Pubblicato: lunedì 29 marzo 2021
Photo: Ansa
​La faticosa elezione di una nuova capogruppo Pd alla Camera

La richiesta del neo-segretario Pd Enrico Letta di avere due donne alla guida dei gruppi parlamentari dem nelle ultime settimane ha esposto, una volta di più, le divisioni interne al partito.

Il palcoscenico dello scontro sembrava destinato a essere il Senato, dove l’ex capogruppo Andrea Marcucci ha inizialmente contestato l’imposizione del segretario, criticando il «metodo» più che il merito. Alla fine, invece, il cambio ai vertici del gruppo di Palazzo Madama è stato rapido: Marcucci ha lasciato il posto e ha passato il testimone a Simona Malpezzi, senatrice della sua stessa corrente, Base riformista.

A Montecitorio si riteneva dovesse essere tutto più semplice. Il capogruppo Graziano Delrio si è presto fatto da parte per lasciare spazio a una collega. Da subito sono emersi due candidature: Debora Serracchiani e Marianna Madia. Ma la competizione – positiva, secondo il segretario Letta – negli ultimi giorni si è fatta meno elegante.

Sabato 27 marzo Madia ha scritto una lettera ai deputati dem definendo la contesa una «cooptazione mascherata» determinata dal «gioco degli accordi».

La nuova capogruppo verrà eletta martedì pomeriggio alla Camera. Lo scrutinio si terrà dalle 15 alle 18. La favorita rimane in ogni caso Debora Serracchiani.

La lettera di Madia

«Care colleghe, cari colleghi, la verità rende liberi». Comincia così la lettera di Marianna Madia ai deputati dem. E continua con un chiaro atto di accusa nei confronti di Graziano Delrio.

Secondo l’ex ministra della Pubblica amministrazione, sarebbe stato proprio il capogruppo uscente a incoraggiare la competizione per poi sabotarla: «È stato proprio lui, dopo aver accettato l’invito del nuovo segretario a fare un passo indietro, a chiedermi di mettermi in gioco con la mia candidatura insieme a quella della mia amica stimata Debora Serracchiani». Un metodo diverso da quello seguito al Senato, dove Andrea Marcucci ha investito la nuova capogruppo Malpezzi, facendo convergere sul suo nome l’unanimità dei voti.

«Senonché quello che poteva essere un confronto sano tra persone che si stimano – lamenta Madia – si è subito trasformato in altro, immediatamente si è ripiombati nel tradizionale gioco di accordi trasversali più o meno espliciti con il capogruppo uscente». Madia punta il dito contro Delrio che «da arbitro di una competizione da lui proposta» si sarebbe fatto «attivo promotore» di Serracchiani, «trasformando il confronto libero e trasparente che aveva indetto in una cooptazione mascherata».

Qual è «il gioco degli accordi trasversali» denunciato da Madia? Secondo i retroscena, Base riformista, la corrente del ministro della Difesa Lorenzo Guerini e dell’ex ministro dello Sport Luca Lotti – spesso definiti gli “ex renziani” – avrebbe accettato di votare Debora Serracchiani per garantirsi uno dei propri uomini, Piero De Luca (figlio del presidente della Campania Vincenzo De Luca), fra i vice della capogruppo.

Alla lettera sono seguite le smentite degli interessati. «Non ho invitato nessuno a candidarsi e nessuno a non farlo, – ha replicato Graziano Delrio – ho espresso serenamente la mia opinione su cosa voterò a chi lo chiedeva, non ho fatto trattative anche perché direi di aver già fatto la mia parte». Il capogruppo uscente si è detto ferito dalle parole di Madia: «Credo di non meritare accuse di manovre non trasparenti o di potere visto che a quel potere ho voluto rinunciare lasciando immediatamente il mio incarico».

Nemmeno Debora Serracchiani ha gradito il quadro delineato dalla collega di partito: «Non posso credere che Marianna intenda riferirsi a me come una persona cooptabile e quindi, dovrei supporre, non autonoma», ha commentato la vicepresidente del Pd.

Le reazioni

Il giorno dopo, domenica 28 marzo, i toni si sono abbassati («Vorrei solo dire a Debora che mai ho parlato di mancanza di autonomia», ha voluto precisare Madia) ma ormai la fotografia di un partito sempre litigioso era già stata offerta all’opinione pubblica.

Secondo Enrico Letta, questa rappresentazione è ancora una volta influenzata dal sessismo. Sulla competizione Madia-Serracchiani «mi hanno sorpreso i commenti e titoli come “baruffa” – ha detto il segretario intervistato su Radio 1 – se fosse stato un confronto tra due uomini si sarebbe usato un altro tipo di linguaggio». Il segretario ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Tutto secondo me va gestito in grande serenità, se posso permettermi di usare questo termine».

Il malessere all’interno del partito tuttavia esiste, e non dipende solo dal racconto giornalistico. Intervistata su Nsl Radio, la senatrice democratica Monica Cirinnà ha criticato duramente lo scontro in corso fra Madia e Serracchiani: «Ne penso ogni male possibile perché siamo ancora alla cooptazione e a quello che viene concesso dagli uomini nei confronti delle donne. Penso con dolore e tristezza che è un panorama che di solito le donne non dovrebbero dare». Secondo la senatrice, bisognerebbe avviare un nuovo percorso: «Se fossi Delrio azzererei tutto e aprirei le candidature, più ce ne sono e meglio sarà».

È invece più fiducioso il deputato e tesoriere Pd Walter Verini: «Cara Debora e cara Marianna – ha scritto anche lui in una lettera indirizzata alle colleghe – la competizione tra voi potrebbe essere un contributo importante per provare a marginalizzare, ridimensionare il peso di un correntismo asfissiante ed esasperato».

«Debora Serracchiani e Marianna Madia sono due donne, due parlamentari di valore. Entrambe democratiche, senza rigide appartenenze correntizie. Scegliamole, e si facciano scegliere, per questo», conclude Verini.

I profili

Madia e Serracchiani sono entrambe native democratiche: anche solo per ragioni anagrafiche non sono “ex” di altri partiti. Ed entrambe sono venute alla ribalta fra il 2008 e il 2009.

Romana, di buona famiglia, scuole francesi, politicamente vicina a Veltroni, Marianna Madia entra alla Camera per la prima volta nel 2008, a soli 27 anni: «Porto in dote la mia straordinaria inesperienza», dirà all’esordio attirandosi non poche ironie.

A 33 anni diventa ministra della Pubblica amministrazioni nel governo Renzi dal 2014 al 2016 e poi nel governo Gentiloni dal 2016 al 2018, dando il suo nome a una massiccia riforma della Pubblica amministrazione (una legge delega ramificata in ventuno decreti attuativi). Dal 2018 è di nuovo deputata.

La data decisiva per Serracchiani è invece il 21 marzo del 2009. Dario Franceschini è appena diventato segretario dopo le dimissioni di Walter Veltroni. Durante un’assemblea dei circoli del partito, l’allora segretaria del Pd a Udine Debora Serracchiani prende la parole e per 13 minuti lancia il suo j’accuse ai vertici, fra acclamazioni e applausi: «Siamo apparsi come un partito lontano dalla realtà – dice – mai una parola chiara, mai una linea netta e soprattutto mai una linea unica». L’intervento viene ripreso e commentato per giorni da tv e giornali e la “rottamatrice” Serracchiani ascende alla politica nazionale.

Dal 2013 al 2018 è presidente del Friuli Venezia Giulia, europarlamentare per il Pd dal 2009 al 2013 e oggi è deputata e vicepresidente del Partito democratico.

Nel 2019 fa parte di Fianco a fianco, la corrente nata per sostenere la candidatura di Maurizio Martina alla segretaria.

Oggi né Serracchiani né Madia fanno “formalmente” parte di una corrente. La prima è comunque vicina politicamente a Graziano Delrio (anche lui fra i promotori della candidatura di Martina, a suo tempo). La seconda ha invece legami molto forti con il Pd romano (e zingarettiano).

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