Pubblicato: lunedì 18 maggio 2020
Photo: Ansa
Il dibattito sul prestito a Fca, in otto fact-checking

Negli ultimi giorni nel dibattito politico italiano si è discusso molto dell’annuncio da parte della società Fca Italy – quella che un tempo era la Fiat – di aver chiesto garanzie allo Stato italiano per ricevere un prestito di circa 6,3 miliardi di euro dalla banca Intesa Sanpaolo.

Tra i vari schieramenti politici è nato infatti uno scontro se sia corretto o meno garantire così tanti soldi a una società che negli ultimi anni, secondo i critici al prestito, avrebbe spostato sempre di più le sue attività all’estero.

Abbiamo verificato otto dichiarazioni di altrettanti politici per vedere quali corrispondono al vero o meno, e per fare un po’ di chiarezza sulla questione.

1. Che cosa ha chiesto Fca allo Stato

«Un’impresa che chiede ingenti finanziamenti allo Stato italiano riporta la sede in Italia» – Andrea Orlando (Partito democratico)

Partiamo dal primo punto toccato dal tweet pubblicato il 16 maggio dall’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, ossia se è vero o meno che Fca Italy abbia chiesto «ingenti finanziamenti allo Stato italiano».

Lo stesso giorno la società Fca Italy – che è una sussidiaria controllata dal gruppo Fiat Chrysler Automobile (Fca) – ha pubblicato un comunicato stampa in cui confermava l’avvio di una procedura con il governo italiano per ottenere «una garanzia da Sace», nel rispetto di «quanto previsto dal cosiddetto “decreto Liquidità” recentemente emanato».

Sace è una società del Gruppo Cassa depositi e prestiti specializzata nel sostegno alle imprese italiane. In base al decreto “Liquidità” (n. 23 dell’8 aprile 2020, la cui legge di conversione è ora all’esame della Camera) Sace è l’organismo predisposto per concedere (art. 1) garanzie economiche alle banche che fanno prestiti alle imprese colpite dall’emergenza coronavirus. Queste garanzie cambiano a seconda di alcuni criteri, come la grandezza dell’azienda.

Quando parla del decreto “Liquidità”, Fca Italy fa riferimento alla possibilità da parte dello Stato (art. 1, co. 2, lett. d) di dare garanzie fino al 70 per cento di un eventuale prestito richiesto a una banca da parte di un’impresa con un fatturato superiore ai 5 miliardi di euro nel 2019. L’importo del prestito assistito dalla garanzia non deve invece essere superiore (art. 1, co. 2, lett. c) al 25 per cento del fatturato.

La banca a cui si è rivolta Fca Italy, ha spiegato l’azienda nel suo comunicato, è Intesa Sanpaolo, mentre l’ammontare della linea di credito dovrebbe essere pari a circa 6,3 miliardi di euro.

Ricapitolando: Fca Italy non ha chiesto un prestito allo Stato italiano, ossia «ingenti finanziamenti» come dice Orlando, ma in base a quanto stabilito dal decreto “Liquidità” ha chiesto che lo Stato italiano faccia da garante per un prestito (della durata di tre anni) erogato da una banca privata.

Ricordiamo, come abbiamo spiegato di recente, che le cifre stanziate dallo Stato per le garanzie alle imprese non impattano sul deficit di quest’anno, ma lo faranno negli anni futuri solo nel caso in cui Fca Italy non sarà in grado un giorno di restituire i soldi ricevuti dalla banca.

Secondo Fca Italy e i principali sindacati italiani (tra cui la Federazione italiana metalmeccanici), il prestito servirà poi per pagare i fornitori e «dare impatto immediato alla ripartenza».

Vediamo adesso il secondo punto toccato da Orlando, secondo cui Fca dovrebbe riportare la sede in Italia.

Come abbiamo già anticipato, la garanzia statale è stata chiesta da Fca Italy, che ha sede a Torino e che è una società sussidiaria del gruppo Fca, una multinazionale che invece ha sede legale nei Paesi Bassi e quella fiscale nel Regno Unito.

Tra l’altro, il decreto “Liquidità” stabilisce nella prima riga dell’articolo 1 che possono godere del sostegno dello Stato le «imprese con sede in Italia», in questo caso dunque Fca Italy.

La questione delle “sedi” del gruppo Fca ha comunque generato un ampio dibattito su dove effettivamente paghi le tasse Fca Italy, la società beneficiaria delle eventuali garanzie statali. Vediamo meglio i dettagli.

2. Dove paga le tasse Fca

«[Fca Italy] è in Olanda che paga buona parte delle tasse» – Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia)

Secondo il deputato di Fratelli d’Italia Fabio Rampelli, per esempio, Fca Italy pagherebbe le tasse nei Paesi Bassi.

In realtà le cose non stanno proprio così: il fatto che il gruppo Fca abbia sede legale e fiscale fuori dal nostro Paese, non significa che Fca Italy non paga qui le tasse, un po’ come succederebbe per un privato cittadino che decidesse di spostare la propria residenza all’estero.

Come sottolineava a febbraio 2014 un approfondimento uscito su lavoce.info, infatti, «l’analogia fra società multinazionali e individui è del tutto fuorviante».

«L’eventuale trasferimento di una holding capogruppo all’estero non implica quindi che non si pagheranno più imposte sul reddito prodotto dal gruppo industriale nel nostro paese», si legge su lavoce.info. «Questo reddito sarà sempre tassato in capo alle società controllate che continueranno a operare in Italia. La perdita di gettito sarebbe limitata alla base imponibile della sola holding».

Dunque non è vero che Fca Italy paga le tasse nei Paesi Bassi, come sostiene Rampelli. «Le imposte si pagano dove una società ha la residenza fiscale e Fca Italy, a differenza del gruppo Fca, ha la residenza in Italia, dunque paga le tasse qui», ha spiegato a Pagella Politica Dario Stevanato, professore di diritto tributario all'Università di Trieste. «In alternativa, se Fca Italy avesse uno stabilimento, per esempio, in Serbia pagherebbe le imposte lì, relative agli utili di quello stabilimento».

Così Fca Italy versa, per esempio, ogni anno l’Ires e l’Irap in Italia, non all’estero. Discorso analogo vale per i vari distaccamenti del gruppo Fca in Europa e nel mondo.

Perché allora il gruppo Fca ha messo la sua sede fiscale nel Regno Unito e quella legale nei Paesi Bassi? Secondo quanto riporta Fca stessa, come vedremo tra poco, il motivo è che ne trae beneficio, per almeno due ragioni.

In breve: nei Paesi Bassi, da un punto di vista societario, esiste un meccanismo (il loyalty voting mechanism) che permette alla holding Exor – fondata dalla famiglia Agnelli – di avere un potere di voto all’interno del gruppo Fca del 41,7 per cento, a fronte del possesso di circa il 28,7 per cento delle azioni.

Semplificando: questo meccanismo di voto – come suggerisce il nome e come spiega anche l’ultimo bilancio finanziario del gruppo Fca – “premia” gli azionisti che possiedono quote del gruppo da diversi anni consecutivi.

Lo spostamento della sede fiscale nel Regno Unito si spiega invece con i vantaggi in termini di tasse che vigono Oltremanica sui dividendi, ossia su quella parte degli utili che viene distribuita agli azionisti.

«Per quanto riguarda l’imposizione per gli azionisti, si ricorda che i dividendi distribuiti dalle società fiscalmente residenti nel Regno Unito non sono normalmente assoggettati a ritenuta d’imposta», sottolineava a febbraio 2014 il nascituro gruppo Fca, motivando la sua decisione di spostare la sede fiscale a Londra. Questo vantaggio è ribadito anche dal gruppo Fca nel suo ultimo bilancio relativo all’anno scorso.

Secondo Stevanato, un eventuale ritorno del gruppo Fca in Italia avrebbe poco impatto in termini di gettito. «Se anche i dividendi domani venissero pagati a una società holding di diritto italiano, il fisco italiano prenderebbe l’Ires solo sul 5 per cento di quei dividendi», ha detto Stevanato a Pagella Politica.

Ma la doppia sede del gruppo Fca è un’eccezione o la regola nel panorama automobilistico del nostro continente?

3. Dove hanno la sede le altre case automobilistiche

«Nessuna casa automobilistica Ue tranne Nissan/Renault ha sede fuori dal proprio Paese» – Carlo Calenda (Azione)

Secondo il leader di Azione Carlo Calenda, il fatto che il gruppo Fca abbia sede legale nei Paesi bassi e quella fiscale nel Regno unito sarebbe un unicum nel panorama automobilistico europeo, fatta eccezione per il gruppo Nissan/Renault.

Vediamo se ha ragione, incominciando dalle case automobilistiche tedesche.

La Bmw (in tedesco, Bayerische Motoren Werke) ha sede a Monaco di Baviera in Germania, mentre la Daimler (la società che controlla, tra gli altri, il marchio Mercedes-Benz) ce l’ha nella città tedesca di Stoccarda. La Volkswagen ha invece sede a Wolfsburg, sempre in Germania.

Il gruppo Renault Sa sta invece a Parigi, in Francia, così come il gruppo Psa – quello con cui ha iniziato una fusione il gruppo Fca – che è di stanza a Rueil-Malmaison, nella regione dell’Île-de-France.

Quando parla di «Nissan/Renault», Calenda fa riferimento all’alleanza tra la casa automobilistica francese, quella giapponese e la Mitsubishi, nata nel 1999 e che ha il proprio quartier generale ad Amsterdam, nei Paesi Bassi.

Dunque Calenda ha ragione quando sostiene che le principali case automobilistiche europee hanno la sede nei loro Paesi di origine, ma ricordiamo ancora una volta che anche Fca Italy ha sede in Italia: è il gruppo a cui fa capo, ossia Fca, ad avere la sede fiscale nel Regno Unito e quella legale nei Paesi Bassi.

4. Le condizioni per ricevere le garanzie dello Stato

«[Il prestito] vincola Fca a investimenti in innovazione e la garanzia dei livelli occupazionali nel nostro paese [...]. Gualtieri dovrà necessariamente firmare la concessione della garanzia, dato che per quegli importi è previsto dal comma 7» – Davide Zanichelli (Movimento 5 stelle)

Vediamo adesso le condizioni imposte dal decreto “Liquidità” per ricevere la garanzia statale, che tra le altre cose, secondo il deputato del M5s Davide Zanichelli, vedrebbe Fca obbligata a mantenere i livelli occupazionali in Italia e gli investimenti in innovazione.

Un dossier del Parlamento chiarisce quali sono le condizioni per il rilascio della garanzia da parte di Sace, così come stabilito dal decreto “Liquidità” (art. 1 co.2). Concentriamoci qui su due condizioni, per poi vedere meglio una terza più avanti.

Una prima condizione per ricevere la garanzia di Sace è che «l’impresa che beneficia della garanzia assume l’impegno a gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali».

Una seconda condizione stabilisce poi che il prestito coperto dalla garanzia dello Stato deve essere utilizzato per sostenere «costi del personale, investimenti o capitale circolante impiegati in stabilimenti produttivi e attività imprenditoriali che siano localizzati in Italia».

Dunque Fca Italy non può usare i soldi presi in prestito da una banca, e garantiti dallo Stato, per operazioni localizzate all’estero.

È vero poi, come dice Zanichelli, che il comma 7 dell’articolo 1 del decreto “Liquidità” dispone che la decisione di dare le garanzie statali, per aziende grandi come Fca, debba essere presa con decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze (quindi dal ministro Roberto Gualtieri, Pd), dopo aver sentito il parere del Ministro dello Sviluppo economico (ossia Stefano Patuanelli, M5s).

5. La questione dei dividendi

«Una delle condizioni per accedere alla garanzia è che FCA Italy – come ogni altra azienda – non distribuisca dividendi per il 2020» – Luigi Marattin (Italia Viva)

Infine, come correttamente sottolineato da Luigi Marattin, c’è una terza condizione per poter accedere alle garanzie statali, che riguarda la distribuzione dei dividendi.

«L’impresa che beneficia della garanzia assume l’impegno che essa, nonché ogni altra impresa con sede in Italia che faccia parte del medesimo gruppo cui la prima appartiene, non approvi la distribuzione di dividendi o il riacquisto di azioni nel corso del 2020», sottolinea il dossier del Parlamento.

Secondo alcuni critici, come il leader di Azione Carlo Calenda, questa condizione sarebbe troppo debole e lo Stato dovrebbe chiedere a Fca Italy, in cambio della garanzia, di non distribuire i dividendi fino al rimborso del prestito – quindi non solo per il 2020 – e di rispettare il piano di investimenti da 5 miliardi di euro previsto per il 2019-2021.

Vediamo adesso alcune cifre su Fca Italy, dal fatturato al numero degli occupati, dal momento che in base al decreto “Liquidità” una garanzia viene data tenendo conto del “peso” dell’azienda coinvolta sull’economia del Paese.

6. Il peso dell’Italia sul fatturato del gruppo Fca

«Noi abbiamo un quarto del fatturato del gruppo [Fca] che è fatto in Italia, il resto è all’estero» (min. -50:42) – Romano Prodi (Partito democratico)

Partiamo dai dati sul fatturato. Nel report annuale sui conti del gruppo Fca relativo al 2019, si legge che l’anno scorso la multinazionale dell’auto ha avuto ricavi nel mondo per circa 108,2 miliardi di euro.

Come abbiamo visto prima, la linea di credito che dovrebbe essere concessa a Fca Italy (6,3 miliardi di euro) corrisponde a un quarto del fatturato delle società industriali del gruppo Fca in Italia, che l’anno scorso in totale è ammontato a circa 25,2 miliardi di euro (pari a circa l’1,4 per cento del Pil italiano).

Questa cifra corrisponde all’incirca a un quarto dell’intero fatturato del gruppo internazionale, come ha detto correttamente l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi.

Ma di quanti posti di lavoro stiamo parlando?

7. Quanti posti di lavoro garantisce Fca in Italia?

«Nel caso di Fca stiamo parlando comunque, al di là della capogruppo, di fabbriche italiane che occupano moltissimi lavoratori italiani» – Giuseppe Conte (presidente del Consiglio)

Durante la conferenza stampa del 16 maggio, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha difeso la possibilità di concedere una garanzia statale a Fca Italy, motivando la sua posizione con la necessità di proteggere i posti di lavoro legati al settore dell’auto nel nostro Paese.

L’ultimo bilancio di sostenibilità pubblicato dal gruppo Fca dice che nel 2019 l’azienda, a livello mondiale, aveva circa 191 mila dipendenti, di cui il 24,9 per cento – ossia circa 48 mila dipendenti – in Italia, in calo rispetto al 25,6 per cento dell’anno prima (quando i dipendenti totali nel mondo erano oltre 198 mila).

Numeri leggermente più alti sono contenuti nel comunicato stampa con cui Fca Italy ha annunciato le trattative per ottenere la linea di credito. Qui si legge che Fca in Italia «impiega in maniera diretta 55.000 persone in 16 stabilimenti produttivi e 26 poli dedicati alla ricerca e sviluppo».

Più complicato è poi fare stime sull’indotto. «Più di 200.000 posti di lavoro nelle 5.500 società fornitrici italiane altamente specializzate – sostiene Fca Italy – sono direttamente legati al successo della continuità operativa della società».

Secondo l’Associazione dei costruttori automobilistici europei (Acea), nel 2017 (dati più aggiornati) in Italia i posti di lavoro direttamente collegati al settore automobilistico erano in totale poco più di 162 mila.

Ma come sono cambiati negli anni i dati sui dipendenti di Fca nel nostro Paese?

8. Com’è cambiato il numero degli occupati dal 2000 in poi?

«Si stima che tra il 2000 e il 2017 in Italia si sia scesi da circa 112.000 occupati a circa 60.000, a cui va aggiunto tutto l’indotto» – Ignazio Corrao (Movimento 5 stelle)»

Secondo l’europarlamentare del M5s, gli occupati legati a Fca Italy si sarebbero quasi dimezzati, dal 2000 in poi. Abbiamo visto che per quanto riguarda i dati più recenti, stiamo parlando tra i 48 mila e i 55 mila dipendenti impiegati direttamente da Fca in Italia.

Nel 2000, Fca Italy non esisteva e dobbiamo dunque fare riferimento ai numeri della Fiat. Corrao, andando indietro nel tempo di circa 20 anni, cita un dato corretto.

Secondo il bilancio di sostenibilità di Fiat relativo al 2000, all’epoca la società aveva quasi 294 mila dipendenti in tutto il mondo, di cui poco più di 112 mila in Italia.

Come abbiamo spiegato in passato, questo non significa che si siano persi oltre 50 mila posti di lavoro. Negli anni successivi alla nascita del gruppo Fca, avvenuta nel 2014 dalla fusione tra Fiat e Chrysler, alcune aziende – un tempo a capo della società torinese – sono diventate indipendenti, come Ferrari e Chn, i cui dipendenti sono rimasti in Italia ma scorporati nei conti più recenti da quelli del gruppo complessivo.

– Leggi anche: Quanto è cambiato il numero dei dipendenti Fiat sotto Marchionne?

In conclusione

Fca Italy – che è una società controllata del gruppo Fca – ha chiesto un prestito da 6,3 miliardi di euro alla banca Intesa Sanpaolo, che sarebbe garantito al 70 per cento dallo Stato italiano grazie alle misure contenute nel decreto “Liquidità”.

Non stiamo parlando dunque di un finanziamento diretto dello Stato, ma di garanzie, concesse a determinate condizioni (per esempio, il mantenimento dei livelli occupazionali con accordi sindacali e la non distribuzione di dividendi per il 2020) che, secondo i critici all’iniziativa, sarebbero troppo favorevoli alla società automobilistiche ha sede a Torino.

Fca Italy, infatti, paga le tasse in Italia, mentre è la società a cui fa capo, il gruppo Fca, che ha sede legale nei Paesi Bassi e sede fiscale nel Regno Unito (un’eccezione rispetto ad altre case automobilistiche europee) per sfruttare i vantaggi a livello di diritto societario e fiscale.

Ricordiamo infine che Fca Italy nel 2019 ha fatturato circa 25,2 miliardi di euro, un quarto del fatturato totale del gruppo Fca, con una forza lavoro tra i 48 mila e 55 mila dipendenti diretti.

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