Quanto sono concrete le proposte per l’elezione diretta del presidente della Repubblica

Ansa
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Con la rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale, diversi leader di partito sono tornati a chiedere una riforma della Costituzione per introdurre l’elezione diretta del presidente della Repubblica. Il 31 gennaio, in un’intervista con il Corriere della Sera, il leader di Italia viva Matteo Renzi ha per esempio dichiarato che l’elezione diretta del capo dello Stato è «una necessità rafforzata dallo show triste di questi giorni». Anche la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha affermato che se ci fosse stata l’elezione diretta, «ci sarebbero voluti cinque minuti per avere un presidente della Repubblica». Il 31 gennaio, su Il Giornale, il leader della Lega Matteo Salvini ha inoltre scritto che «siamo per l’introduzione del presidenzialismo, che in un’ottica democratica garantisce incisività al potere e trasparenza e responsabilità ai decisori».

La voglia di presidenzialismo nel nostro Paese non è però una novità, anzi. Da anni si parla di iniziative in questa direzione e ancora di recente sono state avanzate proposte in Parlamento per trasformare la nostra repubblica. Ma per il momento non si sta muovendo nulla di concreto. Insomma, siamo ancora soltanto agli annunci.

Di che cosa stiamo parlando

A differenza della repubblica parlamentare (la forma di governo in vigore nel nostro Paese), nelle repubbliche presidenziali o semipresidenziali il capo dello Stato è eletto direttamente dai cittadini e detiene il potere esecutivo. In Italia il presidente della Repubblica è invece eletto dai parlamentari e dai delegati regionali e incarica il presidente del Consiglio, ossia il capo del governo, che detiene il potere esecutivo.

Il presidenzialismo non prevede un rapporto di fiducia tra il governo, presieduto dal capo dello Stato, e il Parlamento, che detiene il potere legislativo. In questo senso ne sono un esempio gli Stati Uniti, dove il presidente viene eletto ogni quattro anni a suffragio universale.

A differenza del presidenzialismo, nel semipresidenzialismo c’è comunque una separazione meno rigida tra potere esecutivo e legislativo. Per esempio, in Francia l’elezione diretta del capo dello Stato avviene ogni cinque anni. Qui il potere esecutivo è detenuto dal presidente della Repubblica, che deve però nominare un primo ministro e un governo. A loro volta, il primo ministro e il governo devono avere la fiducia del Parlamento. A differenza del presidenzialismo, nel semipresidenzialismo il capo dello Stato ha il potere di sciogliere il Parlamento.

Quali sono le proposte in campo

Tornando al nostro Paese, dal 2018 a oggi sono state presentate in Parlamento almeno tre proposte di riforma costituzionale per introdurre l’elezione diretta del presidente della Repubblica: due da parte del Partito democratico e una da parte di Fratelli d’Italia. Le tre proposte sono simili tra loro, sono tutte di tipo semipresidenziale e non hanno ancora portato a risultati concreti. Ricordiamo inoltre che per modificare la Costituzione un testo deve essere approvato due volte da Camera e Senato (quindi in totale quattro volte) e può essere sottoposto a referendum popolare.

La prima proposta di riforma, presentata da un gruppo di deputati del Pd (alcuni dei quali poi entrati in Italia viva), propone l’elezione a suffragio universale del capo dello Stato ogni cinque anni, con l’abbassamento dell’età minima per concorrere alla carica dagli attuali 50 a 25 anni.

In base alla proposta, che deve ancora iniziare il suo iter di esame alla Camera, i candidati devono essere sostenuti da almeno 500 mila elettori: vince chi supera il 50 per cento dei voti, altrimenti si terrebbe un ballottaggio. Per quanto riguarda i poteri del capo dello Stato, il testo della riforma assegna al presidente il potere di sciogliere le Camere e non modifica l’articolo 92 della Costituzione attualmente in vigore, mantenendo quindi intatto il potere del presidente della Repubblica di nominare il capo del governo.

La seconda proposta di riforma costituzionale di tipo semipresidenziale, presentata da alcuni senatori del Pd e ancora in attesa di essere esaminata, fissa a 35 anni l’età minima per essere eletti a capo dello Stato, mentre le candidature possono essere presentate da 300 mila elettori, da un decimo dei consiglieri regionali di almeno un sesto delle Regioni o da un numero di sindaci o di presidenti di regione o provincia autonoma che corrisponda almeno a un quindicesimo della popolazione nazionale.

La terza proposta di riforma costituzionale è stata invece presentata da un gruppo di deputati di Fratelli d’Italia, tra cui la leader Giorgia Meloni. Il suo esame è iniziato a marzo 2020, ma da quella data non ci sono stati passi in avanti.

A differenza delle proposte del Pd, quella di Fdi fissa l’età minima per l’elezione a presidente della Repubblica a 40 anni e introduce per la prima volta in Italia la cosiddetta “sfiducia costruttiva”, modificando l’articolo 94 della Costituzione attualmente in vigore. Secondo la nuova versione dell’articolo, il governo può essere sfiduciato anche da una sola delle due Camere, ma nella mozione di sfiducia deve essere indicata «la persona alla quale il presidente della Repubblica deve conferire l’incarico di primo ministro».

Secondo i suoi sostenitori, la sfiducia costruttiva farebbe sì che un governo non cada prima che non sia stato individuato il nome di un nuovo primo ministro, evitando così le cosiddette “crisi al buio”. In Europa uno strumento simile è previsto per esempio in Germania.

Un dibattito lungo quarant’anni

Il dibattito sul presidenzialismo in Italia non è comunque una novità, ma torna periodicamente in voga da almeno quarant’anni.

«Negli anni Ottanta, uno dei primi teorici di una svolta presidenzialista fu Giuliano Amato, all’epoca esponente del Partito socialista italiano», ha spiegato a Pagella Politica Mauro Volpi, professore di Diritto costituzionale all’Università di Perugia. Non a caso, il 17 marzo 1987, sul quotidiano La Stampa, proprio Amato, al tempo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del Governo Craxi, sosteneva la necessità di «una riforma senza traumi», che portasse proprio all’elezione diretta del capo dello Stato (Immagine 1).
Immagine 1. L’intervento di Giuliano Amato su La Stampa del 17 marzo 1987 – Fonte: Archivio storico La Stampa
Immagine 1. L’intervento di Giuliano Amato su La Stampa del 17 marzo 1987 – Fonte: Archivio storico La Stampa
«Al di là della proposta di Amato, che rimase solo teorica, uno dei principali disegni di riforma costituzionale che ricalcava il semipresidenzialismo francese fu quello preparato nel 1997 dalla Commissione bicamerale guidata dalla Massimo D’Alema, al tempo segretario del Partito democratico della sinistra (Pds)», ha raccontato a Pagella Politica Volpi.

La Commissione bicamerale del 1997 – o meglio, la “Commissione per le riforme istituzionali” – è stato un organo composto da 70 tra senatori e deputati, nominati dai presidenti della Camera e del Senato, che aveva come obiettivo cercare di riformare la parte della Costituzione dedicata alla forma di governo. All’epoca, l’Italia era guidata dal primo governo di Romano Prodi e il leader del Pds Massimo D’Alema era stato eletto presidente della Commissione bicamerale anche grazie ai voti di Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi.

Il testo di riforma preparato dalla Commissione bicamerale venne esaminato per più di un anno dal Parlamento, dal 30 giugno 1997 al 2 giugno 1998. Tuttavia, poco tempo dopo, a causa di divergenze politiche tra centrodestra e centrosinistra, l’ufficio di presidenza della Camera sospese la discussione della riforma (Immagine 2).
Immagine 2. L’articolo del 10 giugno 1998 de La Stampa sulla fine della Commissione bicamerale – Fonte: Archivio storico La Stampa
Immagine 2. L’articolo del 10 giugno 1998 de La Stampa sulla fine della Commissione bicamerale – Fonte: Archivio storico La Stampa
Come abbiamo anticipato, un’eventuale riforma costituzionale richiederebbe tempi piuttosto lunghi. Le proposte in Parlamento, o eventuali nuovi testi, dovranno prima essere esaminate dalle commissioni parlamentari per poi arrivare in aula. Tra le doppie approvazioni di Camera e Senato devono inoltre passare almeno tre mesi di tempo, con la possibilità che una volta approvato, il testo venga sottoposto a referendum, con un esito tutt’altro che scontato.
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