La proposta di legge antifascista di Stazzema è ferma da cinque anni alla Camera

Il sindaco del comune toscano, promotore del testo, ha sollecitato la discussione, ma per il presidente della Commissione Giustizia la materia è già coperta dalle leggi esistenti
ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
Da oltre cinque anni una proposta di legge di iniziativa popolare contro la propaganda di messaggi fascisti e nazisti è ferma alla Camera, e non sembra esserci l’intenzione da parte del Parlamento di approvarla. A inizio luglio Maurizio Verona, sindaco di Stazzema in provincia di Lucca, ha scritto ai componenti della commissione Giustizia della Camera per sollecitare la discussione della proposta di legge di iniziativa popolare contro «la propaganda e la diffusione di messaggi inneggianti al fascismo e al nazismo», di cui è stato promotore tra il 2020 e il 2021. 

Nella lettera, inviata a poco più di un mese dall’anniversario dell’eccidio nazifascista di Sant’Anna di Stazzema del 12 agosto 1944, Verona ha espresso «delusione» per il fatto che il testo non sia mai stato calendarizzato in aula, nonostante le firme raccolte siano state 241 mila, quasi cinque volte la soglia minima di 50 mila prevista dalla Costituzione. 

«La proposta di legge segnalata dal sindaco di Stazzema non è ancora stata trattata perché, come è noto, la Commissione Giustizia è una delle commissioni con il maggior carico di lavoro e con diverse proposte in scadenza. Appena ci sarà l’opportunità il Parlamento vedrà di approfondirla», ha dichiarato a Pagella Politica il presidente della Commissione Giustizia Ciro Maschio, deputato di Fratelli d’Italia. Maschio ha poi sottolineato che «la materia della propaganda fascista e razzista è già disciplinata dalla legge Scelba e dalla legge Mancino, quindi la materia su cui ci sollecita il sindaco di Stazzema non è priva di copertura normativa».

Gli obiettivi della proposta

La proposta di legge di iniziativa popolare ha l’obiettivo di introdurre nel codice penale il reato di «propaganda del regime fascista e nazifascista». 

L’idea è quella di punire con la reclusione da sei mesi a due anni chi diffonde i contenuti propri del partito fascista o nazionalsocialista, anche attraverso la produzione, la distribuzione o la vendita di oggetti con simboli riconducibili a essi. La pena sarebbe poi aumentata di un terzo se la diffusione di questi contenuti avvenisse online, e di un ulteriore terzo se la propaganda fascista contenesse anche elementi di odio etnico o razziale.

La proposta interviene anche sulla legge Scelba e sulla legge Mancino, inasprendo le pene per chi espone simboli fascisti o nazisti durante riunioni pubbliche e per chi partecipa a manifestazioni che richiamano il partito fascista o le organizzazioni naziste.

Ma a che punto è questa proposta e perché è ferma da anni alla Camera?

L’iter del testo

Tutto è iniziato il 12 agosto 2020, quando il sindaco di Stazzema Maurizio Verona ha lanciato la raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare contro la propaganda fascista e nazista. L’occasione era l’anniversario dell’eccidio che il 12 agosto 1944 si è consumato a Sant’Anna, frazione di Stazzema: quel giorno i soldati nazisti, con la collaborazione dei fascisti, uccisero 560 civili innocenti, soprattutto donne, anziani e bambini. A ottobre 2020, due mesi dopo l’annuncio della proposta, il comitato promotore ha depositato la richiesta presso la Corte di Cassazione, dando ufficialmente avvio alla raccolta. Come accennato, l’articolo 71 della Costituzione prevede un minimo di 50 mila firme per portare il testo in Parlamento, ma la proposta ha raggiunto ben 241 mila firme.

Le firme sono state consegnate il 29 aprile 2021, giorno in cui la proposta di legge è stata formalmente presentata alla Camera dei deputati. L’iter parlamentare è iniziato pochi mesi dopo, quando la proposta è stata assegnata in sede referente alla Commissione Giustizia della Camera. Nella fase finale della legislatura, la commissione ha avviato l’esame del testo abbinandolo a una proposta simile del deputato del Partito democratico Emanuele Fiano e ha svolto alcune audizioni informali.

A settembre 2022, però, lo scioglimento anticipato delle Camere ha interrotto l’iter. All’inizio della legislatura successiva, il 9 novembre 2022, il testo è stato ripresentato – le proposte di iniziativa popolare non decadono nel merito e possono tornare in Parlamento senza una nuova raccolta firme – ed è stato riassegnato alla Commissione Giustizia in sede referente. Da quel giorno a oggi, la proposta risulta ancora assegnata senza che sia stato avviato un nuovo esame né sia stata calendarizzata in aula. Sono passati quasi quattro anni dalla riassegnazione e oltre cinque dalla presentazione originaria.

I motivi per il mancato esame

Non esiste un obbligo di legge da parte dei parlamentari di discutere le proposte di iniziativa popolare. Negli ultimi 30 anni meno dell’1 per cento di queste è arrivato in fondo all’esame parlamentare. Secondo il presidente della Commissione Giustizia Maschio, il mancato avvio della discussione è dovuto alla mole di lavoro della commissione e ha citato una serie di provvedimenti che starebbero assorbendo le ore dei commissari. 

«Oltre alla proposta di legge “Liberi di Scegliere contro la mafia” e la riforma dell’avvocatura, appena concluse, stiamo trattando l’emergenza carceri con il ddl sui detenuti tossicodipendenti, la riforma dei commercialisti, il decreto giustizia e immigrazione, i decreti legislativi su cybersecurity e intelligenza artificiale, la riforma della geografia giudiziaria, il gratuito patrocinio per gli infortuni sul lavoro, le norme sul sequestro dispositivi smartphone», ha detto il presidente a Pagella Politica

Il quadro descritto da Maschio di una commissione alle prese con più deleghe e decreti governativi in scadenza, trova conferma nelle cronache parlamentari. Questo però da solo non spiega perché in circa quattro anni, tra la riassegnazione del novembre 2022 e oggi, la proposta di iniziativa popolare in questione non abbia mai ricevuto nemmeno un avvio di esame in commissione, diversamente da quanto accaduto nella precedente legislatura, quando un ciclo di audizioni era stato comunque svolto.

I punti scoperti 

Il deputato di Fratelli d’Italia sostiene inoltre che la materia della proposta di legge che arriva da Stazzema sia già disciplinata dalla legge Scelba e dalla legge Mancino. Nello specifico la prima, la legge del 20 giugno 1952, che attua la dodicesima disposizione transitoria della Costituzione, vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista e punisce l’apologia del fascismo, con pene fino a tre anni di reclusione. Invece la legge 25 giugno 1993, nota come “legge Mancino” dall’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino che la propose, punisce la propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale ed etnico e l’istigazione a commettere atti di discriminazione o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Entrambe le norme sono tuttora in vigore. Quindi è vero che la materia della propaganda fascista, nazista e razzista non sia priva di una cornice normativa. Tuttavia, secondo quanto sostenuto dai promotori della proposta di Stazzema e riportato anche nella documentazione della Camera relativa al testo, le due leggi lascerebbero scoperti alcuni comportamenti specifici che la nuova proposta vorrebbe invece sanzionare in modo più puntuale. 

In particolare la produzione e la vendita di gadget e oggetti con simboli fascisti e nazisti, e forme di propaganda veicolate tramite i social network, ambiti su cui la giurisprudenza formatasi sulla legge Scelba ha imposto un’interpretazione restrittiva del reato di apologia del fascismo, limitandolo a condotte di effettiva riorganizzazione del partito fascista e non a qualsiasi manifestazione di elogio o commercio di simboli.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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