Pubblicato: mercoledì 22 dicembre 2021
Photo: Ansa
Il centrodestra è davvero in vantaggio per l’elezione del presidente della Repubblica?

Aggiornamento (14 gennaio 2022, ore 13.30): il 12 gennaio il senatore Adriano Cairo, eletto nella circoscrizione del Sudamerica e decaduto per brogli elettorali, è stato sostituito ufficialmente dal senatore Fabio Porta (Pd).

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Da alcune settimane l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, prevista per fine gennaio 2022, occupa un ruolo di primo piano nel dibattito politico italiano. Sui giornali e sui social diversi parlamentari e leader di partito hanno infatti iniziato a rilasciare dichiarazioni sul tema, in particolare sui numeri dei possibili schieramenti in Parlamento.

Per esempio il 19 dicembre, in un’intervista con La Nazione, il leader di Italia viva Matteo Renzi ha dichiarato che ad oggi il centrodestra, sebbene non abbia «né una strategia né il candidato» per il sostituto di Sergio Mattarella, ha comunque più voti di quanti poteva disporre il suo Partito democratico nelle scorse elezioni del presidente della Repubblica del 2015.

È vero: secondo le elaborazioni di Pagella Politica, se tutti i partiti di destra e centrodestra unissero le forze, potrebbero al momento contare su almeno 450 voti, sei in più di quanti ne aveva da solo il Pd nel 2015. È però anche vero che se Pd, Movimento 5 stelle, Liberi e uguali e Italia viva votassero compatti, insieme agli altri parlamentari dell’area di centrosinistra, potrebbero al momento contare su dieci voti in più di quelli del centrodestra.

Entrambi i due schieramenti sarebbero comunque lontani dalla soglia per eleggere, per così dire “da soli”, il nuovo capo dello Stato, fissata a 505 voti dal quarto scrutinio in poi.

Al di là della dichiarazione di Renzi (su cui torneremo più avanti) vediamo più nel dettaglio i numeri in campo, partendo da un breve ripasso delle regole.

Come funziona l’elezione del capo dello Stato

Come prevede la Costituzione, in Italia il presidente della Repubblica è eletto ogni sette anni dai cosiddetti “grandi elettori”, che comprendono tutti i deputati e i senatori, più 58 delegati regionali, ossia tre delegati per regione (il Trentino-Alto Adige vale come una sola regione), fatta eccezione per la Val d’Aosta che ne ha uno solo. I delegati regionali sono eletti dai vari consigli regionali in modo da rispettare la loro composizione politica: dei tre delegati per regione, dunque, due rappresentano i partiti di maggioranza in quella regione e uno quelli di opposizione.

Al 22 dicembre i parlamentari sono ufficialmente 949: 629 deputati e 320 senatori, considerando gli attuali sei senatori a vita. Al momento alla Camera risulta vacante un seggio, dopo la nomina a sindaco di Roma di Roberto Gualtieri. Il suo sostituto, che porterà il numero dei deputati a 630, sarà eletto il prossimo 16 gennaio, dunque prima dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Il 2 dicembre Tilde Nasi è stata invece nominata senatrice al posto di Paolo Saviane, deceduto lo scorso agosto, ma lo stesso giorno il senatore Adriano Cario, eletto nella circoscrizione del Sudamerica, è decaduto dall’incarico per brogli elettorali. Al 21 dicembre Cario non è stato ancora sostituito, ma potrebbe esserlo nei prossimi giorni con un voto di Palazzo Madama.

Ricapitolando: per le prossime elezioni presidenziali, salvo sorprese, i “grandi elettori” saranno in totale 1.009 (1.007 se Gualtieri e Cario non saranno sostituiti in tempo).

L’elezione avviene per scrutinio segreto, a maggioranza di due terzi dei votanti nei primi tre scrutini. Dal quarto scrutinio in poi è invece sufficiente raggiungere la maggioranza assoluta, ossia la metà più uno dei membri dell’assemblea. Per intenderci, al primo scrutinio servirebbero almeno 673 voti, mentre dal terzo in poi 505.

Numeri alla mano, quale schieramento può contare su più voti? I calcoli variano molto a seconda delle ipotetiche alleanze.

Quali sono i numeri oggi

In Parlamento

In base all’attuale composizione dei gruppi alla Camera e al Senato, e se rimanesse compatto, il centrodestra potrebbe contare su almeno 418 parlamentari: 197 della Lega (133 deputati e 64 senatori), 129 di Forza Italia (79 deputati e 50 senatori), 58 di Fratelli d’Italia (37 deputati e 21 senatori), 29 di Coraggio Italia (22 deputati e sette senatori) e cinque deputati di Noi con l’Italia.

Per contro, il centrosinistra potrebbe fare affidamento su numero più variabile di parlamentari, a seconda dei partiti presi in considerazione. I parlamentari del Pd sono 132 (94 deputati e 38 senatori) e quelli di Liberi e uguali 18 (12 deputati e sei senatori), a cui vanno aggiunti i sei deputati del Centro democratico. Stiamo parlando di un totale minimo di 156 parlamentari, che aumentano a 203 se si aggiungono anche i 42 parlamentari di Italia viva (27 deputati e 15 senatori) e i cinque di Azione-Più Europa (tre deputati e due senatori). Lo schieramento di centrosinistra sale poi fino ad almeno 436 parlamentari, superando così i 418 del centrodestra, se si considerano anche i 233 parlamentari del Movimento 5 stelle (159 deputati e 74 senatori).

Fuori dai conteggi rimangono comunque 91 parlamentari (più i sei senatori a vita) che comprendono diversi esponenti del gruppo Misto non iscritti a nessun partito o iscritti a partiti politici minori, come Potere al popolo (un senatore) e Italexit di Gianluigi Paragone (due senatori). Molto probabilmente saranno proprio questo centinaio scarso di parlamentari a essere l’ago della bilancia al voto. E un contributo decisivo potrebbe arrivare anche dai rappresentanti delle regioni.

Nelle regioni

Ad oggi non sono ancora stati ufficializzati i nomi dei 58 delegati regionali che a inizio 2022 voteranno il sostituto di Mattarella. È comunque possibile fare una previsione, da prendere con la dovuta cautela.

Il centrodestra dovrebbe avere almeno 32 delegati in totale. Di questi, 26 vengono dalle 13 regioni in cui governa, cinque dalle regioni in cui è all’opposizione e almeno uno dal Trentino-Alto Adige, che conta come unica regione. Qui però c’è un margine di incertezza: la Lega è infatti al governo sia nella provincia autonoma di Trento (dove esprime il presidente) sia in quella di Bolzano, dove però governa con gli autonomisti del Südtiroler Volkspartei (Svp), che molto probabilmente avranno un delegato regionale (come successo nel 2015).

Non è ancora chiaro come considerare proprio questo delegato dell’Svp: storicamente il partito è collocabile nel centro o centrosinistra, anche se negli ultimi anni si è alleato con la Lega nel governo della provincia e con Forza Italia alle elezioni europee del 2019.

Al centrosinistra “allargato”, considerando anche il M5s, dovrebbero dunque andare gli altri 25 delegati regionali: dieci dalle cinque regioni dove governa, quattordici dove è all’opposizione, più l’unico delegato della Val d’Aosta, governata dall’Union Valdotaine in una coalizione di centrosinistra.

Tiriamo le somme

Con il contributo dei delegati regionali, il centrodestra potrebbe arrivare a contare 450 “grandi elettori” (418 parlamentari più 32 delegati regionali), mentre il centrosinistra 461 (436 parlamentari più 25 delegati regionali), considerando Iv e M5s.

Entrambi questi numeri non bastano per raggiungere sia la soglia della maggioranza dei due terzi (673 voti) sia la maggioranza assoluta (505 voti).

Ma se Italia viva non dovesse votare con il centrosinistra, i suoi 42 voti potrebbero far aumentare a 492 i “grandi elettori” del centrodestra, a soli 13 voti dalla soglia valida dal quarto scrutinio in poi.

Che cosa è successo nel 2015

Tornando alla dichiarazione di Renzi, come abbiamo anticipato è vero che i 450 parlamentari del centrodestra sono di più di quelli che aveva a disposizione il Partito democratico sette anni fa, il partito di maggioranza nella scorsa legislatura.

A gennaio 2015, quando si stava avvicinando l’elezione del successore di Giorgio Napolitano al Quirinale, il Partito democratico poteva contare su 307 deputati e 108 senatori: 415 parlamentari in tutto, tre in meno rispetto a quelli su cui può attualmente contare il centrodestra. Con i 30 delegati regionali all’epoca tra le sue fila, i voti del Pd salivano ad almeno 445, sei in meno di quelli attualmente stimati del centrodestra.

Il 31 gennaio 2015 Mattarella è stato eletto presidente al quarto scrutinio, con 665 voti sui 995 “grandi elettori” presenti effettivamente quel giorno in aula (160 voti in più rispetto alla soglia della maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea, fissata anche allora a 505).

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