Pubblicato: giovedì 8 luglio 2021
Photo: Ansa
Il referendum sulla giustizia della Lega, in sette fact-checking

Il 2 luglio la Lega ha iniziato con il Partito radicale la raccolta delle firme per indire sei referendum abrogativi in tema di giustizia.

Tra le varie proposte, il partito di Matteo Salvini chiede di modificare il sistema di elezione del Consiglio superiore della magistratura (Csm), di introdurre la responsabilità diretta dei magistrati e la separazione delle carriere (ci torneremo su entrambi tra poco), e di eliminare il ricorso alla custodia cautelare per chi si ritiene probabile possa commettere lo stesso reato per cui è incriminato (una posizione opposta a quanto espresso dalla Lega nel suo programma elettorale del 2018).

Dalle ingiuste detenzioni agli errori dei giudici, abbiamo verificato sette affermazioni a sostegno dei referendum contenute nel sito ufficiale della Lega per vedere se corrispondono al vero o meno.

– Leggi anche: Salvini promuove un referendum che contraddice il programma della Lega

Quanti sono gli innocenti in carcere

«Circa mille persone all’anno vengono incarcerate e poi risulteranno innocenti. Dal 1992 al 31 dicembre 2020 si sono registrati 29.452 casi»

La fonte di questi dati è il sito www.errorigiudiziari.com, un progetto curato dai giornalisti Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, che in passato abbiamo usato più volte in altri fact-checking.

I quasi 29.500 casi in circa 30 anni (in media poco più di mille l’anno) di cui si parla fanno riferimento alle cosiddette “ingiuste detenzioni”, ossia a quei casi in cui un individuo è stato privato della propria libertà in attesa di un processo, per poi essere successivamente assolto dai giudici.

Dall’inizio degli anni Novanta al 2020, i casi di errori giudiziari – quando un condannato con sentenza definitiva viene poi assolto con un processo di revisione – sono stati invece 207, circa 7 l’anno.

Quanto vale un giorno di ingiusta detenzione

«Per ogni giorno di ingiusta detenzione lo Stato riconosce alla vittima 235,82 euro di risarcimento»

Innanzitutto, come sottolinea il Ministero dell’Economia e delle Finanze, parlare di “risarcimento” dello Stato per chi ha subito un’ingiusta detenzione è scorretto. Il termine più preciso è quello di “indennizzo” o “riparazione”, perché il danno subito da un imputato con un’ingiusta detenzione è stato frutto di una legittima attività dell’autorità giudiziaria. Al di là di questa precisazione, come si arriva ai «235,82 euro» di cui parla la Lega e che sono anche citati da www.errorigiudiziari.com?

In base all’articolo 315 del codice di procedura penale, l’indennizzo complessivo per un singolo caso di ingiusta detenzione non può mai superare i 516.456,90 euro. In base all’articolo 303, invece, la durata complessiva della custodia cautelare non può superare i due, i quattro o i sei anni a seconda che la possibile condanna a cui si va incontro sia al massimo di sei anni, tra i sei e i vent’anni e oltre i vent’anni (compreso l’ergastolo).

Dividendo i circa 516.500 euro visti sopra per i 2.190 giorni che compongono i sei anni massimi di durata possibile della custodia cautelare, si ottiene la cifra dei «235,82 euro». Per esempio, se una persona rimane in carcere un anno, per poi vedersi assolto, può aspettarsi di ricevere un indennizzo di circa 86 mila euro. Ma questa è solo una cifra indicativa: possono esserci elementi presi in considerazione dal giudice per abbassare o alzare la somma complessiva.

Quanto costano allo Stato le ingiuste detenzioni

«I 750 casi di ingiusta detenzione nel 2020 sono costati quasi 37 milioni di euro di indennizzi»

Anche in questo caso la fonte del dato è www.errorigiudiziari.com. L’anno scorso in Italia i casi di ingiusta detenzione sono stati 750, che hanno portato a indennizzi per un valore complessivo pari a 36.958.648,64 euro.

Rispetto al 2019 c’è stato un calo di circa 250 casi di ingiusta detenzione: come mai? «È molto probabile che molto sia dipeso dal Covid, che ha rallentato pesantemente l’attività giudiziaria a tutti i livelli, dunque presumibilmente anche a quello delle Corti d’Appello incaricate di smaltire le istanze di riparazione per ingiusta detenzione», hanno ipotizzato i giornalisti Lattanzi e Maimone sul sito del loro progetto.

Come siamo messi rispetto agli altri Paesi Ue

«L’Italia è il quinto paese dell’Unione Europea con il più alto tasso di detenuti in custodia cautelare: il 31%, un detenuto ogni tre»

I dati più completi per fare un confronto dettagliato tra le prigioni europee sono contenuti in un rapporto aggiornato ad aprile 2021 della Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d'Europa (Cepej), un organismo giudiziario che riguarda 47 Paesi europei e che fa parte del Consiglio d’Europa (che non è un’istituzione dell’Unione europea e non va confuso né con il Consiglio dell’Ue né con il Consiglio europeo).

Al 30 gennaio 2020 il 31,1 per cento dei detenuti in Italia era in attesa di una sentenza definitiva, dunque considerabili in “custodia cautelare” (anche chi ha già ricevuto una condanna in primo o secondo grado). Questa era la sesta percentuale più alta – non la quinta, come dice la Lega – tra i 27 Paesi membri dell’Ue. Sopra di noi c’erano Belgio (37,1 per cento), Croazia (35,4 per cento), Danimarca (38,2 per cento), Lussemburgo (44,8 per cento) e Paesi Bassi (43,4 per cento).

Nel complesso il Cepej ha piazzato l’Italia tra i Paesi con un valore “molto alto” di detenuti nelle carceri in attesa di una sentenza definitiva. Oltre agli Stati già citati, insieme a noi ci sono anche Francia e Malta, tra i membri Ue, e Svizzera, Albania e Montenegro, per citarne solo alcuni, tra i non membri dell’Ue.

A fine 2020 in Italia oltre 16 mila detenuti (il 31,5 per cento su quasi 53.400) erano in carcere in attesa di una condanna definitiva. Di questi, 8.655 erano in carcere in attesa di primo giudizio, un dato molto più basso dei «22 mila imputati» che secondo il deputato della Lega Paolo Grimoldi sarebbero «in regime di carcerazione preventiva senza nessuna condanna» nel nostro Paese.

Si può fare causa a un magistrato?

«Il cittadino colpito da accuse inesistenti o che finisce in carcere da innocente oggi non può chiedere direttamente conto al magistrato dei suoi errori. Ci si può rivolgere genericamente contro lo Stato, che poi dovrebbe rivalersi sul singolo magistrato»

Questa affermazione è sostanzialmente corretta. Per il principio di responsabilità indiretta, un cittadino che subisce un danno a causa del comportamento di un magistrato può presentare domanda di riparazione solamente allo Stato, in particolare rivolgendosi al presidente del Consiglio.

Sarà poi lo Stato che, in specifiche situazioni, dovrà fare domanda di rivalsa direttamente nei confronti del magistrato colpevole, il quale sarà quindi tenuto a risarcire i danni causati (tutti o in parte).

L’unica eccezione a questa prassi si verifica quando il danno deriva da un reato (per esempio, nel caso di corruzione in atti giudiziari) commesso dal magistrato. In quel caso saranno direttamente responsabili (articolo 13 della legge 13 aprile 1988, n. 117) del risarcimento al cittadino sia lo Stato che il magistrato colpevole.

Quanti sono stati i magistrati ritenuti «colpevoli» per un errore

«Dal 1988 a oggi sono solo poco più di 400 le cause avviate da cittadini nei confronti dello Stato per responsabilità dei magistrati e solo quattro si sono concluse con l’accertamento della colpevolezza»

Questo dato compare in alcuni dossier della Camera e del Senato, ma sono aggiornati solo al 2014, pochi mesi prima dell’approvazione della legge n. 18 del 27 febbraio 2015 che disciplina proprio la responsabilità civile dei magistrati.

Abbiamo contattato il Ministero della Giustizia per avere le statistiche più aggiornate dal 1988 ad oggi, ma al momento della pubblicazione di questo articolo siamo ancora in attesa di una risposta.

Di recente abbiamo invece verificato che tra il 2018 e il 2020 sono stati aperti 61 procedimenti disciplinari contro giudici accusati di aver sbagliato ad applicare le misure cautelari. Di questi, alla fine dell’anno scorso solo quattro si sono conclusi con un provvedimento di censura, che è in sostanza una dichiarazione di biasimo verso l’errore commesso dal giudice.

Solo in Italia non c’è la separazione delle carriere dei magistrati?

«Nelle grandi democrazie i Pm hanno carriere nettamente separate da quelle dei giudici»

In Italia i pubblici ministeri (Pm), che fanno le indagini, e i giudici, che emettono le sentenze, fanno parte dello stesso corpo giudiziario e non esiste una separazione delle carriere. I giudici possono dunque diventare Pm, e viceversa, più volte nel corso della loro carriera. La legge fissa un limite di quattro passaggi all’interno della stessa carriera, con alcune restrizioni (per esempio non si può cambiare ruolo all’interno dello stesso distretto).

A livello comparativo, la questione è abbastanza complessa, ma semplificando possiamo dire che l’Italia non è l’unica tra le «grandi democrazie» a non avere la separazione delle carriere, almeno tra i principali Paesi dell’Unione europea.

Secondo un dossier della Camera, aggiornato al 2011, l’ordinamento francese prevede un corpo giudiziario unico che comprende sia la magistratura giudicante che quella requirente, e prevede espressamente la possibilità per i magistrati di svolgere entrambe le funzioni nel corso della loro carriera.

In parte diversa la situazione in Germania, dove il giudice e il pubblico ministero «rivestono funzioni distinte e godono di un diverso status». Le due carriere però hanno diversi punti in comune, come il percorso formativo, la retribuzione e il sistema di promozione. Il dossier della Camera infatti chiarisce che, anche se «in linea di principio» le carriere requirenti e giudicanti rimangono separate, i passaggi dall’una all’altra rimangono «relativamente frequenti, specie per le posizioni più elevate».

Infine, in Spagna le due carriere rimangono separate, come confermato anche da un’analisi del Consiglio d’Europa di aprile 2021.

In conclusione

Abbiamo verificato sette frasi contenuti sul sito ufficiale della Lega per promuovere la raccolta firma sul referendum per la giustizia.

È vero che dal 1992 al 2020 ci sono stati circa 29.500 casi di ingiusta detenzione in Italia, per un costo nello scorso anno in indennizzi di quasi 37 milioni di euro. Un giorno di ingiusta detenzione può valere 235,82 euro di indennizzo, ma questa cifra non è fissa e può variare.

È vero poi che circa il 31 per cento dei detenuti in Italia è in attesa di una sentenza definitiva, ma a inizio 2020 questa percentuale era la sesta più alta dell’Unione europea, non la quinta. In Italia poi è corretto dire che un cittadino vittima di un errore giudiziario o di ingiusta detenzione non può fare causa direttamente al giudice, ma allo Stato.

Infine è impreciso sostenere che in tutte le «grandi democrazie» c’è la separazione delle carriere. Una separazione netta c’è in Spagna, in Germania di fatto no e in Francia la situazione è simile a quella del nostro Paese.

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