Pubblicato: venerdì 4 dicembre 2020
Photo: Ansa
Il Pd ha diffuso una bufala su Mussolini che «dimezzò gli stipendi delle donne»

Il 1° dicembre il Partito democratico ha scritto sulle sue pagine social ufficiali di Facebook, Twitter e Instagram che «il 20 gennaio del 1927 Mussolini dimezzò gli stipendi delle donne». Il post sui profili del Pd aggiunge: «Quando vi dicono che ha fatto anche cose buone ricordatevi di questo», oltre a riportare una frase di Ferdinando Loffredo (un economista e intellettuale fascista deceduto nel 2007) che parla di «indiscutibile minore intelligenza della donna» e di un suo ruolo da riservare «nella famiglia».

Il post è costituito da un’immagine e da un breve testo che sembra attribuito a Tobia Zevi, presidente dell’Associazione di cultura ebraica “Hans Jonas”, che in passato ha ricoperto incarichi politici presso la presidenza del Consiglio, durante il governo Gentiloni. Il 30 novembre Zevi aveva infatti pubblicato sulla sua pagina Facebook il post ripreso poi parola per parola dal Pd.

Come vedremo nel dettaglio, è vero che il fascismo, nonostante le continue promesse per una maggiore emancipazione femminile, limitò sistematicamente lo spazio pubblico delle donne e la loro autonomia.

Ma la notizia che a inizio 1927 fu approvato un provvedimento per dimezzare gli stipendi femminili sembra priva di fondamento. Vediamo nel dettaglio perché.

Lo ripetono in tanti, ma la fonte non si trova

Se si fanno alcune ricerche in rete, si scopre subito che esistono riferimenti recenti alla dichiarazione pubblicata dal Pd. Ad esempio, in un articolo uscito il 21 gennaio 2020 su Il Messaggero, si legge che «il 20 gennaio del 1927, con un decreto-legge, il governo fascista intervenne sui salari delle donne riducendoli alla metà rispetto alle corrispondenti retribuzioni degli uomini». Una frase molto simile a quella dell’articolo uscito sul quotidiano romano è contenuta in un pezzo pubblicato il 20 gennaio scorso sul sito Fortebraccionews, intitolato “20 gennaio ’27, il governo fascista emana la legge che riduce i salari delle donne della metà rispetto agli uomini”.

In generale sono parecchi i riferimenti – pubblicati anche molto indietro nel tempo – a un provvedimento che, quel 20 gennaio 1927, avrebbe dimezzato gli stipendi femminili. Tra i vari esempi, c’è anche un saggio pubblicato nel 2010 dall’avvocato Guido Alpa sulla rivista Rassegna forense (Alpa è diventato famoso di recente per i suoi rapporti di lavoro con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte).

Andando indietro nel tempo, la storia del dimezzamento spunta anche in una nota a piè di pagina (p. 213) in un saggio di Helga Dittrich-Johansen pubblicato nel 1994 sulla rivista Studi storici della Fondazione Istituto Gramsci. «Con il decreto del 20 gennaio 1927 si stabilì che la retribuzione delle donne fosse abbassata alla metà dei corrispondenti salari maschili, già di per sé decurtati», sostiene il testo. Un riferimento alla questione si trova anche nella pagina italiana di Wikipedia, dedicata alla “Condizione femminile in Italia”, che recita: «Il 20 gennaio 1927 furono dimezzati per decreto i salari femminili rispetto a quelli degli uomini».

Sulla Gazzetta ufficiale del 20 gennaio 1927 – e di quelli immediatamente successivi – non c’è però nessun riferimento a un provvedimento approvato per decurtare della metà i compensi delle lavoratrici.

Altre versioni di questa notizia fanno riferimento alla stessa data e parlano di una decisione dei sindacati fascisti. Altre ancora di una decisione – non è chiaro di chi – leggermente diversa rispetto al dimezzamento, ovvero di fissare i salari femminili al 50 per cento di quelli maschili.

Di interventi specifici di questo tipo, però, non sembra esserci traccia.

Le fonti consultate da Pagella Politica

Abbiamo consultato l’archivio storico della Stampa, ma nelle pubblicazioni del 1927, e degli anni vicini, non abbiamo trovato titoli o riferimenti a un eventuale dimezzamento dei salari femminili. Marco Cuzzi, professore di Storia contemporanea all’Università Statale di Milano e studioso dei movimenti fascisti e neofascisti, ha confermato a Pagella Politica di non essere a conoscenza di provvedimenti di questo tipo. Anche Giuseppe De Luca, professore di Storia economica alla Statale di Milano, ci ha detto che non gli risulta l’esistenza di un provvedimento per dimezzare i salari delle donne durante l’epoca fascista.

Abbiamo consultato diversi libri di economia dedicati al fascismo (per esempio, La politica monetaria del fascismo, scritto da Mauro Marconi nel 1982 per Il Mulino, e La politica economica del fascismo, scritto da Salvatore La Francesca nel 1972 per Laterza), senza trovare traccia di singole misure circoscritte per tagliare della metà gli stipendi femminili. Abbiamo ottenuto lo stesso risultato leggendo il libro Mussolini ha fatto anche cose buone dello storico Francesco Filippi, edito nel 2019 da Bollati Boringhieri e diventato un best-seller in Italia.

Gli esperti contattati da Pagella Politica hanno però suggerito una chiave di lettura alternativa: molto probabilmente il riferimento non è a un decreto specifico, ma agli effetti che le politiche economiche attuate sotto il fascismo hanno avuto sui salari dei lavoratori, e non solo di quelli delle donne. Qui il discorso si fa più ampio e merita di essere un poco approfondito.

Il calo dei salari

Partiamo da un primo elemento essenziale per capire quello di cui stiamo parlando. Dopo pochi anni dalla salita al potere, il regime fascista – con il ministro delle Finanze Giuseppe Volpi (1925-1929) – si trovò a dover affrontare un problema, retaggio della fine della prima guerra mondiale: la stabilizzazione del cambio della lira.

Con il cosiddetto “discorso di Pesaro” del 18 agosto 1926 Mussolini annunciò la «battaglia della lira» e il regime decise di fare di tutto per rispettare la cosiddetta “quota 90”: l’obiettivo insomma era quello di raggiungere un livello di cambio di 90 lire per acquistare una sterlina (all’epoca una delle due monete forti, ancorate all’oro, insieme al dollaro).

A luglio del 1925, spiega (p. 20) La Francesca in La politica economica del fascismo, una sterlina si scambiava con 145 lire, livello arrivato oltre 153 un anno dopo, nell’estate del 1926. «L’impegno assunto inequivocabilmente da Mussolini e le direttive successive producevano presto i loro effetti», scrive La Francesca. «Alla fine del 1926 la lira era quotata 18,15 rispetto al dollaro e 107,93 ri­spetto alla sterlina; nel giugno 1927 la quotazione per il dollaro era ferma a 18,15 e per la sterlina si attestava a 88,09». Verso la fine del 1927, il regime approvò dei provvedimenti legislativi che «non facevano che sancire la posizione raggiunta».

La scelta di “quota 90” fu presa, tra le altre cose, per motivi politici e di prestigio, ma per raggiungere gli obiettivi fissati era servita una riduzione dell’offerta monetaria, o detta altrimenti, una stretta deflattiva, con un abbassamento artificiale del livello dei prezzi. Come era stato raggiunto? Anche attraverso interventi di riduzione dei salari.

«Nel 1927, come effetto di “quota 90”, i salari vennero tagliati, ma tutti i salari, non solo quelli delle donne, e non certo della metà», ha spiegato a Pagella Politica Vera Negri Zamagni, professoressa di Storia economica all’Università di Bologna. «Tuttavia, poiché si abbassarono anche i prezzi, il risultato non fu un grave tracollo delle remunerazioni reali».

Secondo i calcoli di Negri Zamagni, tra il 1926 e il 1929, il salario mensile reale – o potere di acquisto – degli operai dell’industria era diminuito del 10 per cento circa, come risultato del taglio di circa 20 per cento dei salari, accompagnato da una caduta di circa il 10 per cento dei prezzi.

La discriminazione contro le donne

Oltre alla questione di “quota 90” e alla stretta deflattiva, che colpì tutti i lavoratori, e al fatto che come abbiamo visto il provvedimento di “dimezzamento” non trova nessuna conferma nei quotidiani, nelle storie economiche e nell’opinione degli esperti, va comunque sottolineato che nel mercato del lavoro il regime fascista ebbe sempre un atteggiamento nei fatti discriminatorio nei confronti delle donne.

Il loro valore politico finì per corrispondere esclusivamente con il loro ruolo di madri, con l’introduzione di misure volte ad aumentare la natalità italiana. Tutto questo avvenne penalizzando la partecipazione femminile al mondo del lavoro. «Prima sotto l’ombra della crisi della rivalutazione del 1927, poi con maggior zelo durante la Grande Depressione, il regime promosse l’occupazione maschile a scapito di quella femminile», scrive (p. 173) la storica Victoria De Grazia della Columbia University di New York, nel suo libro How fascism ruled women pubblicato nel 1993.

«All’inizio, lo fece in maniera più o meno nascosta, approvando misure che venivano presentate come una forma di protezione per le madri lavoratrici, discriminate rispetto alle altre donne lavoratrici. Poi lo fece in maniera più esplicita, attraverso accordi contrattuali pensati per espellere le donne dalla forza lavoro», ha sottolineato De Grazia.

La storica statunitense ha anche spiegato come il corporativismo fascista danneggiasse in particolar modo le donne, che, per esempio, erano per lo più escluse dalle trattative per la rinegoziazione dei loro salari, già molto bassi. «Che le donne guadagnassero la metà degli uomini non era nulla di nuovo», ha sottolineato (p. 174) inoltre De Grazia nel suo libro.

La grande disparità salariale, all’epoca, era dunque già un dato di fatto, senza misure esplicite per il “dimezzamento”. «Naturalmente le differenze di stipendi, in lavori tra loro comparabili, tra uomini e donne variavano considerevolmente; ma i dati disponibili sui salari tra la fine dello scorso secolo [l’Ottocento, ndr] e la Seconda guerra mondiale non mostrano trend significativi di differenze a seconda delle branche dell’economia o dell’industria», sottolinea l’economista Franco Archibugi in un saggio pubblicato nel 1960. «Tra le due guerre la differenza di salari tra uomini e donne tendeva a essere intorno al 50 per cento circa», aggiunge Archibugi, che tra le varie cause di questa disparità cita il limitato peso delle donne negli accordi collettivi a livello nazionale.

Insomma, una differenza molto grande tra i salari degli uomini e quelli delle donne è esistito per decenni tra la fine dell’Ottocento e il secolo successivo. Il fascismo non ha fatto nulla per cambiare questa situazione e in parte l’ha aggravata.

Sottolineiamo, poi, che dalla Seconda guerra mondiale in avanti il tema della disparità salariale di genere è rimasto sempre un problema attuale. Nel 1977 è stata approvata la legge per la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, ma anche le statistiche più recenti – come abbiamo spiegato in diverse analisi – mostrano che in Italia la disparità salariale è ancora molto elevata, anche se è molto difficile stabilire con esattezza a quanto ammonti.

Prima di concludere, tra i singoli provvedimenti discriminatori attuati dal fascismo nei confronti delle donne, ricordiamo per esempio quelli del 1926, con cui il regime impedì alle donne di insegnare lettere e filosofia nei licei e le materie scientifiche negli istituti tecnici, o quelli del 1934, con cui si permetteva lo svolgimento di concorsi per le amministrazioni pubbliche dai quali potevano essere escluse le donne.

«Questi provvedimenti, evidentemente misogini, dimostrano come il fascismo, all’interno della sua retorica popolare, ritenesse la donna inferiore, inadatta a ricoprire incarichi di governo o amministrazione», ha scritto lo storico Filippi in Mussolini ha fatto anche cose buone, nel capitolo dedicato alla condizione femminile sotto la dittatura. «Le donne vennero progressivamente e sistematicamente buttate fuori dalla vita attiva e dal mondo del lavoro in una maschilizzazione della società che andò di pari passo con la brutalizzazione del discorso pubblico».

In conclusione

Il 1° dicembre il Partito democratico ha scritto sulle sue pagine social ufficiali che «il 20 gennaio del 1927 Mussolini dimezzò gli stipendi delle donne». Negli ultimi anni, questa frase si trova spesso citata in saggi, blog online o articoli di giornale, ma è impossibile trovare il riferimento normativo a supporto di questa affermazione.

Abbiamo contattato esperti e consultato libri dedicati al fascismo e alla storia economica di quel periodo, ma non abbiamo trovato traccia di una misura – come un decreto – che approvato in un giorno preciso abbia tagliato della metà i salari femminili.

Dunque l’affermazione riportata dal Pd sembra essere priva di fondamento.

È vero però che le politiche economiche attuate al fascismo, a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, portarono a tagli dei salari e al calo del potere d’acquisto, ma non a percentuali del 50 per cento, e non per le sole donne. Quest’ultime sono state comunque fortemente discriminate dal fascismo all’interno del mercato del lavoro.

Nonostante le molte dichiarazioni di facciata a favore delle donne, il regime di Mussolini attuò infatti un costante atteggiamento discriminatorio nei loro confronti.

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