Pubblicato: giovedì 14 maggio 2020
Il decreto “Rilancio” vale 155 miliardi o 55 miliardi?

Il 13 maggio il governo ha approvato il cosiddetto “decreto Rilancio”, che contiene una serie di nuove misure per aiutare famiglie e imprese durante l’emergenza coronavirus.

Diversi politici della maggioranza di governo hanno presentato il decreto, citando cifre diverse tra loro.

Durante la conferenza stampa per la presentazione del testo, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha infatti detto che stiamo parlando di un provvedimento da «55 miliardi» di euro. La stessa cifra è stata riportata sui social, tra gli altri, anche dall’ex capo politico del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio e dal segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti.

«Approvato il #decretorilancio. 155 miliardi per far ripartire l’economia italiana», ha invece scritto su Twitter il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Aggiungendo dunque 100 miliardi di euro alla cifra indicata da Conte.

Il 14 maggio i due numeri sono comparsi anche su alcuni quotidiani italiani. «La super manovra: Tregua da 55 miliardi», titolava la prima pagina della Repubblica, mentre sul Sole 24 Ore capeggiava: «Approvato il Dl Rilancio da 155 miliardi».

Ma qual è il vero valore del decreto “Rilancio? 55 o 155 miliardi di euro?

Abbiamo fatto un po’ di chiarezza e la risposta è: dipende da che voce del bilancio dello Stato si guarda. Vediamo nel dettaglio perché.

Da dove vengono i 55 miliardi

Partiamo con la cifra indicata dal presidente del Consiglio Conte: i 55 miliardi di euro.

Questa cifra fa riferimento all’impatto che il decreto “Rilancio” avrà sull’indebitamento netto del nostro Paese nel 2020, come abbiamo spiegato in un fact-checking sui numeri del Documento di economia e finanza (Def) di fine aprile (quando il decreto “Rilancio” si sarebbe dovuto chiamare ancora decreto “Aprile”).

L’indebitamento netto è uno degli indicatori più rappresentativi sull’andamento dei conti del bilancio statale e si ottiene sottraendo dalle entrate finali dello Stato, al netto della riscossione dei crediti, le spese finali, senza conteggiare in questo caso le operazioni finanziarie (tra cui possono rientrare, come vedremo meglio più avanti, anche le garanzie dello Stato per i prestiti bancari alle imprese).

Detto altrimenti, l’indebitamento netto è quello che più comunemente viene chiamato “deficit”.

Secondo le stime del governo – contenute nel Def approvato da Camera e Senato a fine aprile – il decreto “Rilancio” avrà un impatto sull’indebitamento netto di quest’anno di circa 55,3 miliardi di euro, considerando anche la spesa aggiuntiva per gli interessi sul debito, e di circa 26,2 miliardi di euro per il 2021 (con 19,8 miliardi relativi alla sterilizzazione delle clausole di salvaguardia di Iva e accise).

In base alle stime del Def, il decreto “Cura Italia” (n. 18 del 17 marzo 2020, convertito in legge a fine aprile scorso) determinerà invece un indebitamento netto di quasi 20 miliardi di euro nel 2020.

Stiamo parlando dunque, complessivamente, di un “extra” deficit di quasi 80 miliardi di euro tra i due decreti.

Ricapitolando: per finanziare le misure del decreto “Rilancio”, lo Stato farà più deficit per una cifra di circa 55 miliardi di euro. E i 155 miliardi di euro di cui parla il ministro Gualtieri, da dove saltano fuori?

L’origine dei 155 miliardi

Come ha spiegato il 29 aprile l’Ufficio parlamentare di bilancioin un’audizione al Parlamento sul Def, gli effetti complessivi dei decreti fino ad oggi approvati – per esempio, il “Cura Italia” e il “Rilancio” – cambiano a seconda delle diverse norme di contabilità nazionale.

L’indebitamento netto, come abbiamo visto prima, è solo uno dei cosiddetti “saldi di finanza pubblica”, che – spiega il Ministero dell’Economia – «differiscono per il perimetro di riferimento e per i criteri di contabilizzazione dei flussi rilevati».

Tra i vari indicatori, c’è anche il saldo netto da finanziare, che si calcola in maniera leggermente diversa rispetto all’indebitamento netto. Cerchiamo di capire come, senza entrare troppo nei dettagli tecnici.

In breve, il saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato si calcola come l’indebitamento netto, ma con una significativa differenza: nella sottrazione tra entrate finali e spese finali, questa volta si tiene conto nelle spese anche delle operazioni finanziarie. Qui rientrano per esempio «gli interventi relativi a credito, liquidità e capitalizzazione delle imprese», che avranno effetto «solamente sul saldo netto da finanziare» e non sull’indebitamento, come ha spiegato l’Upb nella sua audizione di fine aprile (dove ci si occupava dei dati del Def relativi al nuovo decreto, all’epoca ancora in fase di elaborazione).

Secondo la Premessa al Def, il governo ha stimato un impatto del decreto “Rilancio” sul saldo netto da finanziare di 155 miliardi di euro per il 2020: 100 miliardi di euro in più rispetto all’indebitamento netto.

Il fatto che i due saldi non coincidano è «fisiologico», come ha spiegato più nel dettaglio il 28 aprile anche l’ex viceministro dell’Economia Enrico Zanetti su Eutekne, un sito di settore specializzato in contabilità. Nelle stime sul saldo netto da finanziare “pesano” infatti, tra le altre cose, anche le garanzie dello Stato per i prestiti che le banche fanno alle imprese durante l’emergenza coronavirus. Lo stesso Zanetti ha sollevato però dei dubbi di tipo tecnico, sul modo in cui sarebbero state conteggiate le risorse messe a garanzia da parte del governo.

È vero, ha sottolineato l’ex viceministro, che normalmente le operazioni finanziarie come le garanzie vengono conteggiate nell’indebitamento netto solo nell’anno in cui lo Stato deve effettivamente metterci i soldi, se il debitore a cui ha fatto da garante non è riuscito a restituire il prestito.

Ma, secondo Zanetti, con il Def lo Stato avrebbe potuto considerare una parte delle garanzie anche nel calcolo dell’indebitamento netto, stimando già ora una parte del numero di possibili inadempienze ed evitare il rischio di far pesare sul deficit futuro tutti gli impegni assunti oggi dallo Stato.

Al di là del dibattito su come conteggiare o meno queste risorse, ecco spiegata la differenza tra i 55 miliardi indicati da Conte, Di Maio e Zingaretti e i 155 miliardi citati da Gualtieri.

Stanno parlando di due cose diverse: i primi parlano dei soldi presi in deficit per finanziare il decreto; il secondo tiene in considerazione anche le garanzie per la liquidità alle imprese.

Per completezza, segnaliamo che secondo le stime del Def, il decreto “Cura Italia” avrà un impatto sul saldo netto da finanziare per il 2020 di circa 25 miliardi di euro (a fronte di un peso sull’indebitamento netto di quasi 20 miliardi di euro: lo scostamento in questo caso era quindi molto minore).

In conclusione

Con l’approvazione del decreto “Rilancio” sono circolate due cifre sul valore complessivo dell’intervento firmato dal Consiglio dei ministri. Conte, Di Maio e Zingaretti hanno scritto che è un decreto da «55 miliardi», mentre secondo Gualtieri stiamo parlando di «155 miliardi».

La differenza è dovuta a quale, tra due diversi indicatori del bilancio dello Stato, si fa riferimento per il 2020.

I 55 miliardi di euro sono l’impatto che avrà il decreto “Rilancio” sull’indebitamento netto (o “deficit”) dello Stato. I 155 miliardi di euro, invece, sono gli effetti sul saldo netto da finanziare, che tiene anche conto di tutti gli impegni assunti dallo Stato in attività finanziarie, come le garanzie ai prestiti per le imprese.

Logo
Logo
Logo
Logo