Pubblicato: martedì 29 gennaio 2019
Cinque domande e risposte sul rapporto tra franco Cfa e immigrazione

Questo articolo è la seconda parte di uno speciale di Pagella Politica dedicato al franco Cfa. Leggi qui la prima parte: “Dieci domande e risposte per capire il franco Cfa”.

Dal 20 gennaio, politici italiani di diversi schieramenti – tra cui Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio e Giorgia Meloni – hanno accusato la Francia di condurre ancora «politiche coloniali» in Africa.

L’elemento al centro del dibattito è il franco Cfa, una valuta utilizzata in 14 Paesi dell’Africa occidentale e centrale, il cui valore è “fissato” a quello dell’euro ed è garantito dal Tesoro francese. Secondo il ragionamento degli esponenti del Movimento 5 stelle e della leader di Fratelli d’Italia, questa moneta starebbe impoverendo gli Stati coinvolti, frenandone lo sviluppo economico e incentivando gli abitanti a fuggire in Europa.

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Abbiamo spiegato gli aspetti economici della questione nella prima parte del nostro speciale dedicato al franco Cfa. Ci concentriamo ora sul tema dell’immigrazione. È vero che le migrazioni africane sono causate da questa valuta?

Che cosa ci dicono i numeri sugli arrivi?

Trovare una correlazione tra l’adozione di una moneta da parte di un Paese e i suoi fenomeni migratori è complicato: i fattori in gioco (economici e sociali) sono molti, e legati tra loro in rapporti complessi. È però possibile analizzare qualche ipotesi.

Un punto di partenza, per esempio, sono le statistiche ufficiali sui migranti arrivati dal Mediterraneo negli ultimi tre anni. Secondo i dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), in quest’area, dal 2015 al 2018, circa 674 mila migranti hanno raggiunto i confini europei.

Nel 2015, tra le prime sette nazionalità (unico dato disponibile) dell’oltre un milione di arrivi totali, nessuna rappresentava un Paese che utilizza il franco Cfa. Al primo posto infatti c’era la Siria, seguita da Afghanistan, Iraq, Eritrea, Nigeria, Pakistan e Somalia.

Nel 2016, gli arrivi sono stati 362.753, circa un terzo rispetto all’anno prima. Tra le dieci nazionalità più rappresentate, c’erano la Siria (81.949, ossia il 23 per cento sul totale), l’Afghanistan (42.262, il 12 per cento), la Nigeria (37.747, il 10 per cento), l’Iraq (27.593, l’8 per cento), l’Eritrea (21.253, 8 per cento), la Guinea (14.250, il 4 per cento), la Costa d’Avorio (13.943, il 4 per cento), il Gambia (12,792, il 4 per cento), il Pakistan (11.566, il 3 per cento) e il Senegal (10.359, il 3 per cento)

In questo caso, Costa d’Avorio e Senegal (il 7 per cento tra le prime dieci posizioni) hanno come moneta il franco Cfa. La Guinea no, perché si tratta qui di un Paese diverso rispetto a Guinea-Bissau e Guinea Equatoriale, entrambe con il sistema a cambio fisso legato all’euro.

Nel 2017, sono arrivati in Europa dal Mediterraneo 172.301 migranti. Anche in questo caso, tra le prime dieci posizioni dei Paesi di origine, c’erano solo due Stati con il franco Cfa: la Costa d’Avorio (al quarto posto con 12.100 arrivi) e il Mali (al decimo posto con 7.300 arrivi). In cima alla classifica c’era la Nigeria (18.200), la Siria (17.500), la Guinea (12.100), il Marocco (10.200), il Bangladesh (9.000), il Gambia (7.600), l’Iraq (7.500) e l’Eritrea (7.200).

Al 31 dicembre 2018 sempre Costa d’Avorio (6.055, il 5,3 per cento sul totale) e Mali (10.347, il 9,1 per cento) compaiono tra le nazionalità più rappresentate nei 138.882 arrivi. Al 31 dicembre scorso, al primo posto troviamo la Guinea (13.068, l’11,5 per cento), il Marocco (12.747, l’11,2 per cento), la Siria (10.207, il 9 per cento), l’Afghanistan (9.007, il 7,9 per cento), l’Iraq (7.599, il 6,7 per cento), l’Algeria (6.198, il 5,4 per cento) e la Tunisia (5.725, il 5 per cento).

Negli ultimi quattro anni, quindi, i dati mostrano che sul totale dei migranti arrivati una bassa percentuale proviene da Paesi che utilizzano il franco Cfa. Ma bastano questi numeri per smentire una correlazione tra valuta e migrazioni?

E se guardiamo a tutte le nazionalità del 2018?

Come abbiamo visto, i dati analizzati fanno riferimento alle nazionalità più rappresentate dai migranti arrivati in Europa negli ultimi quattro anni. Che cosa cambia se prendiamo in considerazione tutte le nazionalità coinvolte?

I dati Unhcr disponibili per questa categoria (scaricabilli qui) sono relativi solo al 2018, ma sono ancora parziali e non definitivi. L’anno scorso, le nazionalità rappresentate dai migranti arrivati dal Mediterraneo sono state 38.

Oltre ai già citati Mali e Costa d’Avorio, ci sono stati arrivi anche dal Senegal (2.272), dal Camerun (1.658), il Burkina Faso (566), la Sierra Leone (554), la Guinea-Bissau (381), il Congo (225) e il Togo (133). Se sommati con i dati degli altri due Paesi citati prima, queste statistiche ci dicono che nel 2018 circa il 16 per cento dei migranti arrivati proveniva da uno Stato con il franco Cfa.

Qual è la situazione in Italia?

Un’obiezione a questa analisi è che non tiene conto delle tre diverse rotte dei migranti, quella nel Mediterraneo orientale (verso la Spagna), centrale (verso l’Italia) e orientale (verso la Grecia).

Se consideriamo le nazionalità degli arrivi del 2018 in Spagna, si scopre che il 32,8 per cento proviene da Paesi africani con il franco Cfa (con in testa il Mali, con 9.471 migranti, il 16,1 per cento del totale).

E per l’Italia? L’Unhcr ci ha fornito i dati di tutte le nazionalità per gli arrivi relativi al 2018 e agli anni precedenti. Se guardiamo alle nazionalità dell’anno scorso, oltre il 13 per cento proveniva dai Paesi in questione – 20 punti in percentuale in meno rispetto alla Spagna.

Ci sono altre obiezioni?

Analisi come queste restano comunque parziali e non danno una risposta definitiva alla domanda di partenza.

Per esempio, potrebbe essere che in percentuale arrivano pochi migranti da Stati con il franco Cfa, ma in un numero comunque notevole rispetto alla popolazione dei Paesi di origine.

Prendiamo il Mali, che ha una popolazione circa 18,5 milioni di abitanti. Nel 2018, sono arrivati in Europa dal Mediterraneo 10.347 maliani, ossia lo 0,05 per cento sul numero totale degli abitanti. Una percentuale molto bassa, ma comunque più alta dello 0,02 per cento del Senegal (circa 6 mila arrivi su una popolazione totale di 24,3 milioni di abitanti).

In più, un’altra caratteristica che non viene considerata nei numeri finora citati è la differenza economica dei Paesi coinvolti. È vero che 14 Stati (divisi in due comunità) utilizzano il franco Cfa, ma sono molto diversi tra loro sul piano socio-economico.

Come mostra ad esempio il report 2018 Africa’s Pulse della Banca mondiale, Paesi come Costa d’Avorio, Senegal e Mali hanno economie in forte crescita e miglioramento, mentre Paesi come Ciad e Sierra Leone mostrano dati macroeconomici poco incoraggianti.

Perché gli africani migrano?

Quest’ultima osservazione ci porta al cuore della questione: trovare una correlazione tra l’adozione di una moneta da parte di un Paese e i suoi fenomeni migratori non solo è complicato – come abbiamo visto – ma è al tempo stesso riduttivo.

«La migrazione è un fenomeno complesso e sfaccettato», spiega Paolo Magri, direttore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), nella pubblicazione Out of Africa: Why people migrate. «Capire perché gli africani migrano richiede un’analisi attenta e oggettiva delle complesse dinamiche migratorie, unite a prospettive di breve e lungo termine».

La violenza politica, le guerre e la discriminazione, tra le varie cose, sono tutti fattori che spingono gli africani a fuggire dai loro Paesi di origine. Non si può ridurre questo fenomeno a un solo elemento, una moneta in questo caso: non è vero che il sistema economico e la povertà da esso generata sono gli unici fattori rilevanti.

Per esempio, studi mostrano che a partire non sono i più poveri, ma soprattutto le classi medie dei Paesi emergenti. Se il livello di ricchezza media della popolazione in uno Stato cresce (come sta accadendo per Paesi come Costa d’Avorio e Senegal), di conseguenza aumenta anche il numero dei membri delle classi medie in grado di cercare fortuna in Europa.

Solo quando il Pil pro capite di un Paese raggiunge una determinata soglia – stimata da alcuni studi tra gli 8 mila e i 10 mila dollari (tra i 6.800 euro e gli 8.500 euro) – il tasso di emigrazione riprende a diminuire.

Anche l’istruzione è un elemento causale centrale. Per esempio, in Senegal (Paese che utilizza il franco Cfa), un senegalese «istruito è sei volte più probabile che migri rispetto a un suo concittadino che non è mai andato a scuola», spiega Marie-Laurence Flahaux, una ricercatrice dell’International Migration Institute Network.

Inoltre, come avviene per la maggior parte dei Paesi africani, la migrazione degli abitanti di questo continente è interna, soprattutto per i 14 Stati che utilizzano il franco Cfa. Questo vuol dire che i migranti dell’Africa occidentale e centrale tendono a spostarsi nei Paesi limitrofi a quello di origine, piuttosto che andare in Europa.

Come mostra un rapporto del 2018 del Pew Research Center, dal 2010 al 2017 nessun Paese con il franco Cfa è tra quelli dove i fenomeni migratori sono aumentati di più. Fa eccezione la Repubblica Centrafricana, dove è in corso una guerra civile.

Dopo la Siria, che ha visto negli ultimi 8 anni un aumento del 536 per cento di migranti, ci sono infatti il Sud Sudan, la Repubblica Centrafricana, Sao Tome e Principe, Eritrea, Namibia, Rwanda, Botswana, Sudan e Burundi. Tutti Paesi dell’Africa sub-sahariana.

In conclusione

È vero quindi che il franco Cfa incentiva l’immigrazione verso l’Europa, impoverendo gli Stati africani che lo utilizzano? Come abbiamo visto, questa domanda è mal posta: da un lato, è complicato trovare una risposta cercando correlazioni tra i dati a disposizione; dall’altro, ridurre il fenomeno della migrazione a un rapporto di causa-effetto tra una valuta e il sistema economico di un Paese è estremamente riduttivo.

In ogni caso, alcuni elementi ci permettono di trarre un paio di conclusioni.

I migranti che arrivano con più frequenza dai Paesi con il franco Cfa non sono i più poveri, e per di più non provengono dagli Stati dove l'economia è messa peggio. La Costa d’Avorio, per esempio, negli ultimi anni ha vissuto un periodo di forte crescita economica.

Inoltre, non è vero che “vengono tutti in Europa”: i flussi migratori nell’Africa centrale e occidentale – dove è utilizzato il franco Cfa – avvengono per lo più tra i Paesi limitrofi, proprio per l’esistenza di comunità economiche simili che favoriscono l’inserimento nel mondo del lavoro anche in Stati diversi da quello di origine.

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