Pubblicato: martedì 5 ottobre 2021
Photo: Ansa
Elezioni comunali: il fact-checking dei leader di partito

Il 3 e il 4 ottobre si è votato per i sindaci in oltre mille comuni italiani, tra cui sei capoluoghi di regione, come Milano e Roma. Ci sono state anche le elezioni regionali in Calabria, dove il deputato di Forza Italia Roberto Occhiuto è stato eletto governatore con il 54,4 per cento delle preferenze, e si è votato per due seggi vacanti alla Camera, vinti entrambi dal Partito democratico, con Enrico Letta a Siena (49,9 per cento dei voti) e Andrea Casu a Roma Primavalle (43,5 per cento dei voti).

Per quanto riguarda le elezioni comunali, abbiamo verificato una dichiarazione a testa dei leader dei sei principali partiti del Parlamento (più Carlo Calenda di Azione), dai dati dell’affluenza al confronto con cinque anni fa, passando per i risultati delle varie coalizioni. C’è chi è stato più preciso, chi ha esagerato con l’ottimismo, e chi ha commesso errori.

In quante città ha vinto il centrosinistra

«Si votava tra le grandi città in sei capoluoghi di regione, che erano cinque in mano al centrosinistra nel suo complesso e uno in mano al centrodestra. Oggi abbiamo tre di queste città confermate al centrosinistra e tre che stanno al ballottaggio» (min. 3:48) – Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia)

Nella sua lettura del voto nei sei capoluoghi di regione, Meloni sembra dare un’interpretazione piuttosto ampia di “centrosinistra”, mettendo insieme Movimento 5 stelle e Partito democratico, che alle scorse elezioni sono andati divisi in tutte le città e che a queste elezioni si sono alleati soltanto in alcuni comuni.

Prima delle elezioni, in due città governavano esponenti del M5s: Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Torino. Due città, Bologna e Milano, erano in mano al centrosinistra, con Virginio Merola del Pd e Beppe Sala, sostenuto dal partito, anche se non iscritto dal Pd. Trieste era in mano al centrodestra, con Roberto Dipiazza di Forza Italia, mentre Napoli era governata da un candidato indipendente, Luigi de Magistris (con idee non facilmente collocabili sull’asse centrosinistra-centrodestra), che aveva sconfitto in due tornate elettorali, quelle del 2011 e del 2016, sia i candidati di centrodestra che di centrosinistra del Pd.

Ricapitolando: all’alba del voto, su sei capoluoghi di regione, due erano del Movimento 5 stelle, uno del centrodestra, due del Pd e uno di un candidato indipendente. Uno scenario più articolato di quello descritto da Meloni. Che cosa è cambiato con il voto?

In base ai dati del Ministero dell’Interno (aggiornati alle ore 9 del 5 ottobre), a Milano Beppe Sala è stato riconfermato sindaco, con il 57,7 per cento dei voti. Matteo Lepore (Pd, appoggiato dal M5s e Italia viva) ha vinto al primo turno a Bologna, con il 61,9 per cento delle preferenze, così come Gaetano Manfredi (indipendente di centrosinitra, appoggiato da Pd e M5s) ha trionfato a Napoli, con il 62,9 per cento dei voti.

Le altre tre città andranno al ballottaggio. Il 17-18 ottobre a Roma si sfideranno Enrico Michetti (centrodestra, 30,1 per cento dei voti) con Roberto Gualtieri (centrosinistra, 27,3 per cento); a Trieste Roberto Dipiazza (centrodestra, 46,9 per cento) con Roberto Russo (centrosinistra, 31,6 per cento); e a Torino Stefano Lo Russo (centrosinistra, 43,9 per cento) e Marco Damilano (centrodestra, 38,9 per cento).

Ricapitolando: dopo il primo turno, tre città sono già assicurate al centrosinistra (due di quelle lo erano già prima), mentre altre tre vanno al secondo turno. In due è in vantaggio il centrodestra, in una il centrosinistra (Grafico 1).

Che cosa era successo alle scorse elezioni

«Nel 2016 al primo turno non fummo in grado di vincere nessuna città al primo turno» – Enrico Letta (Partito democratico)

In un’intervista a La Repubblica Letta riporta un dato corretto: mentre oggi il Pd si è assicurato tre città già al primo turno, cinque anni fa era andato al ballottaggio in cinque città su sei, senza confermarsi in nessuna al primo turno.

Nel 2016 al primo turno a Torino Piero Fassino (Pd) prese il 41,8 per cento dei voti – a circa 8 punti percentuali dalla soglia del 50 per cento, che gli avrebbe consentito la vittoria – per poi essere sconfitto al ballottaggio da Appendino. A Milano Sala prese il 41,7 per cento delle preferenze, poco sopra al candidato del centrodestra Stefano Parisi, fermo al 40,7 per cento. A Bologna Merola prese il 39,4 per cento dei voti, mentre a Napoli la candidata Valeria Valente (21,1 per cento) non riuscì neppure ad andare al ballottaggio. A Roma Roberto Giachetti (24,9 per cento) andò al secondo turno, dove perse contro Virginia Raggi. A Trieste, infine, Roberto Cosolini prese il 29,2 per cento, contro il 40,8 per cento di Dipiazza, poi vincitore al ballottaggio.

Quanti elettori sono rimasti a casa

«La metà della gente non ha votato. Nello stesso collegio di Siena, in una terra storicamente di sinistra che ha eletto il segretario del Partito democratico, ha votato un terzo delle persone» (min. 2:40) – Matteo Salvini (Lega)

Nel suo intervento a Porta a Porta su Rai 1, Salvini riporta un dato sostanzialmente corretto sia a livello nazionale che per le suppletive in Toscana.

In base ai dati del Ministero dell’Interno (aggiornati alle ore 9 del 5 ottobre), nei 1.153 comuni al voto l’affluenza è stata del 54,7 per cento (contro il 61,6 per cento di cinque anni fa): poco più di un elettore su due è andato alle urne (Grafico 1). Nello specifico, tra i sei capoluoghi di regione, a Roma l’affluenza è stata del 48,8 per cento, a Milano del 47,7 per cento, a Torino del 48,1 per cento, a Napoli del 47,2 per cento, a Bologna del 51,2 per cento e a Trieste del 46 per cento.

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Grafico 1. Affluenza nei sei capoluoghi di regione al voto – Fonte: Ministero dell'Interno

Per quando riguarda le elezioni suppletive alla Camera, nel collegio uninominale di Siena (dove ha vinto Letta) ha votato il 35,6 per cento degli aventi diritto di voto: quasi due elettori su tre non sono andati alle urne. È vero, come dice Salvini, che storicamente il comune di Siena è sempre stato amministrato da sindaci di centrosinistra, ma dal 2018 il primo cittadino è Luigi De Mossi, indipendente di centrodestra.

Come è andata Italia viva

«Quasi ovunque le nostre liste sono davanti ai 5 Stelle e spesso decisive per la vittoria dei candidati» – Matteo Renzi (Italia viva)

Su Twitter Renzi esagera nel celebrare i risultati del suo partito. Prendiamo in considerazione i dati dei sei capoluoghi di provincia.

A Milano la lista “I riformisti – Lavoriamo per Milano” (a sostegno di Sala) ha preso il 4 per cento dei voti, percentuale superiore al 2,7 per cento della lista del Movimento 5 stelle. Ma tra i riformisti, non c’era solo Italia viva, ma anche Azione e +Europa. In più – in uno scenario ipotetico, da prendere con tutte le cautele del caso – anche senza i circa 18 mila voti di questa lista, Sala avrebbe comunque vinto al primo turno.

A Roma Italia viva ha appoggiato Carlo Calenda, che si è però presentato con un’unica lista, ottenendo (dati aggiornati alle ore 9 del 5 ottobre) il 19,8 per cento dei voti, più del 19,1 per vento di Virginia Raggi, ma non abbastanza per andare al ballottaggio.

A Torino Italia viva ha appoggiato il candidato del Pd Lo Russo, non presentando però una propria lista. A Bologna, invece, la lista “Anche tu Conti” – di Isabella Conti di Iv, sconfitta da Lepore alle primarie del centrosinistra – ha preso il 5,7 per cento dei voti, più del 3,4 per cento della lista del M5s. Anche senza i voti di questa lista, in uno scenario ipotetico, è probabile che Lepore avrebbe lo stesso vinto al primo turno, visto che ha preso il 61,9 per cento dei voti.

A Napoli la lista “Azzurri Noi Sud Napoli Viva” – con dentro esponenti di Iv – ha preso il 5,4 per cento dei voti, meno del 9,7 per cento della lista del M5s. In uno scenario ipotetico, il candidato sindaco di centrosinistra Manfredi avrebbe probabilmente vinto al primo turno anche senza il contributo di Iv, dato che ha ottenuto il 62,9 per cento dei voti.

Infine, a Trieste alcuni candidati di Iv erano presenti nella lista “Trieste 21-26” (in appoggio a Russo del centrosinistra), che ha preso il 2,1 per cento dei voti: meno del 3,6 per cento della lista del Movimento 5 stelle.

Ricapitolando: in tre capoluoghi su cinque Iv ha preso più voti del M5s, in due meno, e a Torino non si è presentata con una sua lista. Dove si è presentata, non sembra comunque sia stata decisiva per la vittoria del candidato che sosteneva.

Come è andata Forza Italia

«Tutti i risultati ci dicono che Forza Italia gode di ottima salute» – Antonio Tajani (Forza Italia)

Se guardiamo ai voti al primo turno nei sei capoluoghi di provincia, la dichiarazione del vicepresidente di Forza Italia appare un po’ troppo ottimistica: in quasi tutte le città il partito di Berlusconi è infatti andato peggio rispetto alle scorse elezioni comunali.

Cinque anni fa a Milano Forza Italia prese il 20,2 per cento dei voti (prima nella coalizione di centrodestra), oggi è al 7,1 per cento (terza nella coalizione). A Roma oggi il partito di Berlusconi è al 3,6 per cento (terza in coalizione), nel 2016 era al 4,3 per cento (seconda nella coalizione per Alfio Marchini, senza Lega e Fdi).

A Bologna Forza Italia ha preso il 3,8 per cento dei voti (quarta nella coalizione), mentre nel 2016 era al 6,3 per cento (seconda in coalizione). A Napoli, in questa tornata elettorale, Forza Italia è stato sì il primo partito della coalizione di centrodestra, con il 6,6 per cento, ma cinque anni fa era al 9,6 per cento (primo in coalizione). A Trieste il partito di Tajani ha poi preso l’8,5 per cento dei voti (quarto posto in coalizione), mentre nel 2016 era al 14,5 per cento (terzo in coalizione).

L’unica città dove Forza Italia sembra essere cresciuta è Torino. Qui cinque anni fa Forza Italia era al 4,6 per cento (primo nella coalizione, senza Lega e Fdi), oggi è al 5,3 per cento (quarta lista nella coalizione di centrodestra). Oggi però si è presentata unita con l’Udc, il Partito liberale italiano e all’Unione Pensionati, lista che in valori assoluti ha preso poco meno di 16 mila voti, contro gli oltre 16.600 della lista di Forza Italia del 2016.

Quanto è stato decisivo il Movimento 5 stelle

«A Napoli c’è stato un grande risultato, questo è salutare per il corso del Movimento. Gli schieramenti di centrodestra, che apparivano molto avvantaggiati in partenza, possono essere battuti con un progetto articolato» (min. -1:40) – Giuseppe Conte (Movimento 5 stelle)

In diretta durante la maratona elettorale di Enrico Mentana su La7, Conte ha festeggiato la vittoria al primo turno di Gaetano Manfredi, ex ministro dell’Università del suo secondo governo, appoggiato a Napoli sia dal Pd che dal M5s.

Sebbene questa dichiarazione di Conte sia più un giudizio politico, che una frase verificabile, possiamo vedere quale è stato il contributo del Movimento 5 stelle nei capoluoghi di provincia dove si è presentato in alleanza con il Pd.

Secondo i dati del Ministero dell’Interno (aggiornati alle ore 9 del 5 ottobre), a Napoli il Movimento 5 stelle ha preso poco meno di 32 mila voti (terzo posto in coalizione), pari al 9,7 per cento dei voti. A fronte del 66 per cento della coalizione, è possibile dire che in uno scenario ipotetico, anche senza l’apporto del M5s, Manfredi avrebbe potuto vincere al primo turno.

Discorso analogo vale per Bologna. Qui il M5s ha preso quasi 5 mila voti (quinto partito in coalizione), pari al 3,4 per cento dei voti, mentre la coalizione a sostegno di Lepore ha totalizzato circa un 63 per cento. Anche in questo caso dunque l’apporto del M5s non sembra essere stato determinante.

Come è andato Calenda a Roma

«Sono 220 mila le persone che hanno votato la lista Calenda» – Carlo Calenda (Azione)

In un’intervista La Repubblica il candidato di Azione è un po’ impreciso. Secondo i dati del Ministero dell’Interno (aggiornati alle ore 9 del 5 ottobre), la lista “Calenda Sindaco” – l’unica a sostegno dell’ex ministro dello Sviluppo economico e la più votata a Roma – ha preso poco più di 192 mila preferenze, mentre quasi 220 mila preferenze sono andate a Calenda. Ricordiamo infatti che nelle elezioni comunali si può votare soltanto barrando il nome del candidato sindaco, e non della lista, oppure ricorrendo al voto disgiunto (ossia votando una lista e un candidato sindaco di un’altra coalizione).

In conclusione

Abbiamo verificato una dichiarazione a testa dei leader dei sei principali partiti in Parlamento (più una di Calenda) sulle elezioni comunali del 3-4 ottobre.

Meloni dà una lettura piuttosto parziale dei risultati, quando dice che prima del voto cinque capoluoghi di regione su sei erano in mano al centrosinistra, dato sceso oggi a tre. In realtà, prima il centrosinistra del Pd governava in due città (Milano e Bologna) dove ora si è confermato già al primo turno, andando a vincere anche a Napoli. Nelle altre tre città – Roma, Torino e Trieste – si va al ballottaggio, dove al primo turno sono in vantaggio due candidati su tre del centrodestra.

Renzi e Tajani esagerano i risultati dei loro due partiti, Italia viva e Forza Italia, mentre Salvini ha quasi ragione quando dice che «metà» degli elettori non è andato alle urne alle amministrative. Anche Letta riporta un dato corretto quando sostiene che nel 2016 il Pd non aveva vinto nessuna città al primo turno, mentre Conte – in quello che è più un commento politico – ha celebrato il successo di Napoli, e l’alleanza con il Pd, avvenuta anche a Bologna, due città dove il contributo del M5s non sembra però essere stato determinante per la vittoria finale.

Infine, Calenda è leggermente impreciso quando dice che «220 mila» preferenze sono andate alla sua lista: in realtà quel dato fa riferimento al suo nome come candidato, mentre la lista “Calenda sindaco” – comunque la più votata a Roma – ha preso circa 190 mila voti.

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