Vannacci la fa troppo facile sul legame tra i droni ucraini e il caro gasolio

Gli attacchi alle raffinerie russe contribuiscono alla scarsità mondiale di diesel, ma non sono l’unico fattore che condiziona i prezzi per gli automobilisti italiani
ANSA
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Da giorni Futuro Nazionale sta attaccando il governo Meloni per l’aumento del prezzo dei carburanti, tornato sopra i 2 euro al litro in diverse rilevazioni. Il 17 agosto il leader del partito Roberto Vannacci ha pubblicato su Instagram un video in cui ha provato a spiegare le ragioni del rincaro del diesel, collegandolo soprattutto alle conseguenze della guerra in Ucraina.

Secondo Vannacci, oggi il petrolio costerebbe circa 80 dollari al barile, «lo stesso prezzo del 2018», mentre il gasolio avrebbe superato i 2 euro al litro, contro circa 1,50 euro di otto anni fa. A spiegare questa differenza, secondo il generale in congedo, sarebbero soprattutto gli attacchi ucraini contro le raffinerie russe, che negli ultimi mesi hanno ridotto la capacità della Russia di produrre ed esportare carburanti verso l’Europa. 

Da qui Vannacci trae una conclusione politica: se gli attacchi ucraini contribuiscono al rincaro del gasolio, per contrastare l’aumento dei prezzi bisognerebbe «smetterla di dare armi e soldi all’Ucraina».
Ma il ragionamento regge davvero? In breve, Vannacci individua un meccanismo reale, ma ne semplifica il funzionamento. Gli attacchi ucraini alle raffinerie russe stanno contribuendo a ridurre l’offerta di diesel sul mercato internazionale e quindi a spingere i prezzi verso l’alto. Non sono però l’unica causa dei rincari e, soprattutto, il legame con il prezzo pagato dagli automobilisti italiani è più indiretto di come lo presenta.

Confronti imprecisi

Per capire quanto regga il ragionamento di Vannacci, conviene partire dal confronto con il 2018. Il primo problema è che quando parla di «petrolio» il presidente di Futuro Nazionale non specifica a quale quotazione faccia riferimento. I due principali parametri sono il Brent, particolarmente rilevante per il mercato europeo, e il West Texas Intermediate (WTI), riferimento soprattutto per quello statunitense.

Nel 2026, fino ad agosto, il Brent ha avuto un prezzo medio di circa 86 dollari al barile e ha superato gli 80 dollari in 103 sessioni giornaliere. Nel 2018, invece, la media era stata di circa 72 dollari e il Brent era rimasto sopra gli 80 dollari soltanto per 18 giorni. Per il WTI la distanza è ancora maggiore: nel 2026 la media è finora di circa 81 dollari al barile e il prezzo ha superato quota 80 in 91 giornate. Nel 2018 non aveva mai raggiunto gli 80 dollari e la media dell’anno era stata di circa 65 dollari.

Dire quindi, come fa Vannacci, che oggi il petrolio costa «circa 80 dollari, lo stesso prezzo del 2018» è impreciso: nel 2026 le quotazioni sono state mediamente più alte rispetto a otto anni fa. Il cambio tra euro e dollaro nei due periodi è invece relativamente comparabile e non basta, da solo, a spiegare la differenza tra il prezzo del gasolio alla pompa di oggi e quello del 2018.

Il prezzo alla pompa

Il confronto diretto tra il prezzo del barile e quello del gasolio alla pompa, però, non è sufficiente. Il prezzo pagato dal consumatore è composto da più elementi. Al costo del petrolio greggio si aggiunge infatti il prezzo del prodotto raffinato, che dipende dalle condizioni del mercato internazionale del gasolio e dalle relative quotazioni, come quelle elaborate da Platts.

Platts è un’agenzia che raccoglie e pubblica valutazioni dei prezzi di riferimento dei prodotti energetici, utilizzate dagli operatori come benchmark per i contratti e negli scambi internazionali. In altre parole, non misura il prezzo “teorico” del carburante, ma il valore di mercato effettivo dei prodotti raffinati quando escono dalle raffinerie. Al prezzo del carburante si aggiungono poi i costi e i margini della distribuzione e, infine, le imposte, cioè accise e IVA, che rappresentano una parte rilevante del prezzo finale.

Per questo, un aumento del prezzo del gasolio alla pompa non va per forza di pari passo con quello del petrolio. Per capire se la spiegazione proposta da Vannacci regge bisogna quindi guardare a un mercato diverso da quello del greggio: quello del diesel. E poi sarà necessario verificare se gli attacchi ucraini alle raffinerie russe abbiano effettivamente ridotto la produzione e le esportazioni della Russia, diminuendo l’offerta disponibile sul mercato internazionale e contribuendo così alla crescita dei prezzi in Europa.

La crisi del gasolio russo

I droni ucraini stanno in effetti mettendo a dura prova la capacità di raffinazione della Russia. Lo stesso presidente russo Vladimir Putin ha ammesso che gli attacchi stanno causando «danni», anche se ha escluso «conseguenze critiche». Indicativo è stato anche l’annuncio del vicepresidente del governo Alexander Novak, che ha confermato come la Russia stia facendo ricorso a importazioni di carburanti dall’estero per soddisfare il mercato interno, mentre le esportazioni rimangono per lo più bloccate fino a gennaio 2027.

La Russia, uno dei più grandi produttori mondiali di carburanti, oggi deve quindi ricorrere alle importazioni per far fronte alla domanda interna. L’Ucraina ha colpito molte delle principali raffinerie del Paese, anche più volte. Questo ha ridotto molto la quantità di petrolio lavorata dagli impianti russi e, di conseguenza, le esportazioni di prodotti raffinati.

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), a luglio l’export è calato della metà rispetto a un anno fa, facendo venire a mancare circa il 5 per cento del fabbisogno giornaliero globale. Per Bloomberg, nei primi sette giorni di agosto la Russia ha esportato via mare appena 80 mila barili al giorno di diesel e gasolio, contro oltre il milione di un anno fa.

La riduzione delle forniture russe costringe alcuni dei suoi tradizionali clienti, tra cui Turchia, Brasile e diversi Paesi africani, a cercare carburante altrove, aumentando la concorrenza sul mercato internazionale. Anche alcune repubbliche dell’Asia centrale, come il Kirghizistan e il Tagikistan, stanno risentendo della scarsità di carburanti.

A beneficiare della maggiore domanda sono soprattutto Stati Uniti, India e Cina, che hanno aumentato le esportazioni viste le difficoltà dei Paesi del Golfo a far transitare le proprie navi cisterna dallo Stretto di Hormuz. La stessa Russia si è rivolta all’India e ad altri Paesi asiatici per far fronte alle proprie carenze. Ma espandere la capacità produttiva non è questione di poche settimane: bisogna spingere al massimo le raffinerie, ridurre altre produzioni (come il jet fuel, di cui tuttavia c’è carenza globale) e posticipare le manutenzioni.

Gli effetti sull’Europa

Ma tutto questo come incide sul prezzo del gasolio? L’Unione Europea dipende dall’estero per soddisfare il proprio fabbisogno di diesel, anche perché la capacità di raffinazione è progressivamente calata negli ultimi decenni.

Prima della guerra in Iran, circa il 20 per cento delle importazioni europee di gasolio transitava dallo Stretto di Hormuz. Le difficoltà delle forniture dal Medio Oriente hanno aumentato il ricorso ad altri produttori, in particolare agli Stati Uniti.

E la Russia? Dal 2023 l’Unione europea, a causa delle sanzioni, vieta le importazioni di prodotti petroliferi russi. È imprecisa, dunque, l’affermazione di Vannacci secondo cui la Russia avrebbe interrotto la vendita di carburanti all’Europa a causa degli attacchi dei droni ucraini. È vero invece che, data la mancanza sul mercato internazionale del gasolio russo, i Paesi europei stanno pagando prezzi più alti per vincere la concorrenza globale tra tutti gli acquirenti. In questo senso, il nesso suggerito da Vannacci ha dunque fondamento.

Il prezzo del gasolio in Europa è cresciuto di quasi il 40 per cento dai minimi del 18 giugno (i giorni dell’accordo tra Stati Uniti e Iran, poi naufragato), mentre nello stesso periodo il petrolio è rincarato di solo il 5 per cento. Gli stoccaggi europei di diesel sono inoltre diminuiti di circa il 30 per cento dalla fine di marzo e la scarsità di carburante ha spinto verso l’alto i margini delle raffinerie. Ad agosto, per la prima volta da oltre un anno, il prezzo del gasolio in Europa ha superato quello del carburante per aerei.

Un nesso indiretto

Dunque, da un lato non c’è un rapporto diretto tra gli attacchi ucraini alle raffinerie russe e il rincaro del gasolio in Italia, anche perché dal 2023 l’Unione europea ha vietato le importazioni di prodotti petroliferi russi. Dall’altro, però, la crisi della raffinazione in Russia contribuisce comunque a ridurre l’offerta mondiale e quindi a spingere i prezzi verso l’alto, insieme alle difficoltà dei traffici attraverso lo Stretto di Hormuz.

In ogni caso, è difficile sostenere, come fa Vannacci, che interrompere gli aiuti italiani all’Ucraina avrebbe un effetto concreto sugli attacchi contro le raffinerie russe e quindi sul prezzo del gasolio. Non risulta infatti che l’Italia fornisca all’Ucraina componenti per i propri droni, né informazioni di intelligence per colpire le raffinerie russe. Secondo diversi osservatori, ad oggi l’Ucraina è uno dei Paesi con le migliori capacità nella guerra dei droni, e un passo indietro dell’Italia potrebbe dunque essere ininfluente, come ininfluente potrebbe essere l’effetto sui prezzi pagati dagli automobilisti italiani, che è comunque difficile da stimare in assenza di studi e ricerche specifici.

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