Pubblicato: mercoledì 14 ottobre 2020
Il governo non ha vietato le feste in casa, ma avrebbe potuto (e Speranza voleva farlo)

Il 13 ottobre, subito dopo l’approvazione da parte del governo del nuovo decreto del presidente del Consiglio (Dpcm), dall’opposizione sono state mosse critiche durissime all’esecutivo. Sia dalla Lega, sia da Fratelli d’Italia, sia da Noi con l’Italia (partito guidato dall’ex ministro Maurizio Lupi) sono partite accuse al governo di voler trasformare i cittadini in delatori e di voler creare un clima di terrore paragonabile a quello della Germania Est.

Il motivo di questa reazione indignata da parte dell’opposizione riguarda in particolare l’ipotesi circolata nelle ore precedenti che il nuovo Dpcm potesse vietare le feste private in casa a cui partecipa più di un certo numero di persone.

Come vedremo, questa ipotesi è nata probabilmente da una falsa bozza del Dpcm circolata l’11 ottobre e soprattutto dalle parole del ministro della Salute Roberto Speranza, ospite il 12 sera di Che tempo che fa su Rai3.

Il Dpcm approvato dal governo tuttavia non contiene alcun divieto ma solo una generica raccomandazione, priva di valore giuridico.

Vediamo allora per prima cosa da dove nascono le preoccupazioni dell’opposizione.

Le origini delle preoccupazioni dell’opposizione

Il falso Dpcm

Partiamo dal falso Dpcm. Come hanno verificato i nostri colleghi di Facta, il sito della testata Leggo ha diffuso una falsa bozza del nuovo Dpcm. Qui, tra le altre cose, si leggeva che «nei luoghi privati il titolare, sia che trattasi di abitazioni familiari o sedi associative, può consentire l’accesso ad un massimo di dieci persone diverse dal proprio nucleo familiare risultante dall’anagrafe comunale». Per controllare il rispetto di questa disposizione era previsto che «gli incaricati dalla pubblica autorità potranno in qualsiasi momento chiedere l’accesso e procedere alla identificazione dei soggetti presenti nell’immobile».

Questa bozza però, come detto, era un falso, bollato come «fake news»dal governo stesso tramite una nota all’Ansa del Ministero della Salute. Anche Leggo si è scusato coi lettori poche ore dopo la diffusione della falsa bozza.

Ma proprio il ministro della Salute, Roberto Speranza, il giorno successivo ha rinnovato le preoccupazioni circa i contorni di un possibile divieto di ospitare a casa propria più di un tot di persone.

Le parole di Speranza

Ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa, Speranza ha infatti detto di aver proposto di «vietare tutte le feste», incluse quelle private, e alla domanda del conduttore su come potesse essere concretamente fatta rispettare una disposizione del genere, Speranza ha replicato: «Intanto quando c’è una norma, una norma va rispettata» e, soprattutto, «è chiaro che aumenteremo i controlli, ci saranno segnalazioni».

Queste parole, unite ai timori già creati dal falso Dpcm che era circolato nelle ore precedenti, hanno causato la dura reazione delle opposizioni, anche se il Dpcm poi approvato dal governo – secondo quanto riportano fonti di stampa, anche grazie alle indicazioni del Quirinale – non contiene alcun divieto di questo genere. Andiamo a vedere nel dettaglio che cosa prevede.

Il vero Dpcm e le “forti raccomandazioni”

Nel testo del Dpcm approvato dal governo si legge (art. 1 co.6 lett. n)): «Con riguardo alle abitazioni private, è fortemente raccomandato di evitare feste, nonché di evitare di ricevere persone non conviventi di numero superiore a sei».

Non è previsto un divieto – nell’incertezza oltretutto di cosa sia da un punto di vista normativo una “festa” – ma solo una “forte raccomandazione”. Come abbiamo scritto anche in passato, alcuni tra i più grandi giuristi del XX secolo, come Hans Kelsen, hanno stabilito che è la presenza di una sanzione a definire l’esistenza stessa di una norma giuridica. Senza la sanzione non siamo di fronte a norme giuridiche (cioè a leggi) ma a semplici indicazioni di condotta.

Ugo De Siervo, presidente emerito della Corte Costituzionale, contattato da Pagella Politica ha confermato che «questa parte del Dpcm non ha valore giuridico».

Se anche una persona decidesse di ospitare a casa propria 7 o 10 o 20 persone, non ci sarebbe alcuna base legale per dare una sanzione di qualsiasi genere. Né le Forze dell’ordine potrebbero chiedere di accedere nella casa per identificare le persone presenti o chiederne lo sgombero.

L’inviolabilità del domicilio e i suoi limiti

Alcuni esponenti dell’opposizione hanno citato, per criticare le intenzioni del governo come delineate dal ministro Speranza, l’articolo 14 della Costituzione. Questo stabilisce che «il domicilio è inviolabile. Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale. Gli accertamenti e le ispezioni per motivi di sanità e di incolumità pubblica o a fini economici e fiscali sono regolati da leggi speciali».

Questo articolo pone quella che, in gergo tecnico, si chiama “riserva di legge”. Cioè, il diritto costituzionalmente protetto può essere limitato – nel caso dell’inviolabilità del domicilio si pensi al caso di un’irruzione di polizia per fermare un crimine in corso, o alla perquisizione della casa di un sospetto spacciatore – ma solo nei casi e nei modi stabiliti da una legge dello Stato, cioè da una fonte primaria, e non da fonti di tipo secondario.

Anche per i casi specifici di «ispezioni per motivi di sanità e di incolumità pubblica» si chiede vengano regolati da «leggi speciali», cioè leggi che regolano situazioni o materie particolari e che si applicano anche derogando le disposizioni delle leggi generali.

Il Dpcm, come abbiamo spiegato in passato, è un atto amministrativo, dunque una fonte di tipo secondario e non avrebbe potuto limitare il diritto all’inviolabilità del domicilio, protetto dalla Costituzione. Anche di qui le critiche delle opposizioni.

Tuttavia, come ci ha confermato Ugo De Siervo, a livello teorico il rischio di incostituzionalità in questo caso non ci sarebbe stato. «I Dpcm trovano il loro fondamento giuridico nei decreti-legge [atti aventi forza di legge che il Parlamento deve convertire in legge entro 60 giorni dalla loro emanazione n.d.r.] approvati nei mesi passati», spiega l’ex presidente della Corte Costituzionale.

«In questi decreti-legge, in particolare nel decreto-legge n.19 del 25 marzo 2020, viene autorizzato il governo a comprimere, seppure in via eccezionale e per un tempo determinato, alcuni diritti delle persone per far fronte all’emergenza sanitaria. Dunque, così come è stato legittimo prevedere una serie di forti limitazioni durante il lockdown tramite i Dpcm, sarebbe stato legittimo, sempre in via teorica, comprimere adesso il diritto all’inviolabilità del domicilio stabilito dall’articolo 14 della Costituzione con un Dpcm. Il limite della riserva di legge sarebbe infatti rispettato – conclude De Siervo – visto che alla base dei Dpcm ci sono i decreti-legge approvati e poi convertiti dal Parlamento».

In conclusione

Diversi esponenti dell’opposizione hanno accusato il governo di voler introdurre controlli nelle case delle persone, favorire delazioni, creare un clima di terrore. Alla base di queste critiche ci sono probabilmente una bozza del nuovo Dpcm, rivelatasi poi un falso, e soprattutto le parole del ministro della Salute, Roberto Speranza. Questi, ospite di Che tempo che fa, ha in effetti prospettato l’arrivo di un divieto di feste anche nelle case private e un controllo del divieto affidato alle forze dell’ordine, anche su segnalazione di altre persone.

Questo scenario non si è però concretizzato. Nel Dpcm approvato dal governo viene solamente «fortemente raccomandato» di evitare feste private o di ospitare più di sei persone non conviventi. Questa raccomandazione, da un punto di vista giuridico, non ha valore: non può cioè essere la base per alcuna sanzione o pretesa da parte delle forze dell’ordine o di altre persone.

Se il governo avesse voluto vietare con il Dpcm queste feste e attribuire il controllo del divieto alle Forze dell’ordine, avrebbe potuto farlo. Secondo quanto ci ha riferito Ugo De Siervo, presidente emerito della Consulta, a livello teorico non ci sarebbe infatti stato il rischio di incostituzionalità, come invece sostenuto da alcuni esponenti dell’opposizione.

In ogni caso, il governo alla fine ha scelto di non percorrere questa strada. Le ipotesi di divieto avanzate da Speranza non hanno trovato riscontro nel testo del Dpcm approvato dall’esecutivo Conte, dove come detto sono presenti solo delle raccomandazioni.

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