Pubblicato: mercoledì 7 aprile 2021
Photo: Ansa
Abbiamo davvero perso un milione di posti di lavoro?


Il fact-checking in breve:

• Secondo Istat, tra febbraio 2020 e febbraio 2021 gli occupati in Italia sono scesi di 945 mila unità. Su questa rilevazione pesa però un cambio di metodologia.

• Nella nuova definizione di “occupato” usata da Istat ora non rientra più, per esempio, chi è in cassa integrazione da almeno tre mesi.

• Con il vecchio metodo, tra febbraio e dicembre 2020 gli occupati erano scesi di 426 mila unità. Con il nuovo metodo, nello stesso periodo di tempo il calo registrato è grande quasi il doppio.

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Il 6 aprile l’Istat ha pubblicato i nuovi dati sul mercato del lavoro in Italia, aggiornati a febbraio 2021, che sono stati subito commentati da diversi politici.

In un video sui social il leader di Azione Carlo Calenda ha per esempio detto (min. 0:27) che con la crisi «abbiamo perso un milione di posti di lavoro». La sottosegretaria al Ministero della Transizione ecologica Vannia Gava (Lega) ha invece scritto su Twitter che i posti di lavoro persi sono stati «945 mila» e che «le vittime di questa crisi sono soprattutto autonomi e donne».

Secondo le precedenti stime pubblicate dall’Istat, relative a dicembre 2020, nei 12 mesi dello scorso anno gli occupati erano calati di 444 mila unità. Come è possibile che i «posti di lavoro» persi nel nostro Paese siano raddoppiati con i primi due mesi del 2021? C’è qualcosa che non torna nei numeri di Calenda e Gava oppure sono corretti? Abbiamo cercato di fare un po’ di chiarezza.

Che cosa dicono i dati Istat

Secondo Istat, a febbraio 2021 gli occupati in Italia erano 22 milioni e 197 mila, rimanendo piuttosto stabili rispetto a gennaio (+6 mila unità). Ma tra febbraio 2020 e febbraio 2021 c’è stato un calo di 945 mila occupati (-4,1 per cento), il dato citato correttamente da Gava e arrotondato un po’ per eccesso da Calenda (Grafico 1).

Grafico 1. Andamento degli occupati in Italia – Fonte: Istat

Sia il leader di Azione che la sottosegretaria della Lega parlano di «posti di lavoro persi», ma come abbiamo spiegato in passato, questa è una semplificazione. La categoria degli “occupati” è infatti più ampia di quella dei “posti di lavoro”, perché Istat considera come “occupato” chi, nella settimana in cui è stato intervistato per la raccolta dati, «ha svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura». Dunque un criterio meno stringente di quello che si applica generalmente a un vero e proprio “posto di lavoro”, inteso come un impiego stabile e continuativo. Come vedremo nel dettaglio tra poco, gli ultimi dati Istat sull’occupazione sono però stati raccolti con una nuova metodologia che ha introdotto nuovi criteri per la definizione di “occupato” (non cambiando però il requisito appena visto).

Prima di vedere che cosa è cambiato, ritorniamo brevemente sui 945 mila occupati in meno. A febbraio 2021, rispetto allo stesso mese dell’anno prima, in Italia c’erano 533 mila uomini occupati in meno (-4 per cento del totale) e 412 mila donne occupate in meno (-4,2 per cento). In valori assoluti gli uomini sono stati più colpiti, ma in valori percentuali il calo è stato lievemente più marcato per le donne. Il tasso di occupazione maschile è poi sceso del 2,5 per cento, mentre quello delle donne dell’1,8 per cento.

Il numero dei disoccupati è leggermente aumentato (+21 mila), mentre quello degli inattivi – le persone che non hanno un lavoro e non lo cercano – è cresciuto enormemente, salendo di 717 mila unità. Il crollo più marcato del numero degli occupati ha colpito la fascia di età 35-49 anni (-427 mila), mentre i dipendenti sono scesi di 590 mila unità (-218 mila a tempo indeterminato e -372 mila a tempo determinato) e gli autonomi di 355 mila unità.

Come abbiamo anticipato, su questi numeri ha pesato un cambio di metodologia nella raccolta dei dati.

Il cambio di metodologia

Le statistiche Istat sull’occupazione di febbraio 2021 recepiscono per la prima volta il Regolamento UE 2019/1700, entrato in vigore il 1° gennaio 2021, che tra le altre cose ha modificato la definizione di “occupato” per migliorare a livello europeo la raccolta delle statistiche sul mercato del lavoro, e non solo.

Le differenze di metodologia rispetto al passato sono tre in particolare. Innanzitutto non sono più considerati “occupati” i lavoratori in Cassa integrazione guadagni (Cig) assenti da lavoro da più di tre mesi. In secondo luogo i lavoratori in congedo parentale sono classificati come “occupati” anche se l’assenza da lavoro supera i tre mesi e la loro retribuzione è inferiore al 50 per cento. Infine, non sono considerati “occupati” gli autonomi che non lavorano da almeno tre mesi, anche se la loro attività è solo momentaneamente sospesa.

Se da un lato chi è in cassa integrazione da più di tre mesi si trova sicuramente in condizioni potenzialmente di difficoltà, dall’altro lato non è del tutto corretto dire che abbia perso il suo posto di lavoro. In tempi normali infatti, terminata la cassa integrazione, un lavoratore torna al suo impiego precedente. È però anche vero che in tempi di crisi eccezionale, come quella attuale, la cassa integrazione prolungata può essere il preludio della perdita effettiva del posto di lavoro.

Al di là di queste osservazioni, il cambio di metodologia ha fatto sì che il numero degli occupati persi sia calato di più rispetto a quelli registrati con i criteri precedenti. In particolare il contributo maggiore sembra averlo avuto il criterio sulla cassa integrazione, a cui hanno avuto accesso oltre 7 milioni di persone da inizio crisi.

Il confronto con i vecchi criteri

Istat ha comunque ricostruito, in via provvisoria, le serie storiche degli occupati dal 2004 a fine 2020. È dunque possibile sapere qual è la differenza tra gli occupati calcolati con la nuova definizione e con quella vecchia.

Secondo la nuova metodologia (Tabella 2), a febbraio 2020 in Italia c’erano 23 milioni e 142 mila occupati, scesi a fine dicembre 2020 a 22 milioni e 375 mila: un calo di 767 mila occupati (tra gennaio e febbraio 2021 si sono persi altri 178 mila occupati). Secondo la metodologia precedente (Tabella 2), a febbraio 2020 gli occupati nel nostro Paese erano invece 23 milioni e 265 mila (oltre 100 mila in più rispetto a quelli conteggiati dai nuovi criteri) e 22 milioni e 839 mila a fine dicembre 2020: -426 mila. Questo vuol dire che con la nuova metodologia il numero degli occupati persi è quasi raddoppiato (Grafico 2).

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Grafico 2. Andamento mensile degli occupati, con nuova metodologia e precedente (dati in migliaia) – Fonte: Istat

Senza entrare nel dibattito su quale sia la definizione più corretta di “occupato”, è evidente che da un punto di vista statistico l’utilizzo di alcuni criteri rispetto ad altri ha un grande impatto sulla raccolta e la comunicazione dei numeri. E, potenzialmente, anche sulle politiche che devono essere adottate per far fronte alla crisi.

In concreto, ovviamente, nulla cambia nella vita delle persone: chi non ha un lavoro con la nuova metodologia, non lo aveva anche prima. Chi era in cassa integrazione con la vecchia metodologia, lo è anche con la nuova.

Non sono mancati commenti alle novità metodologiche. Dubbi sono per esempio arrivati dai sindacati e da esperti del settore come il ricercatore dell’Ocse Andrea Garnero, che ha criticato soprattutto la scelta dei tempi. «L’Istat che in questa crisi si è distinto per puntualità, precisione e anche qualche innovazione è tra i pochi uffici di statistica nazionale in Europa ad aver ricostruito l’intera serie permettendo, per lo meno, di mantenere la comparabilità nel tempo e documentare l’importanza della modifica», ha scritto Garnero su Il Foglio il 6 aprile. «Tuttavia, sarebbe stato forse più prudente a livello europeo rinviare l’attuazione della decisione, che ha le sue ragioni e i suoi meriti, a un periodo più “normale”. Ormai ciò che è fatto è fatto e non resta che invitare alla prudenza chi maneggia e comunica questi dati».

In conclusione

Alcuni politici, come il leader di Azione Carlo Calenda e la sottosegretaria leghista Vannia Gava, hanno commentato i nuovi dati Istat sull’occupazione in Italia, aggiornati a febbraio 2021, dicendo che con la crisi si è perso circa un milione di posti di lavoro.

Secondo Istat, tra febbraio 2020 e febbraio 2021, nel nostro Paese c’è stato un calo degli occupati (e non dei «posti di lavoro») di 945 mila unità, ma su questo numero pesa un fattore importante. Per la prima volta è infatti stata utilizzata una nuova metodologia, entrata in vigore il 1° gennaio 2021, che ha cambiato la definizione di “occupati”. Per esempio, ora non è più considerato “occupato” chi è in cassa integrazione da almeno tre mesi, ossia chi un lavoro ce l’ha ancora ma che da tempo non riesce a svolgerlo a causa della crisi.

Con i vecchi criteri, tra febbraio e dicembre 2020 gli occupati in meno erano stati 426 mila. Con i nuovi criteri questo crollo sarebbe grande quasi il doppio (-767 mila).

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