Perché non basta essere positivi al THC alla guida per essere condannati

La Corte costituzionale ha stabilito che una semplice traccia di droga non è sufficiente per il reato di guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti
ANSA
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Il 6 luglio il Tribunale di Udine ha assolto Elena Tuniz dall’accusa di guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti. La vicenda risale al 7 gennaio 2025 quando Tuniz, insegnante trentatreenne di Corno di Rosazzo, in provincia di Udine, era rimasta coinvolta in un incidente automobilistico. Secondo quanto emerso dopo il ricovero, l’incidente sarebbe stato causato da un attacco epilettico. Durante gli accertamenti sanitari era però risultata anche una sospetta positività al THC, il principio attivo della cannabis. Da lì erano derivati la sospensione della patente e un procedimento penale per guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti.

Il caso Tuniz è diventato uno dei casi simbolo del dibattito sulla riforma del Codice della strada voluta dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini. La riforma, entrata in vigore il 14 dicembre 2024, ha previsto regole più severe sulla guida e sull’uso di sostanze stupefacenti, come la cannabis o la cocaina.

Il punto centrale riguarda l’articolo 187 del Codice della strada. Prima della riforma, la norma puniva la «guida in stato di alterazione psicofisica per uso di sostanze stupefacenti». La riforma ha cancellato le parole «in stato di alterazione psicofisica» e modificato la rubrica dell’articolo in «Guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti». 

È proprio questa modifica ad aver sollevato il problema interpretativo emerso anche nel caso Tuniz: una persona può essere punita solo perché risulta positiva a una sostanza, anche se non è provato che fosse alterata al momento della guida?

Per rispondere a questa domanda e capire perché Elena Tuniz è stata assolta nonostante la sospetta positività al THC bisogna ricostruire che cosa è cambiato con la riforma, che cosa ha detto la Corte costituzionale, e perché, dopo l’intervento della Corte, la semplice positività non può essere trattata come un automatismo.

Che cosa ha cambiato la riforma

Prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice della strada, per condannare una persona per il reato previsto dall’articolo 187 era necessario dimostrare non solo l’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope, ma anche lo stato di alterazione psicofisica durante la guida. 

Questo accertamento, nella pratica, poteva essere complesso. Gli esami tossicologici possono rilevare la presenza di una sostanza nell’organismo, ma non sempre chiariscono se quella sostanza stia ancora producendo effetti al momento del controllo o dell’incidente. Il problema è particolarmente evidente per alcune sostanze, come il THC, che possono restare rilevabili anche quando l’effetto sulla capacità di guida è cessato. Per questo, una positività al test non coincide necessariamente con uno stato di alterazione.

La riforma è intervenuta proprio su questo punto. Per superare le difficoltà legate alla prova dell’alterazione, ha cancellato le parole «in stato di alterazione psico-fisica». In questo modo, il centro della norma si è spostato dalla condizione del conducente al momento della guida al mero dato dell’assunzione della sostanza. 

Da qui è nato il problema interpretativo: se la norma punisce chi guida “dopo aver assunto” sostanze stupefacenti, quanto deve essere vicino quel “dopo”? E, soprattutto, basta la positività a un test, anche quando non è dimostrato che produca alterazione, per rispondere del reato?

I dubbi sulla norma

La nuova normativa ha portato alcuni giudici a rivolgersi alla Corte costituzionale. Il dubbio era se l’eliminazione del requisito dell’alterazione psicofisica potesse rendere punibile chiunque avesse assunto una sostanza stupefacente in un momento qualsiasi prima di mettersi alla guida, anche quando gli effetti fossero ormai cessati.

Il punto riguarda principalmente il principio di offensività, in base a cui il diritto penale può intervenire solo quando una condotta lede o mette concretamente in pericolo un bene giuridico. Nel caso dell’articolo 187 del Codice della strada il bene tutelato è la sicurezza della circolazione stradale, collegata alla vita e all’integrità fisica degli utenti della strada. Ma se l’assunzione è lontana nel tempo e la sostanza ha ormai esaurito i suoi effetti, la guida non crea automaticamente un pericolo specifico per la sicurezza stradale. In altre parole, la norma rischiava di colpire anche condotte che non comportavano alcun pericolo per la circolazione, come la guida di chi avesse assunto stupefacenti i cui effetti fossero ormai del tutto svaniti.

La direttiva ministeriale

Nel mentre, l’11 aprile 2025 è intervenuta una direttiva del Ministero dell’Interno e del Ministero della Salute sulle procedure di accertamento tossicologico-forense, che ha fornito indicazioni sulla nuova disciplina.

La direttiva ha precisato che, per capire se l’assunzione sia ancora rilevante per la guida, gli accertamenti devono riguardare il sangue o il fluido orale, perché sono i campioni che possono mostrare se nell’organismo ci sono ancora sostanze attive o semplici tracce residue. Se nel sangue o nel fluido orale sono presenti il principio attivo della sostanza o metaboliti farmacologicamente attivi, si può ritenere che l’assunzione sia attuale rispetto al momento del prelievo. Se invece si trovano solo metaboliti inattivi, cioè residui che non producono più effetti, la sostanza è ritenuta idonea a incidere sulla guida, e quindi questa sola positività non è sufficiente per il reato di “Guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti”.

La decisione della Corte costituzionale

A gennaio 2026 la Corte costituzionale ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale che erano state sollevate, ma ha fornito un’interpretazione costituzionalmente orientata della nuova formulazione dell’articolo 187. 

La norma è compatibile con la Costituzione solo se viene interpretata in modo coerente con la sua finalità: proteggere la sicurezza della circolazione stradale. Per questo, la punibilità richiede che l’assunzione sia temporalmente prossima alla guida e che la sostanza rilevata sia ancora idonea, secondo le conoscenze scientifiche, a incidere sulle capacità di controllo del veicolo.

La Corte, così, da un lato non ha ripristinato il vecchio requisito dell’alterazione psico-fisica effettiva, eliminato dal legislatore. Dall’altro però non ha accettato l’idea che la punibilità possa dipendere da qualsiasi assunzione precedente, anche lontana nel tempo e ormai priva di effetti. 

I giudici hanno trovato un punto di equilibrio: per integrare il reato occorre che, in un momento prossimo alla guida, sia accertata nei liquidi corporei la presenza di sostanze stupefacenti o psicotrope che, per qualità e quantità e in relazione al tipo di campione biologico esaminato, siano idonee a determinare nel conducente un’alterazione delle normali capacità di controllo del veicolo. In altre parole, la punibilità richiede che la sostanza sia ancora in grado, secondo le conoscenze scientifiche, di incidere sulle capacità di guida.

In caso contrario, si finirebbe per punire penalmente il consumo di droga in quanto tale, e non una condotta pericolosa per la circolazione stradale.

Perché Tuniz è stata assolta

La decisione della Corte costituzionale consente di comprendere meglio il caso di Elena Tuniz. Dopo la sentenza della Corte, la sospetta positività al THC non può essere trattata come un automatismo: occorre dimostrare che quella presenza fosse collegata a un’assunzione temporalmente prossima alla guida e ancora idonea a incidere sulle capacità del conducente. Nel caso Tuniz, questo collegamento non è stato dimostrato. 

La vicenda mostra, quindi, in concreto il punto di equilibrio fissato dalla Corte: il diritto penale non può punire una persona solo perché risulta positiva a una sostanza, se manca la prova di un’assunzione recente e potenzialmente capace di incidere sulla guida, creando un pericolo per la circolazione.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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