Pubblicato: lunedì 29 giugno 2020
Photo: Ansa
Siamo ancora un Paese di «grandi risparmiatori»?

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Il 25 giugno il Partito democratico ha pubblicato “Ripartiamo, Italia”, un documento con una serie di proposte che hanno l’obiettivo di dare «un indirizzo chiaro per la politica industriale nel “dopo Covid”».

Nel piano di intervento avanzato dal Pd si legge, tra le altre cose, che «con oltre 4.400 miliardi di risparmio finanziario e una propensione al risparmio di quasi il 10 per cento siamo infatti ancora un Paese di grandi risparmiatori». Secondo il Pd, una parte di queste risorse andrebbe mobilitata per rilanciare gli investimenti produttivi italiani.

Al di là della bontà o meno della proposta, le due statistiche citate corrispondono al vero oppure no? L’Italia è davvero «ancora un Paese di grandi risparmiatori»? Abbiamo verificato e le cose non sono così positive come sembrano.

Attenzione a non fare confusione

Prima partiamo da un chiarimento di carattere generale, per evitare di fare confusione nella lettura dei dati.

Come vedremo meglio tra poco, quando parla di «oltre 4.400 miliardi di risparmio finanziario», il Pd è impreciso, perché lo usa come sinonimo di «ricchezza finanziaria».

Senza perderci nei dettagli, in economia il risparmio è un “flusso” e viene espresso, per esempio, in percentuale al reddito e in relazione a uno specifico intervallo di tempo (una settimana, un mese, un anno, ecc.). Se di norma risparmio il 20 per cento del mio reddito, che ipotizziamo essere di 2 mila euro al mese, vuol dire che ogni mese risparmierò 400 euro.

La ricchezza invece è quella che in gergo economico viene chiamata una quantità “stock”, che in questo caso indica le risorse (finanziarie, per quanto riguarda la ricchezza finanziaria) accumulate nel tempo, per esempio, da un singolo individuo o da un’intera famiglia, che vengono registrate in un preciso momento. Se in un anno ho accumulato 2 mila euro al mese, in quello successivo mi troverò con 24 mila euro di ricchezza messa da parte.

È vero che “risparmio” e “ricchezza” sono spesso usati come sinonimi nel linguaggio comune, ma come vedremo nel pezzo sono due quantità monitorate da indicatori diversi.

Tenuta a mente questa distinzione, vediamo che cosa dicono i dati sulla ricchezza finanziaria in Italia.

Quant’è la ricchezza finanziaria in Italia

Secondo i dati contenuti nella “Relazione annuale sul 2019” della Banca d’Italia, pubblicata a maggio 2020, l’anno scorso le famiglie nel nostro Paese avevano attività finanziarie accumulate per un valore pari a oltre 4.445 miliardi di euro, ossia gli «oltre 4.440 miliardi» di cui parla il Pd.

La voce più consistente di questa ricchezza finanziaria è quella composta dai depositi, che con 1.294 miliardi di euro pesano per il 29,1 per cento sul totale della ricchezza finanziaria in possesso delle famiglie in Italia.

Al secondo posto troviamo le assicurazioni, i fondi pensione e i trattamenti di fine rapporto (Tfr), con oltre 1.122 miliardi di euro (il 24,1 per cento sul totale), mentre al terzo le azioni e le partecipazioni, con oltre 966 miliardi di euro (il 21,8 per cento sul totale).

Monete e contanti hanno invece un ruolo marginale, con 165 milioni di euro (il 3,7 per cento sul totale della ricchezza finanziaria). I titoli obbligazionari invece in mano alle famiglie nel 2019 valevano oltre 271 miliardi di euro (il 6,1 per cento sul totale, di cui 203 miliardi in titoli italiani).

Un confronto europeo

In base ai dati della Banca d’Italia (qui scaricabili [1]), alla fine del quarto trimestre del 2019 la ricchezza finanziaria italiana era 3,7 volte il reddito disponibile delle famiglie, numero più basso di quella della Francia (3,9), ma più alto di quelli di Germania (3,1), Spagna (3,1) e della media dell’area euro (3,6).

Come mostra il Grafico 1 della relazione della banca centrale italiana, però, nel nostro Paese – a differenza degli altri – questa statistica non è tornata sugli stessi livelli (o superiori) della crisi economica del 2007-2008.

Grafico 1. La ricchezza finanziaria in rapporto al reddito disponibile – Fonte: Banca d’Italia

Uno studio pubblicato a novembre 2018 dalla Banca d’Italia spiega inoltre che la composizione della ricchezza finanziaria nei singoli Paesi cambia a seconda delle caratteristiche dei sistemi finanziari (per esempio, in Giappone i depositi sono predominanti, mentre negli Stati Uniti le azioni).

Vediamo in particolare che cosa dice lo studio appena citato su come è cambiato nel nostro Paese con il tempo il peso sulla ricchezza finanziaria dei depositi, delle riserve assicurative e dei fondi pensione, e quello delle azioni e delle partecipazioni, ai primi tre posti nel 2019.

Com’è cambiata la ricchezza finanziaria in Italia

I depositi «rappresentano la forma principale di investimento per le famiglie» in Italia, hanno spiegato i ricercatori della Banca d’Italia. «È un dato ricorrente nella storia italiana, se si fa eccezione per i periodi di forti rialzi della Borsa, quando le azioni/partecipazioni sono diventate il primo strumento: è stato questo il caso all’apice della bolla delle dot.com, e dell’intervallo 2005–2007, prima della crisi finanziaria globale».

Gli strumenti assicurativi e pensionistici privati sono invece in costante crescita, «iniziata negli anni Novanta, in occasione delle prime riforme del sistema pensionistico pubblico».

Nel 2017 il peso dei titoli nella ricchezza finanziaria degli italiani aveva invece raggiunto il 7 per cento (nel 2019 scesa al 6,1 per cento), mentre nel 1990 era del 30 per cento.

«La discesa dei tassi d’interesse degli ultimi anni è tra le motivazioni della caduta», ha sottolineato lo studio di Banca d’Italia. Oggi la quota dei titoli è al livello minimo da quando sono disponibili statistiche (1950). «L’incidenza dei titoli, bassa negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, era successivamente cresciuta, a causa dell’aumento del debito pubblico, passato dal 55 per cento del Pil nel 1980 al 111 per cento nel 1993: i risparmiatori erano così diventati i primi detentori di titoli pubblici, sostituendosi alla detenzione tradizionale da parte delle banche».

Come cambiano i numeri se alla ricchezza finanziaria aggiungiamo anche quella “reale”, fatta per esempio dagli immobili e dai terreni?

Un confronto internazionale

Secondo i dati più aggiornati di Istat e della Banca d’Italia, pubblicati congiuntamente a maggio 2019, nel 2017 la ricchezza netta delle famiglie italiane – ossia il valore delle attività finanziarie e reali al netto delle passività – è stata pari a 9.743 miliardi di euro.

«Le attività reali (6.295 miliardi di euro) rappresentavano il 59 per cento della ricchezza lorda (totale delle attività) e le attività finanziarie (4.374 miliardi di euro) il restante 41 per cento, a fronte di 926 miliardi di passività finanziarie», hanno spiegato Istat e Banca d’Italia.

Secondo i dati del 2017, «in Italia, Francia e Spagna la ricchezza reale è più grande della ricchezza finanziaria; il contrario è vero in Germania, Stati Uniti, Giappone e Canada. Un sostanziale equilibrio si osserva nel Regno Unito», hanno sottolineato i ricercatori della Banca d’Italia.

Gli oltre 9.700 miliardi di euro di ricchezza delle famiglie italiane nel 2017 corrispondevano a circa 8,4 volte il reddito disponibile (che nel 2019 sarebbe sceso all’8,1, secondo prime stime contenute nella relazione annuale della Banca d’Italia).

Come mostra il Grafico 2, che riporta i dati Ocse rielaborati da Istat e Banca d’Italia, questa statistica è più alta di Paesi come Germania, Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Canada, anche se tra il 2005 e il 2017 «il divario si è notevolmente ridotto».

Grafico 2. Ricchezza netta delle famiglie nel confronto internazionale (in rapporto al reddito lordo disponibile delle famiglie) – Fonte: Istat, Banca d’Italia, Ocse

Insomma, mentre in Italia negli ultimi anni sembra essersi vissuto un trend di decrescita nel rapporto tra ricchezza e reddito disponibile – evidenziando una minore capacità a risparmiare – negli altri Paesi presi in considerazione la dinamica sembra essere opposta.

Uno scenario simile viene evidenziato anche dai dati sulla propensione al risparmio.

I dati sulla propensione al risparmio

Nel documento “Ripartiamo, Italia”, il Partito democratico ha scritto che con «una propensione al risparmio di quasi il 10 per cento siamo infatti ancora un Paese di grandi risparmiatori».

La propensione al risparmio, in parole semplici, è un indicatore che calcola il rapporto tra il risparmio totale di una famiglia e il reddito complessivamente detenuto.

Secondo i dati della “Relazione annuale sul 2019” della Banca d’Italia, nel 2019 la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici del nostro Paese si è attestata intorno al 7,7 per cento, «lievemente salita» rispetto al 7,5 per cento del 2018.

Perché allora il Pd parla di un «10 per cento»? Questa percentuale fa riferimento alla propensione al risparmio delle famiglie, per così dire, in totale, tenendo conto anche di quelle produttrici, ossia imprese individuali o società che impiegano fino a cinque addetti.

Nel 2019 la propensione al risparmio di famiglie in totale è stata del 10,2 per cento circa, in calo rispetto al 14,3 per cento registrato 20 anni fa, nel 1999 (come mostrano i dati della Banca d’Italia qui scaricabili [2]).

Grafico 3. La propensione al risparmio delle famiglie consumatrici e produttrici in Italia e nell’area euro, e quello delle sole famiglie consumatrici in Italia – Fonte: Banca d’Italia

Come mostra il Grafico 3, il nostro Paese non sembra uscire bene da un confronto europeo, «restando su valori bassi nel confronto storico e internazionale», come ha scritto Banca d’Italia. E i dati Eurostat lo confermano.

Nel 2018 (ultimo anno dove abbiamo tutti i dati per i Paesi Ue), le famiglie consumatrici e produttrici in Italia avevano una propensione al risparmio del 10,06 per cento, percentuale più alta di Spagna (5,94 per cento) e Regno Unito (6,06 per cento), ma più bassa, oltre che della media dell’area euro (12,35 per cento), anche di Germania (18,54 per cento) e Francia (13,85 per cento).

Che cosa dice l’Ocse

Per fare un confronto internazionale sul risparmio del nostro Paese, possiamo usare anche i dati dell’Ocse, che come ha spiegato l’economista Salvatore Morelli in un articolo su lavoce.info di aprile 2020, mostrano che «il mito dell’Italia come Paese di risparmiatori non corrisponde più alla realtà».

Nel 1995 l’Italia era infatti al primo posto tra i Paesi Ocse (non contando la Cina, che viene monitorata dall’Ocse ma non è Paese membro dell’organizzazione) per tasso di risparmio, un indicatore calcolato diversamente dalla propensione al risparmio che abbiamo visto prima.

All’epoca, semplificando, il 16,2 per cento del reddito totale disponibile annuale delle famiglie in Italia veniva risparmiato.

Nel 2018 – 23 anni dopo – questa percentuale nel nostro Paese è scesa al 2,5 per cento, dato più alto di Stati come Spagna (1,7 per cento), Regno Unito (0,4 per cento) e Canada (1,5 per cento), ma inferiore alla maggior parte dei Paesi membri dell’Ocse, tra cui Germania (11 per cento), Francia (8,4 per cento), Stati Uniti (8 per cento) e Giappone (4,3 per cento).

«Già nel 2008 il tasso di risparmio era sceso all’8 per cento», ha scritto Morelli su lavoce.info. «L’onda devastante della crisi del 2008 e 2009 ha poi colpito duramente il nostro paese, molto di più di altri, e ciò ha ulteriormente ridotto la capacità di risparmio degli italiani».

In conclusione

Secondo il Partito democratico, con un «risparmio finanziario» di «oltre 4.400 miliardi» di euro e una propensione al risparmio di «quasi il 10 per cento» l’Italia è «ancora un Paese di grandi risparmiatori».

Abbiamo verificato che cosa dicono i dati – in sostanza correttamente citati dal Pd – ma le cose non stanno proprio così per quanto riguarda il giudizio.

Per quanto riguarda la ricchezza finanziaria, in rapporto al reddito disponibile, è vero che nel 2019 tra i grandi Paesi europei meglio di noi faceva solo la Francia, ma è anche vero che a differenza degli altri Stati presi in considerazione non siamo ancora tornati ai livelli pre-crisi del 2007-2008.

Se prendiamo poi in considerazione la ricchezza totale delle famiglie, non solo quella finanziaria, è vero che siamo primi in un confronto internazionale in rapporto al reddito, ma da diversi anni il trend è quello di decrescita, mentre gli altri Stati – con dinamiche diverse – crescono, riducendo il divario.

È poi vero che nel 2019 la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici e produttrici in Italia è stata del 10,1 per cento, ma è una percentuale inferiore alla media dell’area euro e a quella di Paesi come Germania e Francia.

Infine, se prendiamo l’indicatore utilizzato dall’Ocse, ossia il tasso di risparmio, si scopre che mentre nel 1995 l’Italia era in prima posizione tra i Paesi membri, oggi è stata superata da diversi Paesi, non solo europei ma anche di altri continenti.

Per concludere possiamo insomma dire che nel confronto internazionale siamo ancora un Paese di risparmiatori, ma sempre meno rispetto al passato e, se il trend non sarà invertito, non siamo destinati a rimanerlo.


[1] Vedi tabella Capitolo 7, fig. 7.1.

[2] Vedi tabella Capitolo 5, fig. 5.3.

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