 per cento di casi aveva origine sconosciuta. Solo due regioni sapevano l’origine di tutti i casi e dieci non la conoscevano per almeno il 30 per cento. La Lombardia, la regione più colpita da entrambe le ondate, con meno di 1.700 casi non era riuscite a tracciare l’origine del 65 per cento dei casi.

Durante la seconda ondata il sistema di tracciamento è poi definitivamente andato in tilt.

Non sembra dunque sufficiente, almeno in Italia con le risorse attuali, raggiungere un basso livello di casi per far funzionare bene il sistema di tracciamento dei contatti. Se per un nuovo contagio su tre non si conosce l’origine, è infatti impossibile arginare i focolai e tenere i contagi sotto controllo.

Va però tenuto conto che durante il lockdown si potrebbe provare ad aggiustare il sistema fornendo alle aziende sanitarie il personale di cui hanno bisogno per impegnarsi attivamente nel contact tracing. Inoltre, se diventasse evidente che questo elemento è fondamentale per evitare ulteriori restrizioni, sarebbe probabile che ci si impegni a farlo funzionare meglio.

Anche la creazione di un’area verde dove si entra solo con la quarantena può essere poi complessa da tenere sotto controllo. Un esempio è l’Australia che nonostante sia uno dei Paesi più isolati al mondo ha dovuto mettere in lockdown un’intera regione perché sono stati riscontrati dei casi di contagio della cosiddetta “variante inglese”. I dipendenti dell’hotel dove veniva fatta la quarantena per chi arrivava nel paese si sono infatti contagiati e hanno trasmesso l’infezione ad altri.

Ne vale la pena?

La strategia dello “zero Covid”, oltre ai limiti di cui abbiamo già parlato, solleva una perplessità di carattere più generale: ha davvero più benefici che costi?

A differenza di un anno fa, adesso sembra infatti esserci una data di uscita dalla pandemia: il raggiungimento dell’immunità di gregge grazie alla campagna vaccinale. Secondo le stime più aggiornate del Ministero della Salute, la disponibilità di vaccini in Italia permetterà – salvo nuovi ritardi dei fornitori – di somministrare almeno la prima dose a tutti gli italiani entro giugno e le seconde dosi entro settembre.

Inoltre, va tenuto conto che una volta che si saranno vaccinati tutti gli over 60 (circa 17 milioni di persone), il numero di decessi si ridurrà di molto, così come la pressione ospedaliera.

Allo stesso tempo va però considerato che potrebbe esserci un problema di domanda, ossia che non tutte le persone saranno disponibili a farsi vaccinare. In più, con la sempre maggiore diffusione della cosiddetta “variante inglese”, più contagiosa delle precedenti, la soglia con cui si raggiunge l’immunità di gregge potrebbe salire fino al 75 per cento della popolazione, rispetto al 60 per cento inizialmente ipotizzato, allungando i tempi.

In sintesi, il punto centrale è valutare se abbia senso fare un lockdown generalizzato di uno o due mesi, quando una volta terminato, la parte più vulnerabile del Paese, così come la maggioranza dei lavoratori essenziali, sarà probabilmente già stata vaccinata e quindi fuori rischio. Come abbiamo anticipato prima – e anche in altre analisi – gli effetti delle restrizioni sulla riduzione dei contagi non sono immediati. È dunque probabile che un nuovo lockdown nazionale porterebbe risultati concreti quando ormai la campagna vaccinale starà già mostrando i propri risultati.

In conclusione

Sebbene l’obiettivo di azzerare – o ridurre il più possibile – i contagi da coronavirus possa essere socialmente desiderabile, non sembra per nulla facile da raggiungere.

Bisognerebbe imporre un lockdown, raggiungere nelle settimane una bassa incidenza, imporre una quarantena generalizzata e costruire un efficiente sistema di contact tracing, che al momento in Italia di fatto non esiste. A quel punto si dovrebbe essere pronti a rapide e severe misure di contenimento al minimo segnale di ripartenza di trasmissione del virus.

Il problema principale della strategia “zero Covid” è che il lockdown durerebbe un tempo considerevole e che potrebbe essere difficile da spiegare alla luce del fatto che grazie ai vaccini il numero di decessi e le persone che hanno bisogno di ospedalizzazione sono destinati a scendere in tutti i casi.

di Lorenzo Ruffino

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