Pubblicato: lunedì 20 settembre 2021
Dalle firme al Grande Reset: che cosa non torna nel “referendum no green pass”

Nelle ultime ore, dopo il successo del referendum sulla cannabis legale, sui giornali italiani sta trovando spazio un altro referendum: quello che chiede l’eliminazione del cosiddetto “green pass”, il certificato che si ottiene con il vaccino, un test negativo o la guarigione dalla Covid-19.

Dalle modalità di firma alle tesi dei promotori, passando per il nome stesso del referendum, diverse cose però non tornano su questa campagna referendaria. Vediamo innanzitutto che cosa chiede il cosiddetto “referendum no green pass” – così come lo chiamano i suoi promotori – per poi passare agli altri limiti della raccolta firme.

Quattro quesiti, ma non solo sul green pass

Lo scorso 17 settembre è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale l’annuncio della presentazione in Corte di Cassazione di quattro richieste di referendum abrogativi che riguardano lo strumento del green pass (e non solo, come vedremo tra poco). Dunque, a differenza del referendum sulla cannabis legale o sull’eutanasia legale, non stiamo parlando di un singolo referendum, ma di quattro, una situazione simile ai sei referendum sulla giustizia promossi dalla Lega. Al di là questa precisazione, che cosa chiedono i quattro requisiti raccolti sotto l’ombrello del “referendum no green pass”?

Innanzitutto, il primo quesito chiede di cancellare l’articolo 9 del decreto-legge n. 52 del 22 aprile 2021 (convertito in legge a giugno), eliminando di fatto lo strumento del green pass. L’art. 9 in questione aveva infatti introdotto per la prima volta le «certificazioni verdi Covid-19» ed è su questo articolo che sono intervenute le norme successive introducendo, da luglio in poi, l’obbligo di possesso del green pass per partecipare a determinate attività.

Su queste norme intervengono gli altri tre quesiti referendari, chiedendo di abrogare interamente tre decreti: il n. 105 del 23 luglio 2021 (convertito in legge il 15 settembre), il n. 111 del 6 agosto 2021 (ora all’esame della Camera) e il n. 122 del 10 settembre 2021 (ora all’esame della Camera). Il decreto di luglio ha introdotto all’articolo 9 del decreto di aprile l’obbligo di green pass, a partire dal 6 agosto, per i ristoranti al chiuso, musei e palestre; il decreto di agosto ha imposto l’obbligo di green pass per le scuole e alcuni mezzi di trasporto dal 1° settembre; e, da ultimo, il decreto di settembre ha reso obbligatorio il green pass, tra gli altri, a chi lavora in scuole e ospedali, per esempio nelle mense o nelle pulizie.

Con queste tre proposte, i promotori del “referendum no green pass” non si limitano a voler abrogare soltanto le disposizioni relative al green pass, ma i decreti nel loro complesso. E questo avrebbe effetti non solo sull’obbligo di avere la certificazione per determinate attività. Per esempio, il decreto-legge di luglio ha – tra le altre cose – esteso lo stato di emergenza fino alla fine del 2021 e ha cambiato alcuni parametri del sistema con cui sono assegnati i colori alle regioni, dando più peso all’occupazione ospedaliera. Il decreto-legge di settembre, invece, ha esteso l’obbligo vaccinale – dunque una misura più restrittiva dell’obbligo di green pass – anche ai dipendenti delle strutture residenziali per anziani, a partire dal 15 ottobre.

Ricapitolando: il “referendum no green pass” (o meglio, i quattro referendum) non è solo contro il green pass, ma andrebbe a impattare anche su altre misure di contenimento dell’epidemia.

Le scadenze imposte dalla legge non sembrano comunque essere dalla parte dei promotori.

Il problema delle tempistiche

Come abbiamo spiegato di recente, per indire un referendum abrogativo bisogna raccogliere almeno 500 mila firme entro il 30 settembre, salvo proroghe. Se questo obiettivo venisse centrato, toccherebbe alla Corte costituzionale decidere se i quattro quesiti rispettino o meno la Costituzione.

Senza fare previsioni, anche se la Corte ritenesse ammissibili le richieste “no green pass”, per legge il referendum si dovrebbe tenere tra il 15 aprile e il 15 giugno 2022, ossia tra almeno sei mesi. Ma alcune delle norme contenute nei decreti che il “referendum no green pass” vorrebbe eliminare, in base ai testi vigenti, hanno scadenza a fine 2021, quindi il prossimo anno non dovrebbero essere più in vigore, a meno di proroghe, o essere in vigore attraverso nuove leggi, che potrebbero anche non venire toccate dai quattro quesiti referendari.

In uno scenario normativo costantemente in cambiamento, come quello sul contenimento del coronavirus, è possibile che nella prossima primavera le misure che i “no green pass” vogliano adesso abrogare saranno ormai superate, o in un senso più restrittivo (per esempio con l’introduzione di un obbligo vaccinale) o meno restrittivo (per esempio con un allentamento degli obblighi di possesso della certificazione Covid-19 per determinate attività).

In ogni caso l’obiettivo delle 500 mila firme – a 10 giorni dalla scadenza del 30 settembre – sembra essere meno alla portata rispetto a quanto fatto dal referendum sulla cannabis legale, che in una settimana dal lancio ha raggiunto il traguardo delle 500 mila firme. Il motivo non sta tanto nell’oggetto del referendum, quanto nelle modalità della raccolta firme.

Come sono raccolte le firme

Per firmare a favore del “referendum no green pass”, bisogna andare sul sito www.referendumnogreenpass.it. Nella homepage campeggia il bottone «Firma digitalmente ora», ma il meccanismo della sottoscrizione digitale è molto più articolato e complicato rispetto a quello previsto, per esempio, dal sito sul referendum per la cannabis legale, attraverso il Sistema pubblico di identità digitale (Spid).

Nella sezione sulle firme del “referendum no green pass”, come primo passaggio si viene invitati a scaricare quattro moduli in formato Word (uno per quesito), da sottoscrivere e salvare in formato Pdf. I successivi quattro passaggi sono meno chiari. Per esempio, senza Spid, si viene rimandati a un servizio che crea una firma digitale “usa e getta”, al costo di 2,99 euro a firma. Poi c’è la richiesta di apporre una «marca temporale», nel caso in cui non si fosse dotati di un indirizzo di Posta elettronica certificata (Pec). E non solo: «Ai fini della regolarità della procedura è necessario allegare ai moduli dei quesiti firmati il certificato telematico di iscrizione nelle liste elettorali del Comune di ciascun firmatario», spiegano i promotori del referendum, chiarendo che «se ne hai la possibilità, puoi velocizzare le operazioni dei promotori richiedendo il tuo certificato telematico di iscrizione nelle liste elettorali inviando una Pec al tuo Comune». Infine, al di là del possesso o meno dello Spid, bisogna mandare i moduli sottoscritti a uno tra tre indirizzi, riconducibili ai promotori.

Per fare un confronto, per sottoscrivere il referendum sulla cannabis legale basta cliccare un link e compilare alcuni campi, per passare alla sottoscrizione con lo Spid.

Secondo fonti stampa, è probabile che la farraginosità della procedura per firmare il “referendum no green pass” sia dovuta da un lato al ritardo nell’organizzazione dei quattro quesiti referendari, dall’altro ai costi che i promotori devono farsi carico per rendere la sottoscrizione digitale più semplice (ad esempio secondo i promotori del referendum sulla cannabis legale, ogni firma digitale costa loro poco più di un euro).

Per il “referendum no green pass” si può firmare anche fisicamente, ma soltanto in quattro punti di raccolta firme in tutta Italia, presso gli studi di alcuni avvocati, in determinati orari o previo appuntamento telefonico.

Limiti in questo referendum, comunque, non ci sono solo nella raccolta firme, ma anche nelle ragioni dei promotori, che sembrano sposare apertamente una famosa teoria del complotto.

Il ritorno del Grande Reset

Tra i promotori del “referendum no green pass” c’è l’ex direttore di Rai2 Carlo Freccero, che il 20 settembre su La Stampa ha scritto che «il green pass è destinato a diventare l’embrione della futura tessera di identificazione digitale a cui mira il “Grande Reset” in via di attuazione».

Come hanno spiegato nel dettaglio a dicembre 2020 i nostri colleghi di Facta, il Grande Reset (The Great Reset in inglese) è una teoria del complotto, diffusasi con la pandemia di Covid-19. In breve: è «una narrazione totalizzante che mira a ricondurre le complesse variabili alla base di un evento pandemico alla semplice volontà di un ristretto nucleo di potenti e al loro piano di conquista del mondo».

Secondo questa teoria, il World economic forum avrebbe creato il coronavirus in un laboratorio, per gettare le basi di un controllo centrale dell’economia mondiale e una società di stampo marxista. In realtà il Grande Reset è il nome di un’iniziativa lanciata a maggio 2020 dal World economic forum, ma nella sostanza è poco più di un semplice slogan, con cui l’organizzazione internazionale voleva porre l’attenzione sulla necessità di politiche globali per uscire dall’emergenza climatica e immaginare un mondo post-pandemia.

Come hanno raccontato i nostri colleghi di Facta, questa teoria del complotto si è poi fusa con quella di QAnon, secondo cui Donald Trump sarebbe l’unico leader mondiale a opporsi al piano globale. Tra i sostenitori della teoria del Grande Reset – oltre a Freccero – ci sono anche molti antivaccinisti e l’estrema destra complottista statunitense, mentre nel nostro Paese questa teoria del complotto è stata diffusa da influencer e siti già noti per campagne di disinformazione.

Il green pass è incostituzionale?

Infine, tra le ragioni del “referendum no green pass”, ci sono anche accuse di incostituzionalità contro il certificato verde per la Covid-19, perché violerebbe, tra le altre cose, l’articolo 32 della Costituzione. È davvero così?

L’articolo in questione stabilisce che «la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti»; e che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana», frase citata per esteso anche dall’appello.

Stabilire la costituzionalità o meno di una legge è un compito che spetta alla Corte costituzionale. Ma in base a quanto stabilito in passato dalla stessa Corte, la posizione espressa dai promotori del “referendum no green pass” sembra infondata. Lo spiega più nel dettaglio un dossier del Servizio studi del Parlamento, dedicato proprio all’obbligo di green pass introdotto dal governo a fine luglio per accedere a determinate attività (come i musei o i ristoranti al chiuso).

In base ad altre sentenze della Corte costituzionale (per esempio la n. 307 del 1990) una legge che impone un trattamento sanitario – sottolinea il dossier – «non è incompatibile con l’art. 32 della Costituzione se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri». Il dossier sottolinea poi che «è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale».

Sembra in ogni caso discutibile considerare il green pass come un vero e proprio «trattamento sanitario». Questo certificato si può ottenere con la vaccinazione, dunque con un trattamento sanitario, ma anche senza vaccinarsi, per esempio con un certificato di guarigione dalla malattia o con un tampone.

In conclusione

Dopo il referendum sulla cannabis legale, sui giornali italiani sta trovando spazio il cosiddetto “referendum no green pass”, che chiede di eliminare il certificato diventato obbligatorio per una serie di categorie lavorative e per una serie di attività.

In realtà i quattro quesiti referendari contro il green pass chiedono anche di eliminare altre misure di contenimento della pandemia, per esempio i nuovi requisiti del sistema a colori delle regioni o l’obbligo vaccinale per i dipendenti delle Rsa.

Le tempistiche e le modalità per la raccolta firme sembrano poi essere un ostacolo insormontabile per i promotori del referendum. In particolare, a differenza di quanto avviene per esempio con il referendum sulla cannabis legale, le firme digitali per il “referendum no green pass” richiedono molti passaggi articolati. Inoltre, anche se entro il 30 settembre si raccogliessero 500 mila firme e la Corte costituzionale approvasse i quesiti, si potrebbe andare al voto tra il 15 aprile e il 15 giugno 2022, quando ormai potrebbero esserci misure di contenimento diverse rispetto a quelle attuali, che in buona parte è previsto scadano a fine anno.

Infine, non mancano esagerazioni ed errori tra le ragioni dei promotori del referendum. L’ex direttore di Rai2 Carlo Freccero, per esempio, ha riportato d’attualità la teoria del complotto del cosiddetto “Grande Reset” per difendere la raccolta firme contro il green pass, mentre i promotori accusano questo strumento di essere incostituzionale, un’accusa tuttavia non supportata da quanto stabilito in passato dalla Corte costituzionale.

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