Pubblicato: venerdì 22 maggio 2020
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Zero o quattro miliardi? Perché è difficile sapere quante tasse paga Fca Italy

Il 18 maggio, in un lungo intervento su Facebook, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha annunciato che il governo italiano è favorevole a fornire garanzie statali al prestito da 6,3 miliardi di euro richiesto dalla società Fca Italy a Banca Intesa Sanpaolo. Due giorni prima, il 16 maggio, Fca Italy aveva infatti confermato in un comunicato stampa la trattativa con il governo, già anticipata nelle ore precedenti da alcune indiscrezioni di stampa.

Le indiscrezioni avevano dato vita a un acceso dibattito tra le varie forze politiche. Infatti, come abbiamo spiegato di recente, la questione delle garanzie statali – previste dal decreto “Liquidità” – ha sollevato una polemica, centrata sull’opportunità o meno di aiutare un’azienda con sede in Italia, Fca Italy, ma controllata dal gruppo Fca, multinazionale con sede legale nei Paesi Bassi e sede fiscale nel Regno Unito.

Una delle argomentazioni a favore della garanzia statale al prestito è che Fca Italy paga le imposte nel nostro Paese ed è in generale più che lecito aiutarla, per esempio per proteggere l’occupazione o gli introiti dell’erario provenienti dalle sue attività.

Come vedremo, però, è molto difficile sapere quante tasse paga Fca Italy in Italia e negli ultimi giorni sono circolate sulla stampa stime molto diverse tra loro. Secondo alcuni, Fca Italy pagherebbe infatti ogni anno tasse per circa 4 miliardi di euro, mentre secondo altri, le cifre sarebbero inferiori, intorno a circa mezzo miliardo di euro nel 2019. Non è del tutto chiaro da dove arrivino queste stime.

Ma è possibile quantificare quante tasse paga davvero Fca in Italia? Abbiamo cercato di fare un po’ di chiarezza sulla questione.

Se sei in perdita, niente Ires

Nel caso delle aziende, come Fca Italy, una delle imposte più importanti è l’Ires, cioè l’imposta sul reddito delle società. Per avere un’ordine di grandezza, nel 2019 lo Stato italiano ha incassato dalle società circa 33,5 miliardi di euro di Ires, su entrate complessive di tutti i contribuenti per circa 472 miliardi di euro.

L’Ires ha un’aliquota ordinaria del 24 per cento e si applica su una base imponibile che in genere equivale al risultato di esercizio (ossia il totale dei ricavi meno i costi) contenuto nel bilancio, modificato poi – in aumento o in diminuzione – in base alle regole delle normative fiscali.

Nel caso in un anno una società risulti essere in perdita, può maturare crediti Ires nei confronti dello Stato, se gli acconti che ha versato l’anno prima sono superiori alle imposte che deve poi effettivamente pagare.

Quanta Ires ha pagato l’anno scorso Fca Italy nel nostro Paese? La risposta è zero e il perché è contenuto nel bilancio d’esercizio della società, che Pagella Politica ha ottenuto dal portale Registro Imprese delle Camere di Commercio. Come vedremo meglio tra poco, non aver versato Ires nelle casse dello Stato è dovuto al fatto che Fca Italy ha chiuso l’esercizio del 2019 in perdita fiscale.

Ma prima bisogna chiarire un altro punto: quali sono le regole generali a cui risponde Fca Italy per pagare le sue tasse?

Tutti per uno, uno per tutti

La società Fca Italy aderisce al cosiddetto “consolidato fiscale nazionale”, un particolare regime di determinazione del reddito Ires regolamentato dal Testo unico delle imposte sui redditi del 1986 (artt. 117-129). Questo regime non è concesso a tutti i gruppi societari, ma solo da alcuni che rispettano determinate condizioni.

In base al consolidato nazionale, le diverse società che il gruppo Fca controlla in Italia possono in sostanza pagare l’Ires come fossero un’unica entità, compensando come vedremo redditi e perdite. Ricordiamo che la multinazionale ha in Italia circa un quarto dei suoi 192 mila dipendenti nel mondo (ossia poco meno di 50 mila dipendenti) e diversi stabilimenti, tra cui i quattro principali di assemblaggio sono quelli di Torino Mirafiori, Cassino, Melfi e Pomigliano.

La “stabile organizzazione italiana Fiat Chrysler Automobiles Nv” – che rappresenta il gruppo Fca in Italia – svolge il ruolo di “società consolidante” per Fca Italy e per le altre aziende che controlla e operano in Italia (come Abarth o Alfa Romeo).

L’aggettivo “consolidante” significa che la rappresentante fiscale del gruppo Fca in Italia determina un’unica base imponibile su cui andrà a pagare l’Ires, sommando le singole basi imponibili delle società aderenti al consolidato fiscale. Un beneficio generato da questo regime fiscale è la possibilità di compensare i redditi tassabili con le perdite fiscali in un’unica dichiarazione.

In concreto, questo che cosa comporta? Lo spiega lo stesso bilancio d’esercizio della società, nella sezione dedicata alle Imposte sul reddito nei “Criteri di redazione e valutazione” del bilancio.

Debiti e crediti

In breve: se in un anno Fca Italy apporta un guadagno, cioè un reddito imponibile alla sua controllante (ricordiamo, la “stabile organizzazione italiana Fca Nv”), ne rileva un debito nei confronti della controllante stessa. Viceversa, se in un anno Fca Italy apporta delle perdite fiscali, iscrive un credito nei confronti della sua consolidante.

Veniamo ora al contenuto dei bilanci recenti di Fca Italy. Il bilancio di Fca Italy relativo al 2019 mostra che l’anno scorso la società ha chiuso l’esercizio in perdita fiscale e di conseguenza nel 2019 Fca Italy non ha pagato imposte sul reddito d’esercizio, ossia l’Ires.

Chiudere l’esercizio in perdita per Fca Italy non è un’eccezione relativa all’anno scorso: nel 2019 la società ha infatti registrato perdite fiscali pregresse per oltre 9 miliardi di euro.

In base al meccanismo del consolidato fiscale di cui abbiamo parlato sopra, Fca Italy ha ceduto le sue perdite fiscali alla “stabile organizzazione italiana Fca Nv”, che ha così abbassato il suo imponibile (e a sua volta potrà quindi pagare meno imposte). In cambio a Fca Italy sono stati riconosciuti dalla consolidante oltre 550 milioni di euro che a bilancio risultano come fossero proventi. Va però chiarito che non si tratta di un vero e proprio trasferimento di risorse.

«Sembra paradossale vedere la voce “imposte” in saldo positivo, ma questo non vuol dire che Fca Italy ha incassato dei soldi, ma che ha maturato il presupposto per pagare meno imposte in futuro», ha spiegato a Pagella Politica Alberto Quagli, professore di Economia aziendale all’Università degli Studi di Genova. «Se Fca Italy tornerà in utile e dovrà pagare imposte, a quel punto pagherà meno perché negli ultimi anni ha chiuso in perdita. Questo beneficio però va contabilizzato adesso e non in futuro».

Per quanto riguarda le tasse sul reddito d’impresa, c’è da prendere in considerazione anche l’Irap, ossia l’imposta regionale sulle attività produttive, che negli anni ha raccolto critiche da parte di molti imprenditori – e promesse di abolizione da parte di alcuni politici – perché non considera solo gli utili, ma anche i costi e le perdite. Questa imposta – che l’anno scorso ha portato al fisco circa 25,1 miliardi di euro da tutte le società – ha diverse aliquote a seconda delle regioni (ricordiamo che Fca Italy ha diversi stabilimenti in giro per l’Italia).

Tra le imposte, anche per l’Irap il bilancio d’esercizio di Fca Italy ha segnato un numero con il segno più, nel dettaglio 716 mila euro. «In base a questi numeri questo significa che Fca Italy non ha avuto reddito imponibile Irap, maturando un credito dagli esercizi precedenti», ha specificato Quagli.

Fca Italy e le altre tasse

Ires e Irap, però, sono solo una parte del discorso quando si parla di tasse e imprese.

«Queste imposte di cui abbiamo parlato sono le cosiddette “imposte dirette”», ha sottolineato Quagli. «Poi ci sono imposte indirette tipo l’Iva, che Fca Italy paga ma che poi grava sul consumatore finale, e quelle sul personale, anche se di per sé non è che l’azienda sostiene un costo per imposte, ma agisce come sostituto d’imposta: si sostituisce al fisco per trattenere dagli stipendi una somma che poi versa all’erario. Ma è come se la versasse il dipendente».

La più importante di queste imposte è l’Irpef, che ha un’aliquota che va dal 23 al 43 per cento. «Facendo un calcolo spannometrico è possibile ricavare, partendo dai costi per il personale, una stima delle somme pagate a titolo di Irpef dai dipendenti di Fca Italy, o per il tramite della società, che effettua le ritenute alla fonte o mediante la loro dichiarazione dei redditi», ha spiegato a Pagella Politica Angelo Contrino, professore di Diritto tributario dell’Università Bocconi di Milano.

Nel 2019 Fca Italy ha iscritto a bilancio costi per salari e stipendi di oltre un miliardo di euro. Da questi numeri possiamo dunque fare una stima approssimativa dell’Irpef raccolta per lo Stato tra i 230 e i 430 milioni di euro.

«La società Fca Italy impiega poi migliaia di dipendenti, che sul loro stipendio netto (ciò che rimane dopo aver pagato l’Irpef) pagano ulteriori imposte allo Stato, in quanto la parte utilizzata per consumare e investire, mediante l’acquisto di beni e servizi, sconta l’Iva, le accise, l’imposta di registro; e la parte utilizzata per creare i risparmi, mediante la costituzione di relazioni bancarie o postali, sconta altri prelievi fiscali come l’imposta di bollo sui conti correnti o sui depositi a risparmio», ha aggiunto Contrino, dando una possibile spiegazione alle stime che circolano in questi giorni.

E infine c’è il discorso delle attività economiche e delle imprese che sono generate da Fca Italy nel settore produttivo, su cui è molto difficile fare stime precise.

«Fca Italy dà lavoro ai fornitori, che a loro volta pagano l’Irpef o l’Ires sui loro guadagni, oltre all’Iva», ha sottolineato Contrino. «Il singolo dato delle imposte pagate da Fca Italy rischia di essere un dato fuorviante: bisognerebbe calcolare anche il dato delle imposte che lo Stato incassa, oltre che dai dipendenti, anche da tutte le imprese dell’indotto di Fca Italy».

Dal solo bilancio di esercizio per il 2019 di Fca Italy non è possibile avere numeri precisi su quante imposte sono state versate allo Stato, in via generale, attraverso l’attività svolta dalla società. Discorso analogo vale per la “Relazione finanziaria” del 2019 pubblicata dal gruppo Fca, relativa a tutte le sue attività in giro per il mondo.

In sostanza, per farsi davvero un’idea di quante tasse hanno pagato tutte le società di Fca in Italia, e non solo Fca Italy, bisognerebbe essere in possesso della dichiarazione dei redditi del consolidato fiscale della “stabile organizzazione italiana Fca Nv”, che probabilmente ha pagato delle tasse nel nostro Paese. Questi documenti, di cui l’Agenzia delle entrate è in possesso, però non sono pubblici.

Un’altra possibilità sarebbe quella di avere accesso a un particolare tipo di documento: il country by country report, cioè la “rendicontazione Paese per Paese”, su cui hanno posto l’attenzione negli ultimi giorni alcuni membri del Partito democratico. Vediamo meglio di che cosa si tratta.

Il Pd e il dibattito sui country by country report

Il 17 maggio il responsabile economico del Partito democratico Emanuele Felice ha commentato su Twitter la vicenda Fca, scrivendo che «noi chiediamo, come prima cosa, che le multinazionali che vogliono le garanzie dello Stato rendano pubblici i loro country by country report».

Quest’ultimi, ha aggiunto Felice, «sono bilanci con tutti i dati sulla distribuzione dei profitti, dell'attività economica e delle tasse pagate fra i diversi paesi in cui operano. Attualmente i country by country report sono trasmessi all’Agenzia delle entrate, ma non vengono resi pubblici». Questi rapporti, secondo il responsabile economia del Pd, permetterebbero al governo di «valutare la “responsabilità fiscale complessiva”» di Fca e di «decidere se concederle o meno la garanzia».

L’invito a rendere pubblici i country by country report è arrivato su Facebook anche dal membro della Direzione nazionale del Pd Gianni Cuperlo e dal ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, mentre quello dell’Economia Roberto Gualtieri ha scritto che questo report è già nelle mani delle «autorità fiscali italiane», senza schierarsi sulla necessità o meno di chiedere al gruppo Fca di renderlo pubblico.

Ma che cosa sono questi country by country report e perché se ne sta parlando molto in questi giorni?

Una richiesta di maggiore trasparenza

«I country by country report sono dei rapporti pensati per portare trasparenza sulle attività delle multinazionali – si pensi per esempio agli scandali LuxLeaks e Panama Papers – e sulla loro presunta elusione fiscale», ha spiegato a Pagella Politica Tommaso Faccio, docente di contabilità alla Nottingham University Business School nel Regno Unito e co-fondatore di Tax Justice Italia, un’organizzazione che promuove sistemi fiscali più equi attraverso la ricerca. «In parole semplici, per ogni Paese in cui opera, con il country by country report la multinazionale presenta informazioni basilari come il fatturato, i profitti, quante tasse ha pagato, quanti impiegati ci sono, quanto capitale investito».

Ad oggi, in base alla Direttiva Crd IV (art. 89) del 2013 dell’Unione europea, solo gli istituti finanziari sono tenuti a rendere pubblici questi country by country report. Le altre multinazionali invece – come il gruppo Fca – sono obbligate a comunicare le informazioni contenute in questo rapporto solo all’Agenzia dell’entrate, ma non a renderle pubbliche.

Negli ultimi anni, a livello europeo è passata più volte la richiesta di rendere obbligatoria per tutte le multinazionali con un fatturato di oltre 750 milioni di euro la pubblicazione dei country by country report, ma al momento questa iniziativa è ferma in sede comunitaria – come ha sottolineato su Facebook anche il ministro Provenzano – dopo essere stata proposta dalla Commissione Ue e approvata dal Parlamento Ue.

A novembre 2019, infatti, il Consiglio Competitività del Consiglio dell’Ue – che si occupa di questioni legate al mercato interno e all’innovazione – non è riuscito a trovare un accordo definitivo sulla questione, con l’opposizione di Paesi come Irlanda, Svezia e Lussemburgo.

Quali vantaggi avremmo se società come Fca rendessero pubblici i loro country by country report, come fanno già in maniera volontaria altre multinazionali come Vodafone ed Eni?

«L’accesso pubblico a questi rapporti porterebbe due principali benefici», ha sottolineato Faccio. «Da un lato, ci sarebbe maggiore trasparenza per i cittadini, mostrando loro che non viene fatta elusione fiscale portando profitti in altri Paesi. Dall’altro lato, darebbe maggiore trasparenza anche agli investitori: per loro poca trasparenza comporta infatti dei rischi».

In sostanza, secondo Faccio, «sarebbe una questione di portare maggiore fiducia nel sistema e nello Stato, una volta che si capisce se non ci sono chissà quali vantaggi a spostare le proprie sedi in un altro Paese».

C’è però chi si schiera contro questo eccesso di trasparenza.

«L’obiezione più diffusa contro chi chiede che i country by country report delle multinazionali siano pubblici è che lì dentro ci siano segreti commerciali, la cui divulgazione porterebbe una conseguente perdita di competitività di una società», ha spiegato a Pagella Politica il co-fondatore di Tax Justice Italia. «Ad oggi però non ci sono evidenze empiriche a favore di questa tesi, tant’è che gli istituti finanziari sono obbligati a pubblicare il loro rapporto Paese per Paese e che alcune società già lo fanno di loro spontanea volontà».

Ricapitolando: il gruppo Fca – che controlla Fca Italy – è obbligato a comunicare all’Agenzia delle Entrate il proprio country by country report, che contiene dati sulle imposte pagate nel nostro Paese, ma non a rendere pubblico questo rapporto. I dati contenuti in questo documento permetterebbero di sapere con precisione quante entrate ricava direttamente da Fca lo Stato italiano.

In conclusione

Negli ultimi giorni si è parlato molto nel dibattito politico italiano della possibilità da parte dello Stato di fare da garante, come previsto dal decreto “Liquidità”, a un prestito di Banca Intesa Sanpaolo da 6,3 miliardi di euro alla società Fca Italy.

Da un lato, secondo alcuni critici, non sarebbe corretto aiutare una società che sì ha sede in Italia, ma che è controllata dal gruppo Fca, che invece ha sede legale nei Paesi Bassi e quella fiscale nel Regno Unito.

Dall’altro lato, i favorevoli alla garanzia sottolineano che Fca Italy paga le tasse nel nostro Paese, e che quindi vadano tutelati non solo i posti di lavoro, ma anche le entrate per il fisco.

Esistono però diverse stime sulla quantità effettiva di tasse pagate da Fca Italy in Italia.

Pagella Politica ha analizzato il bilancio d’esercizio relativo al 2019, che mostra come Fca Italy – una delle diverse società del gruppo Fca in Italia – abbia registrato negli ultimi anni ingenti perdite per il fisco e non ha dovuto dunque pagare l’Ires, che è la principale imposta sul reddito delle società.

In realtà questo non significa che il gruppo Fca non paga nessuna tassa nel nostro Paese. Oltre a generare le tasse pagate dai dipendenti e dalle imprese dell’indotto, bisogna prendere in considerazione anche le altre società del gruppo in Italia.

I documenti fiscali che certificano quante imposte ha incassato il fisco dall’intero gruppo non sono però pubblici – sono dati in mano all’Agenzia delle entrate – ma in diversi, tra cui alcuni membri del Partito democratico, hanno richiesto che il gruppo Fca renda pubblici i cosiddetti country by country report.

Questi rapporti, che la multinazionale è obbligata a comunicare alle autorità fiscali, dicono per esempio quante tasse paga effettivamente Fca in Italia. A differenza degli istituti finanziari (e di alcune società che pubblicano i report volontariamente), non c’è obbligo di pubblicare i country by country report.

Al momento in sede europea è bloccata la proposta di introdurre questo obbligo, che secondo i favorevoli renderebbe più trasparente per cittadini e investitori l’accesso a dati sul peso economico delle grandi società, come il gruppo Fca, in Italia.

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