Pubblicato: giovedì 28 ottobre 2021
Photo: Ansa
​Il ddl Zan è davvero morto?

Il 27 ottobre il Senato ha votato la richiesta di “non passare all’esame degli articoli” (chiamata anche “tagliola”) del disegno di legge contro l’omotransfobia, noto come “ddl Zan”, proposta da Lega e Fratelli d’Italia.

Con voto segreto, il Senato ha approvato la proposta del centrodestra con 154 voti favorevoli, 131 contrari e 2 astenuti. Secondo il senatore leghista Roberto Calderoli, autore insieme al senatore di Fratelli d’Italia Ignazio La Russa della richiesta di non analizzare gli articoli, la votazione del 27 ottobre «affossa definitivamente il ddl Zan».

Il segretario del Partito democratico Enrico Letta ha ammesso la sconfitta – «Hanno voluto fermare il futuro. Hanno voluto riportare l’Italia indietro. Sì, oggi hanno vinto loro e i loro inguacchi, al Senato» – ma, allo stesso tempo, ha prospettato un futuro diverso: «il Paese è da un’altra parte. E presto si vedrà». Il riferimento, più che a una nuova edizione del ddl Zan in questa legislatura, possibilità di cui parleremo tra poco, sembra essere alle prossime elezioni politiche.

Ma con questo voto che fine farà il ddl Zan? Abbiamo fatto il punto della situazione.

Che cosa è successo al Senato

A quasi un anno di distanza dall’approvazione alla Camera, il 27 ottobre il ddl Zan è tornato al Senato per la discussione generale e la votazione di due richieste di non esaminare gli articoli promosse da Lega e Fdi. Se approvata, questo tipo di richiesta – prevista dall’articolo 96 del regolamento del Senato – permette all’Aula di non esaminare gli emendamenti agli articoli di un disegno di legge, un passaggio necessario per il prosieguo dell’iter parlamentare di un provvedimento.

Oltre alla richiesta di non passaggio, il centrodestra ha ottenuto dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati (Forza Italia) che la votazione venisse effettuata tramite voto segreto. Calderoli ha illustrato le proposte del centrodestra in Aula, dichiarando che la richiesta di non passaggio «non è un voto truffa o una trappola, ma un istituto previsto dal regolamento», presentata perché «questa non è una discussione, è una rissa non politica, non di contenuti, ma ideologica tra chi era a favore del disegno di legge Zan a tutti i costi e chi non lo voleva».

In particolare, Lega, Fdi e Fi erano interessati a modificare gli articoli 1, 4 e 7 del testo, eliminando la definizione di “identità di genere”, togliendo le limitazioni alla salvaguardia delle idee e abolendo l’istituzione della Giornata nazionale contro l'omotransfobia da celebrare nelle scuole il 17 maggio. Nei giorni scorsi c’erano stati dei contatti tra una delegazione Pd guidata dallo stesso Zan e alcuni esponenti del centrodestra, per trovare una mediazione, ma senza esito.

In ogni caso, alla richiesta di voto segreto si sono opposti il senatore del Pd Luigi Zanda e la senatrice di Leu Loredana De Petris, secondo cui questa tipologia di voto è prevista dal regolamento del Senato per le votazioni «di merito», ossia «su norme che richiedono nel merito una speciale protezione della libera volontà del parlamentare», non per le votazioni «procedurali», come nel caso della richiesta di non passaggio agli articoli.

La presidente Casellati ha risposto citando alcuni precedenti di votazioni simili fatte a scrutinio segreto, affermando inoltre che «la decisione, per quanto sia legittimo contestare trattandosi di interpretazione, ha solidi fondamenti di carattere giuridico».

Il motivo per cui i senatori Pd e Leu erano contrari al voto segreto era la possibile presenza, all’interno delle file del centrosinistra, dei cosiddetti “franchi tiratori”, ossia parlamentari che votano in contrasto con le indicazioni del proprio partito. Il 13 luglio era stata votata, a scrutinio palese, una proposta di sospensione della legge da parte del centrodestra, bocciata per un solo voto (136 senatori contrari, 135 favorevoli): con una maggioranza così debole anche pochi voti “ribelli” potevano determinare l’esito della votazione e quindi della proposta di legge.

Così è stato, infatti: con 154 voti favorevoli, 131 contrari e due astenuti il Senato ha approvato la cosiddetta “tagliola”, bloccando la discussione della legge. Subito è iniziata la conta dei numeri per individuare i franchi tiratori.

Alessandro Zan, deputato del Partito democratico e relatore della legge, ha accusato del risultato negativo «chi per mesi, dopo l’approvazione alla Camera, ha seguito le sirene sovraniste che volevano affossare la legge», affermando inoltre che «le responsabilità sono chiare». Con tutta probabilità Zan si riferiva a Iv e al suo leader Matteo Renzi, da tempo favorevole alla trattativa con il centrodestra per modificare il testo di legge. Più esplicite le critiche del M5s: il deputato Riccardo Olgiati ad esempio ha commentato la giornata del 27 ottobre definendo «la lotta all'odio ostaggio di un centrodestra retrogrado (e del solito Renzi)».

Secondo la senatrice di Italia viva Teresa Bellanova invece ad affossare la legge sono stati i franchi tiratori, che sarebbero «23, tra le fila di Pd, M5s e Leu». Per alcuni commentatori i senatori “ribelli sono stati una trentina. Criticati anche i senatori del centrosinistra assenti allo scrutinio, tra cui lo stesso Renzi, non presente in aula perché, stando a quanto riportato da fonti stampa, impegnato in un viaggio in Arabia Saudita. Tra gli assenti anche la senatrice del Gruppo Misto Lello Ciampolillo e Bianca Laura Granato, favorevoli al ddl Zan ma non ammessi in Aula perché sprovvisti della certificazione verde.

Gli scenari futuri per il ddl Zan

Dopo l’approvazione della richiesta di non passaggio agli articoli, la seduta al Senato è stata sospesa fino al termine della conferenza dei capigruppo, ma il destino del ddl Zan sembra essere segnato. La procedura di non voto agli articoli infatti blocca in definitiva la discussione sugli articoli di una legge, impedendone la discussione e il proseguimento dell’iter parlamentare.

Si potrà presentare in Commissione un nuovo testo di legge del tutto simile al ddl Zan ma, secondo l’articolo 76 del regolamento del Senato, un disegno di legge che «riproduce sostanzialmente il contenuto di disegni di legge precedentemente respinti» non può essere messo in calendario prima che siano trascorsi «sei mesi dalla data data di bocciatura».

Sulla carta dunque le forze politiche potranno presentare un nuovo testo trascorso il periodo di tempo previsto dal regolamento (quindi, indicativamente, ad aprile 2022), ma è poco probabile – per quanto non impossibile – che in questa legislatura ci siano i tempi necessari per occuparsi nuovamente di una legge contro l’omotransfobia.

Ad aprile del prossimo anno mancherà circa un anno alle successive elezioni politiche del 2023. È difficile ipotizzare che nella conflittualità tra forze politiche, che si può prevedere andrà in crescendo con l’avvicinarsi delle urne, si possa trovare una nuova intesa su un argomento tanto delicato.

In conclusione

Il 27 ottobre è stata approvata in Senato una richiesta di “non passare all’esame degli articoli” per il disegno di legge contro l’omotransfobia conosciuto come “ddl Zan”, che ha di fatto bloccato definitivamente l’iter parlamentare della legge.

La richiesta di votazione è stata effettuata da Lega e Fratelli d’Italia dopo il fallimento delle trattative circa la modifica di alcuni articoli del testo di legge (in particolare gli articoli 1,4 e 7) proposta il 25 ottobre dal segretario Pd Enrico Letta.

La votazione, avvenuta – nonostante le polemiche – a scrutinio segreto, ha registrato 154 voti favorevoli, 131 contrari e due astenuti. Tra le fila del centrosinistra sono stati registrati numerosi “franchi tiratori” (secondo i primi calcoli sono una ventina) che hanno votato a favore della “tagliola” sul ddl Zan.

Il regolamento del Senato prevede che dopo il respingimento di un testo di legge debbano passare almeno sei mesi prima che ne venga proposto in Commissione uno dal contenuto simile. Indicativamente, un nuovo disegno di legge contro l’omotransfobia potrebbe essere presentato ad aprile 2022, ma la vicinanza con la scadenza della legislatura rende poco probabile un’intesa tra le varie forze politiche su un tema così divisivo.

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