Pubblicato: lunedì 17 maggio 2021
Photo: Ansa
Dati alla mano, i vaccini stanno avendo effetto anche in Italia

Ad oggi in Italia circa il 31 per cento della popolazione (circa 18,6 milioni di persone) ha ricevuto almeno una dose di vaccino contro la Covid-19, mentre il 14 per cento (oltre 8,6 milioni di persone) è stato completamente vaccinato. Tra i più anziani, ha ricevuto almeno una dose quasi il 90 per cento degli over 80, il 76 per cento di chi ha tra 70 e 79 anni e il 56 per cento di chi ha tra 60 e 69 anni.

Dopo quattro mesi e mezzo dall’inizio della campagna di vaccinazione e con un terzo della popolazione coperta, si possono quindi analizzare gli effetti positivi che i vaccini stanno avendo sull’epidemia, come già avevamo descritto per Paesi come Regno Unito e Israele a inizio marzo.

Vediamo nel dettaglio che cosa dicono i numeri.

I risultati sul personale sanitario

In Italia la campagna vaccinale è iniziata dando la priorità assoluta al personale sanitario e sociosanitario, con l’obiettivo di rendere le strutture sanitarie il meno possibile suscettibili al virus. A gennaio avevamo previsto che i sanitari sarebbero stati i primi tra cui si sarebbero visti gli effetti delle vaccinazioni. E così è stato.

Un grafico pubblicato il 14 maggio dall’Istituto superiore di sanità (Iss) confronta su base settimanale i contagi tra il personale sanitario con quelli nella popolazione generale. Quando a febbraio i casi nella popolazione generale sono tornati a salire, per effetto della cosiddetta “terza ondata”, quelli tra i sanitari hanno invece continuato a scendere, appiattendosi su livelli molto bassi (Grafico 1).

Grafico 1. Confronto tra i contagi nel personale sanitario e quelli nella popolazione generale – Fonte: Iss

Gli effetti sugli ospedali

Per valutare l’impatto delle vaccinazioni sugli ospedali guardiamo invece all’età mediana dei ricoveri in area medica e in terapia intensiva. La mediana è un indicatore particolarmente utile perché divide a metà la popolazione: se l’età mediana dei ricoveri è 70, vuol dire che metà delle persone in ospedale ha più di 70 anni e l’altra metà meno.

L’età mediana dei ricoveri nelle settimane precedenti l’inizio della vaccinazione era pari a 75 anni. A inizio febbraio, quando sono stati vaccinati in larga parte i residenti delle case di riposo, la mediana è scesa a 69 anni e a fine aprile è arrivata a essere pari a 64 anni. La vaccinazione dei più anziani fa sì infatti che questi non abbiano più bisogno del ricovero, manifestando per lo più sintomi lievi della malattia in caso di contagio, e quindi si ha un progressivo abbassamento dell’età mediana finché anche i più giovani non saranno vaccinati.

Grafico 2. Età mediana dei casi di Covid-19 in Italia per settimana di diagnosi – Fonte: Iss

Per quanto riguarda invece i ricoveri in terapia intensiva l’effetto è meno evidente. In terapia intensiva, infatti, è più difficile che vengano ricoverate le persone molto anziane – quelle più vaccinate finora – perché hanno un maggior rischio di morte una volta contratto il virus. L’età mediana a dicembre era infatti pari a 73 anni ed è scesa a 69 a metà febbraio e a 67 a fine aprile (Grafico 3). Per avere un calo più forte è necessario che i vaccini facciano effetto anche su chi ha tra i 60 e gli 80 anni.

Grafico 3. Età mediana dei casi di Covid-19 all’ingresso in terapia intensiva per settimana di diagnosi – Fonte: Iss

Un altro indicatore da tenere d’occhio è il tasso di incidenza delle ospedalizzazioni per fascia di età, ossia il numero di ricoverati in base alla popolazione e alla fascia d’età. Sebbene la popolazione over 80 rimanga quella con i maggiori tassi di ricovero, il calo che si sta avendo è maggiore rispetto alle altre fasce di età. Questo è quello che sta portando ai cali dell’età mediana, visti in precedenza (Grafico 4).

Grafico 4. Andamento dei tassi di ricovero nella popolazione <60 anni, 60-69 anni, 70-79 anni e >=80 anni – Fonte: Iss

Il lento calo dei decessi

Come abbiamo sottolineato più volte, la Covid-19 è una malattia che uccide principalmente le persone anziane: è vaccinando soprattutto questa fascia di popolazione che dunque si ottiene una maggiore riduzione dei decessi.

Al momento quantificare questa riduzione è però abbastanza complicato, ma anche per i decessi l’Iss fornisce l’età mediana. A dicembre metà dei morti per Covid-19 avevano 83 anni o più, a metà febbraio 82 anni, a metà marzo 81 e adesso 77 o più. L’età mediana dei decessi è in calo più o meno costante, sebbene abbastanza lento (Grafico 5).

Grafico 5. Età mediana dei casi di Covid-19 al decesso per settimana di diagnosi – Fonte: Iss

I decessi degli over 80 – raccolti per data di notifica – sono passati dall’essere il 65 per cento a inizio gennaio al 44 per cento nell’ultima settimana. Il calo indica che stanno morendo sempre meno over 80 grazie all’efficacia del vaccino, che fa prevenire le forme più gravi della malattia.

I primi dati sul rischio di infezione

Il 15 maggio l’Iss ha diffuso una sua prima analisi sull’efficacia dei vaccini. Il report confronta le persone che sono state vaccinate con le persone che si sono contagiate e elabora delle stime di riduzione del rischio. Detta altrimenti, quantifica quanto diminuisce il rischio di infezione, ricovero e morte dopo essere vaccinati.

L’analisi si basa sulle dosi di vaccino somministrate fino al 4 aprile e per via delle differenze di tempo che passano tra diagnosi, ricovero e decesso, l’Iss ha considerato 7,4 milioni di persone vaccinate per la parte sulle diagnosi, 5,1 milioni per i ricoveri e 3,6 milioni per i decessi. Il campione considerato è al 65 per cento composto da persone vaccinate con Pfizer, al 29 per cento con AstraZeneca e al 6 per cento con Moderna. Il 97 per cento ha completato il ciclo vaccinale con Pfizer, il 91 per cento con Moderna e nessuno con AstraZeneca, in quanto la somministrazione delle seconde dosi è iniziata solo a maggio.

Nel complesso l’analisi evidenzia come il rischio di infezione, ricovero e decesso diminuisce progressivamente dopo le prime due settimane e fino a circa 35 giorni dalla somministrazione della prima dose. Dopo i 35 giorni si osserva una stabilizzazione della riduzione che è circa dell’80 per cento per il rischio di diagnosi, del 90 per cento per il rischio di ricovero e del 95 per cento per il rischio di decesso (Grafico 6).

Grafico 6. Effetto dei vaccini sulle diagnosi Covid-19 dopo la somministrazione della prima dose – Fonte: Iss

Il report non distingue l’efficacia in base alla tipologia di vaccino spiegando che è necessario un tempo più lungo per avere risultati solidi e confrontabili. Ma uno studio italiano, condotto sugli operatori sanitari di Treviso, ha mostrato che il vaccino Pfizer ha un’efficacia contro la malattia sintomatica e l’infezione asintomatica dell’83 per cento tra 14 e 21 giorni dopo la prima dose e del 94 per cento sette giorni dopo la seconda dose.

Ricordiamo che gli effetti del vaccino sul rischio di infezione sono fondamentali per poter ambire all’immunità di gregge, ma come abbiamo spiegato in passato questo traguardo non è il più importante. L’obiettivo principale dei vaccini è infatti quello di evitare che un contagiato, sebbene vaccinato, sviluppi poi sintomi gravi.

In conclusione

Dopo quattro e mesi e mezzo dall’inizio della campagna vaccinale, in Italia si stanno accumulando molte prove sull’efficacia dei vaccini nel ridurre sia le forme più gravi della Covid-19 sia la trasmissione.

Proseguendo con la vaccinazione è molto probabile che si osserverà ancora di più una forte riduzione dei decessi e dei ricoveri, che porterà la Covid-19 a essere molto meno pericolosa.

di Lorenzo Ruffino

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