La Commissione Esteri del Senato, guidata dal filorusso Petrocelli, sarà sciolta

Lo ha deciso la Giunta per il regolamento, dopo le polemiche delle ultime settimane
ANSA/FABIO FRUSTACI
ANSA/FABIO FRUSTACI
Nel pomeriggio del 10 maggio la Giunta per il regolamento del Senato, l’organo che si occupa delle norme interne a Palazzo Madama, si è riunita per decidere il futuro della Commissione esteri del Senato, da settimane al centro del dibattito politico perché guidata dal presidente Vito Petrocelli (Movimento 5 stelle), che in più occasioni ha manifestazioni posizioni filorusse.

I membri della Giunta per il regolamento, guidati dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, hanno stabilito che la commissione vada sciolta, per risolvere uno stallo che dura ormai da tempo. In base al regolamento del Senato, infatti, un presidente di una commissione parlamentare non può essere rimosso né con il voto dei membri di quella commissione né con l’espulsione dal partito, nel caso di Petrocelli annunciata il 24 aprile dal presidente del M5s Giuseppe Conte.

Negli scorsi giorni 20 membri su 22 della Commissione Esteri del Senato – tranne Petrocelli ed Emanuele Dessì, ex M5s, oggi nel Partito comunista – si sono dimessi dal loro ruolo in commissione, per spingere la presidente Casellati a intervenire e a «garantire il regolare svolgimento dei lavori parlamentari», come recita un comunicato stampa del Senato del 10 maggio. Ora i partiti hanno tempo fino alle ore 13 di venerdì 13 maggio per indicare i nomi dei nuovi membri della commissione, che, ricordiamo, rappresenta in scala ridotta le proporzioni dei seggi nel Senato ed esamina le proposte di legge prima che vengano votate dall’aula.

Le posizioni filorusse di Petrocelli

Da tempo Petrocelli è al centro del dibattito politico per le sue posizioni molto vicine alla Russia del presidente Vladimir Putin. 

Il 24 aprile Petrocelli ha per esempio augurato su Twitter una «buona festa della LiberaZione», suscitando subito diverse critiche. La “Z” maiuscola è stata infatti interpretata da molti come un chiaro riferimento al simbolo usato in sostegno dell’invasione russa dell’Ucraina. A fine marzo Petrocelli – che in passato si è esplicitamente definito anche «filocinese» – non ha poi votato la fiducia a sostegno del governo, durante la votazione del decreto “Ucraina”, e il 22 marzo ha disertato l’intervento in videocollegamento del presidente ucraino Volodymyr Zelensky in Parlamento. 

Secondo alcuni, queste decisioni erano in larga parte prevedibili, visti gli atteggiamenti adottati in passato da Petrocelli, soprannominato da alcuni compagni di partito “Petrov”. «Lui ha sempre espresso quelle posizioni, erano note anche quando è stato eletto. Sono gli altri che hanno fatto un’inversione a U», ha per esempio dichiarato il 7 marzo scorso in un’intervista con la Repubblica il senatore Dessì.
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