Pubblicato: giovedì 14 maggio 2020
Photo: Ansa
Come sta funzionando il decreto che rimanda in carcere i “boss”

La scarcerazione di centinaia di criminali condannati per gravi reati – tra cui anche alcuni pericolosi boss mafiosi, che tuttavia rappresentano una minoranza del totaleha suscitato ad aprile polemiche e proteste. Secondo fonti di stampa il direttore del Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap) Francesco Basentini si sarebbe dimesso a inizio maggio soprattutto per questa vicenda. In quell’occasione l’opposizione ha inoltre chiesto le dimissioni del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

Il governo è intervenuto sulla questione di queste scarcerazioni con l’approvazione di un apposito decreto-legge il 9 maggio e, il 13 maggio, è arrivata la notizia del primo rientro in carcere di un condannato per mafia, Antonino Sacco, in precedenza mandato ai domiciliari. Lo stesso giorno alcune fonti di stampa hanno scritto che anche Pasquale Zagaria, boss mafioso del clan dei Casalesi gravemente malato, potrebbe essere portato dai domiciliari in un ospedale (non in carcere quindi) attrezzato a ospitare anche detenuti sottoposti al carcere duro, il cosiddetto 41 bis.

La questione delle scarcerazioni è così nuovamente tornata al centro del dibattito politico, con gli esponenti del M5s che hanno elogiato Bonafede per il suo operato e quelli dell’opposizione che lo hanno attaccato, perché avrebbe dovuto muoversi preventivamente.

Ma che cosa è successo di preciso? E come ha fatto il governo a far tornare in carcere i delinquenti senza violare la Costituzione, che vieta provvedimenti penali retroattivi? Vediamo i dettagli.

Colpa delle nuove norme varate dal governo?

Diciamo subito che le scarcerazioni dei criminali condannati per gravi reati (tra cui anche alcuni boss mafiosi) non sono avvenute per via delle nuove norme varate dal governo, in particolare quelle contenute nel decreto “Cura Italia” del 17 marzo (d.l. 18/2020).

Questo decreto, in particolare all’articolo 123, ha sì previsto che i detenuti possano scontare la pena residua ai domiciliari, se inferiore ai 18 mesi, ma ha escluso da questo beneficio una serie di categorie di criminali, tra cui anche i boss e gli altri criminali di cui si è detto sopra, che sono condannati per reati particolarmente gravi.

Le scarcerazioni al centro delle polemiche sono invece avvenute sulla base della normativa che esisteva anche prima dell’epidemia di coronavirus, che consente ai magistrati, in caso di emergenza sanitaria, di mandare ai domiciliari i condannati e gli indagati, indipendentemente dal reato commesso, se c’è un grave pericolo per la loro salute. La pena, infatti, in base alla Costituzione non può essere inumana (art. 27 cost. co.3) e la salute è un diritto di tutti gli individui (art. 32 cost.), quindi anche dei criminali più efferati.

Quindi, come detto, non è il “Cura Italia” ad aver mandato ai domiciliari i delinquenti su cui si è concentrata la polemica, ma la normativa precedente, che oltretutto rispecchia alcuni principi costituzionali.

Che cosa ha fatto il governo per rimediare a questa situazione

Dopo le polemiche, il governo è intervenuto sulla situazione scarcerazioni con un decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri del 9 maggio.

Il rischio da evitare, in questo caso, era quello di approvare delle norme incostituzionali. Ad esempio contrarie al principio di umanità della pena e al diritto alla salute, oppure che non fossero di carattere penale nella sostanza e che avessero un effetto retroattivo, per rimandare in carcere chi era stato scarcerato. L’irretroattività della legge penale è infatti garantita dalla Costituzione (art. 25 co. 2).

Il decreto (d.l. 10 maggio 2020 n.29) sembra essere riuscito nel suo scopo. Non vengono infatti modificate le norme che hanno a suo tempo consentito di mandare ai domiciliari i criminali in questione, ma viene previsto (art. 2 del decreto) che se questo beneficio è stato concesso per motivi connessi all’emergenza sanitaria da Covid-19, il magistrato che ha adottato il provvedimento rivaluti la questione entro 15 giorni e poi a cadenza mensile.

Se la situazione sanitaria è migliorata (cosa che è avvenuta a livello generale in Italia nelle ultime settimane, rispetto ad aprile, quando furono decise le scarcerazioni), o se è possibile lasciare il detenuto in detenzione ma in strutture adeguate a garantire il suo diritto alla salute e a una pena non inumana (come ad esempio l’ospedale in cui potrebbe essere ricoverato Pasquale Zagaria), allora i domiciliari vengono revocati. Il provvedimento con cui l’autorità giudiziaria revoca la detenzione domiciliare o il differimento della pena è immediatamente esecutivo.

In conclusione

Il decreto del governo del 9 maggio, con cui l’esecutivo è intervenuto sulla questione dell’invio ai domiciliari di una serie di pericolosi criminali durante l’epidemia di coronavirus, ha avuto l’effetto, al 13 maggio, di far riesaminare la situazione di alcuni condannati per mafia che erano stati in precedenza scarcerati per esigenze di tutela della salute.

Per ora si sa che i condannati Antonino Sacco e Pasquale Zagaria dovrebbero, rispettivamente, tornare in carcere e – probabilmente – andare in un ospedale attrezzato alla cura dei detenuti in regime di carcere duro.

L’intervento del governo sembra, almeno al momento, in grado di aggirare i principali problemi di costituzionalità che si ponevano: non vengono infatti intaccate le norme che tutelano i diritti costituzionali alla salute e a un trattamento non inumano dei condannati e degli indagati, che erano state alla base delle scarcerazioni durante l’epidemia, e allo stesso tempo non vengono emesse nuove norme di carattere sostanzialmente penale la cui applicazione retroattiva sarebbe stata incostituzionale.

Il decreto si limita a imporre ai magistrati di riesaminare le scarcerazioni avvenute a causa della pandemia considerando da un lato la mutata situazione sanitaria a livello nazionale, dall’altro l’eventuale presenza di strutture idonee in cui far scontare la pena ai criminali in questione, senza compromettere i loro diritti costituzionali.

Questo però significa anche che, se un domani la situazione in Italia dovesse tornare a peggiorare, o se le strutture idonee si saturassero, i magistrati potrebbero decidere nuovamente l’invio ai domiciliari di questi delinquenti. Le norme utilizzate in passato non sono infatti state cambiate (e un loro cambio non le avrebbe rese applicabili retroattivamente).

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