Pubblicato: martedì 18 febbraio 2020
Photo: Ansa
Finora il governo giallorosso ha rimpatriato quanto Salvini

Il Programma di governo del Conte II ha promesso un cambio di passo rispetto al Contratto di governo tra Lega e Movimento 5 stelle e alla gestione dell’immigrazione dell’ex ministro dell’Interno, impegnandosi per esempio a revisionare i cosiddetti “decreti Sicurezza” voluti da Matteo Salvini. Ad oggi però questa promessa non è ancora stata mantenuta.

In un recente articolo abbiamo analizzato come nei 460 giorni con il leader della Lega al Viminale, i numeri sui rimpatri non siano sostanzialmente cambiati rispetto a chi lo aveva preceduto. Che cosa è successo invece nei primi mesi del governo Conte II? C'è stato un cambiamento oppure tra il governo a trazione Lega e quello con il Partito democratico non ci sono differenze di sostanza per quanto riguarda i rimpatri?

Per rispondere a questa domanda, Pagella Politica ha fatto una richiesta di accesso civico generalizzato con la collaborazione del progetto Foia 4 Journalists di Transparency Italia, capitolo italiano della più grande organizzazione al mondo che si occupa di prevenire e contrastare la corruzione.

Quello che risulta dai documenti che abbiamo ottenuto è che negli ultimi quattro mesi del 2019 la situazione non è sostanzialmente cambiata rispetto ai mesi e gli anni precedenti.

Andiamo a vedere i dettagli.

I numeri sui rimpatri con Lamorgese ministra

Dal 9 settembre 2019 (quattro giorni dopo l’insediamento del nuovo governo) al 31 dicembre 2019, i rimpatri forzati effettuati dall’Italia sono stati in totale 2.461, quasi il 35 per cento sui 7.054 eseguiti in tutto il 2019.

La media quotidiana, su 113 giorni, è di circa 21,8 rimpatri (da questa statistica sono esclusi i rimpatri volontari assistiti, quelli in cui gli stranieri lasciano lo Stato volontariamente, con il supporto di fondi economici speciali).

Quasi 22 rimpatri al giorno sono, o no, un cambio di passo rispetto al passato? Anche se il periodo di tempo preso in considerazione è ancora breve, è comunque possibile fare alcune prime osservazioni su questi dati.

Nei primi 252 giorni del 2019, in cui c’erano al governo Lega e M5s (dal 1° gennaio al 4 settembre 2019, insomma), la media giornaliera dei rimpatri era stata di circa 18,2 (4.593 rimpatri su 252 giorni), un numero più basso di quello registrato nei primi quattro mesi di governo Conte II (21,8). Salvini, nei suoi primi quattro mesi di governo (tra il 6 giugno e il 10 ottobre 2018), ne aveva rimpatriati 1.755: circa 14 al giorno.

Le cose però cambiano se si fa un confronto con i dati degli ultimi quattro mesi del 2018 e del 2017. Due anni fa, dal 9 settembre al 31 dicembre 2018 (sempre con Salvini ministro), i rimpatri forzati dall’Italia erano stati 2.479, con una media giornaliera di oltre 21,9. Tre anni fa, dal 9 settembre al 31 dicembre 2017 (questa volta con Marco Minniti al Viminale), la media era stata di circa 21,8 rimpatri: 2.462 su 113 giorni. Insomma, nel periodo settembre-dicembre degli ultimi tre anni la media giornaliera è rimasta di fatto stabile (Grafico 1).

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Grafico 1. Media giornaliera dei rimpatri forzati, effettuati tra settembre e dicembre nei tre anni 2019, 2018 e 2017 – Fonte: Ministero dell'Interno

Ricapitolando: nei primi quattro mesi di governo Pd-M5s, la media dei rimpatri sembra essere aumentata rispetto agli altri otto mesi del 2019, ma questo aumento “scompare” se si confrontano i dati con lo stesso periodo (settembre-dicembre) dei due anni precedenti.

La questione del “Piano rimpatri sicuri”

Il 5 ottobre 2019 – a un mese esatto dall’insediamento del governo Conte II – l’allora capo politico del M5s e ministero degli Esteri Luigi Di Maio, insieme al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ha presentato il cosiddetto “Piano rimpatri sicuri”. Questo è un decreto del Ministero degli Esteri (firmato in concerto con quelli della Giustizia e degli Interni) che in sostanza ha introdotto delle novità per quanto riguarda il procedimento di esame delle domande d’asilo.

Il decreto in questione – sulla base di quanto previsto dall’articolo 7-bis del primo “decreto Sicurezza” di Salvini – ha infatti indicato una lista di 13 Paesi (Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Senegal, Serbia, Tunisia e Ucraina) considerati “sicuri” dall’Italia. In concreto, chi proviene da questi Stati e fa richiesta di asilo all’Italia deve provare i gravi motivi per cui nel suo caso il suo Paese non debba essere ritenuto “sicuro”. Altrimenti, rispetto a quanto avviene per i Paesi considerati “non sicuri”, la sua domanda può essere considerata inammissibile con tempistiche più brevi.

Nelle intenzioni del nuovo governo e nelle promesse fatte da Di Maio, questo provvedimento (che ha raccolto diverse critiche dalle associazioni umanitarie impegnate nel settore dei diritti pubblici e dell’accoglienza) dovrebbe ridurre i tempi dell’esame delle domande delle persone provenienti da questi 13 Paesi da «due anni» a «quattro mesi» e aumentare i rimpatri forzati.

Anche se è ancora presto per stabilire se effettivamente si siano velocizzate le analisi delle domande, è facile intuire come una modifica del procedimento di esame delle richieste d’asilo (ristretta a 13 Paesi) difficilmente avrà un impatto diretto sul numero dei rimpatri, come ha anche spiegato su Twitter il 4 ottobre 2019 il ricercatore dell’Ispi Matteo Villa, esperto in immigrazione.

«Sul fronte dei rimpatri, designare un Paese come sicuro non cambia nulla», ha scritto Villa. «Se un Paese terzo già collaborava con noi (per esempio la Tunisia), continuerà a farlo. Se un Paese terzo non collaborava (per esempio il Ghana), continuerà a non farlo».

Cioè, smaltire più velocemente le domande di asilo porta a decidere in meno tempo se un migrante debba essere rimpatriato o meno. Ma per l’efficacia dei rimpatri – come abbiamo visto anche nella nostra precedente analisi sul tema, e come vedremo più nel dettaglio tra poco – sono determinanti gli accordi coi Paesi di provenienza, non le tempistiche delle decisioni dal lato italiano.

I dati sui rimpatri successivi all’approvazione del “Piano rimpatri sicuri”, sebbene limitati su tre mesi, mostrano comunque che non c’è stata una variazione con il segno più, anzi.

In base ai dati ottenuti da Pagella Politica con un Foia al Ministero dell’Interno, dal 10 ottobre al 31 dicembre 2019 i rimpatri forzati effettuati su persone provenienti dai 13 Paesi considerati “sicuri” sono stati 1.221. Nello stesso periodo del 2018 (con Salvini ministro) erano stati 1.387, mentre tra ottobre e dicembre 2017 (con Minniti ministro) 1.551. Quindi i numeri dei rimpatri sono addirittura diminuiti adesso rispetto al passato (anche se, lo ribadiamo, il lasso di tempo preso in considerazione è ancora molto breve per trarre conclusioni definitive).

L’88,8 per cento dei 1.221 rimpatri “sicuri” con Pd-M5s è costituito da tre nazionalità: Tunisia (440), Albania (400) e Marocco (244). Sui 2.461 rimpatri forzati totali fatti dal nuovo governo tra settembre e fine dicembre 2019, questi tre Paesi pesano per il 49,6 per cento circa.

Questa percentuale (calcolata solo su quattro mesi) indica un fatto, in linea con quanto registrato anche nei 15 mesi con Salvini (60,8 per cento): i rimpatri funzionano con i Paesi con cui si hanno accordi di riammissione per i migranti (è questo il caso, per esempio, dell’Albania, della Tunisia e del Marocco).

Senza nuove intese di questo tipo, il rischio di velocizzare l’esame delle richieste di asilo, come hanno sottolineato, tra gli altri, Villa e l’associazione A buon diritto, è solo quello di aumentare il tasso di diniego delle protezioni e di conseguenza, il numero degli irregolari.

La situazione sui rimpatri non è cambiata di molto

Grazie allo strumento del Foia e alla collaborazione con Transparency Italia, Pagella Politica ha ottenuto dal Ministero dell’Interno i dati sui rimpatri forzati effettuati nei primi quattro mesi del governo Conte II.

Con Luciana Lamorgese alla guida del Viminale, sono stati effettuati 21,8 rimpatri al giorno (2.461 in totale), una media quotidiana più alta rispetto ai 18,2 registrati nei primi otto mesi del 2019, ma di fatto identica a quelle registrate tra settembre-dicembre 2018 (21,9) e settembre-dicembre 2017 (21,8), quando erano ministro rispettivamente Salvini e Minniti.

Nonostante le promesse del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il cosiddetto “Piano rimpatri sicuri” difficilmente avrà poi un impatto sulle politiche di rimpatrio.

Da un lato, perché va a incidere sul procedimento dell’analisi delle domande di protezione, e non sugli accordi bilaterali con i Paesi che ad oggi non collaborano con l’Italia; dall’altro lato, perché coinvolge Stati (in particolare Tunisia, Albania e Marocco) verso i quali il numero di rimpatri è già in proporzione più alto rispetto alle restanti nazionalità.

In base ai dati dei primi quattro mesi del governo Conte II (un periodo comunque ancora ridotto di tempo), si scopre infine che i rimpatri considerati “sicuri” sono stati più bassi rispetto a quelli verso gli stessi 13 Paesi nello stesso periodo del 2018 e del 2017.

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