Pubblicato: martedì 2 aprile 2019
Parliamo di fact-checking: chi lo fa e perché

Il 2 aprile 2019 si celebra la terza edizione della Giornata internazionale del fact-checking, promossa dall’International fact-checking network (Ifcn) per sensibilizzare sui temi della disinformazione, della propaganda e della correttezza dei fatti.

Noi di Pagella Politica approfittiamo di questa occasione per far conoscere ai lettori un po’ più da vicino il nostro lavoro, il contesto internazionale in cui ci muoviamo, le sfide che siamo chiamati ad affrontare e, infine, perché speriamo di poter contare sulla vostra fiducia.

Lo stato di salute del fact-checking

Oggi il fact-checking se la passa per un certo verso molto bene e dall’altro meno bene. Il motivo principale di ottimismo è che, negli ultimissimi anni, sono nati molti nuovi progetti di verifica dei fatti. La ragione è semplice: anche se sembra più vecchia, “fake news” è un’espressione entrata nei nostri vocabolari solo intorno alla fine del 2016, con il dibattito che si è sviluppato intorno all’elezione di Donald Trump. Visto il crescente interesse per il tema, tra 2016 e 2017 sono nati ben 13 nuovi progetti di fact-checking, un record.

Il censimento del Duke Reporters’ Lab dice che oggi sono attivi 160 progetti di fact-checking in tutto il mondo, dalla Colombia alla Nigeria, dalla Francia alla Corea del Sud. L’ultimo arrivato, Metafact.io, è stato lanciato pochi giorni fa ed è un esempio di fact-checking particolare: si concentra solo sulle questioni legate alla medicina e alla salute e raccoglie il giudizio di decine di esperti qualificati per raggiungere i propri verdetti.

Se però guardiamo più da vicino questo grande fermento, ci sono anche motivi di debolezza del settore. La vasta maggioranza dei progetti di fact-checking è animato più dall’entusiasmo di chi lo ha lanciato che da un concreto sostegno economico. Molti progetti si basano per lo più sul lavoro di volontari, mentre un sondaggio del 2018 tra i progetti di fact-checking ha mostrato che circa due terzi avevano un budget annuale molto ridotto, inferiore a 100 mila dollari l’anno.

Non mancano comunque grandi redazioni tradizionali che hanno deciso di dare spazio al fact-checking e di aprire sezioni apposite.

Negli Stati Uniti, l’esperto giornalista politico Glenn Kessler è oggi il fact-checker del Washington Post, mentre la BBC ha una sezione “Reality Check”. Il Paese europeo dove il modello del fact-checking è entrato con più decisione nelle testate tradizionali è però la Francia, dove hanno sezioni di verifica sia Libération (con l’innovativo progetto CheckNews, basato sulle domande degli utenti) che Le Monde (Les décodeurs) e la grande agenzia di stampa Afp (Factuel).

Ma che cos’è il fact-checking (e cosa no)?

Da anni ormai, le parole “fake news”, “disinformazione” e “bufale” sono sulla bocca di tutti. E di conseguenza anche la pratica del fact-checking – in italiano, letteralmente, “la verifica dei fatti” – è diventata sempre più di moda, una tendenza cavalcata non solo dai quotidiani generalisti e dai programmi di informazione televisiva, ma addirittura dagli stessi partiti politici.

Per fare solo un esempio tra i tanti possibili, di recente un partito - vi lasciamo l’incombenza di scoprire quale - ha pubblicato un articolo sul proprio sito, intitolato “Fact-checking sul governo”, in cui si prende il merito di aver portato a termine 8 provvedimenti su 10 di quelli fatti dall’esecutivo. Come risultato da un nostro articolo di verifica, in realtà, questa dichiarazione è risultata essere fortemente esagerata.

In sostanza, sia i media che i partiti politici stanno prendendo l’abitudine di pubblicare e diffondere contenuti chiamati “fact-checking” – o “verificati” – senza che questi lo siano davvero. Il rischio è che, come per le parole “bufale” e “fake news”, anche il termine “fact-checking” possa diventare troppo generico, svuotato della sua sostanza. I lettori dunque devono essere messi in guardia dall’esistenza di media schierati a favore di una determinata forza politica o di forze politiche che prendono il prestito il termine “fact-checking” per legittimare operazioni, di fatto, propagandistiche.

Per fortuna, i principi di una corretta e imparziale verifica dei fatti restano comunque sempre gli stessi, vanno tenuti bene a mente quando si legge o ascolta un prodotto di fact-checking (o sedicente tale). A settembre 2016, proprio per questo motivo, l’Ifcn ha stilato un Codice di condotta condiviso e firmato da 66 organizzazioni di fact-checking (tra cui noi di Pagella Politica).

I cinque principi base condivisi dai fact-checker di tutto il mondo sono: l’impegno all’imparzialità e alla correttezza; l’impegno alla trasparenza nelle fonti; l’impegno alla trasparenza nei finanziamenti e nell’organizzazione; l’impegno alla trasparenza nella metodologia; e l’impegno a correggere i propri errori in modo aperto e onesto.

Insomma, non è tutto oro quel che luccica. Quando si legge l’etichetta “fact-checking” bisogna sempre essere cauti e vedere chi ha materialmente condotto questa verifica, e come l’ha svolta.

C’è pericolo che il fact-checking sia controproducente?

Ma esiste il pericolo che un fact-checking, invece di fare chiarezza, scateni la reazione opposta?

Da una decina d’anni si parla dell’esistenza di un backfire effect, cioè di un “effetto boomerang” come risultato del fact-checking: uno studio del 2010 ha mostrato infatti come un campione di elettori conservatori americani fosse più convinto della presenza di armi di distruzione di massa in Iraq dopo che erano state mostrate prove della loro effettiva inesistenza. Sei anni più tardi, però, un altro studio ha concluso che l’incidenza di questo backfire effect era in realtà molto limitato.

Ma il fact-checking è quindi inefficace, addirittura controproducente, o no? Perché verificare e correggere le informazioni false o fuorvianti se questo processo rischia di rafforzare convinzioni sbagliate?

Per rispondere a queste domande, Full Fact, un’organizzazione di fact-checking indipendente britannica, ha pubblicato un rapporto lo scorso 20 marzo in cui ha analizzato i sette maggiori studi sul backfire effect, pubblicati tra il 2010 e il 2019. Le conclusioni a cui Full Fact giunge sono che questo effetto boomerang è molto raro, non è la norma, e in generale che il fact-checking è davvero utile per informare le persone. Più nello specifico: mentre eccezionalmente si può verificare un backfire effect, la regola è che il fact-checking aiuti a rendere le persone più consapevoli sulle specifiche questioni trattate.

Perché fidarsi dei fact-checker: un esempio concreto

Infine - e con un pizzico di immodestia - vi raccontiamo un esempio del perché pensiamo di meritarci la vostra fiducia.

Per molti mesi esponenti della maggioranza e del governo, in particolare Luigi Di Maio, hanno ripetuto in diverse occasioni che il reddito di cittadinanza sarebbe andato solo ai cittadini italiani.

Noi abbiamo verificato quelle parole e abbiamo dimostrato come l’esclusione degli stranieri, comunitari o extracomunitari, avrebbe con ogni probabilità reso la misura illegittima e quasi certamente incostituzionale. Siamo stati attaccati sui social con l’accusa di avere pregiudizi e di non capire l’ovvio, per cui il reddito “di cittadinanza” è palese che debba andare solo “ai cittadini”.

Ma, come avevamo peraltro già spiegato, quello che è stato chiamato “reddito di cittadinanza” non è un reddito di cittadinanza e, al di là di questo, i problemi giuridici da noi segnalati restavano intatti.

Quando finalmente il governo ha approvato il decreto legge che conteneva il reddito di cittadinanza, è arrivata la dimostrazione che non eravamo noi a mentire: la misura è stata estesa anche agli stranieri regolarmente residenti (peraltro in un modo che lascia in vita il rischio di possibili profili di incostituzionalità).

Raccontiamo questo episodio non tanto per il gusto di aver avuto, alla prova dei fatti, ragione, quanto per chiedere ai lettori di qualsiasi sensibilità politica di avere più fiducia nel nostro lavoro. Siamo indipendenti e professionali, la nostra credibilità sta solo nel fare bene il nostro lavoro e non dobbiamo farci eleggere da nessuno. Con le nostre analisi non vogliamo cambiare le opinioni politiche dei lettori, ma solo riportare al centro del dibattito politico i fatti, le informazioni corrette, insomma la verità.

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